RICARDA HUCH.
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LE MEMORIE DI LUDOLF URSLEU IL GIOVANE.
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Parte 1.
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Titolo originale: ERINNERUNGEN VON LUDOLF URSLEU DEM JNGEREN.
Traduzione di Maria Luisa Rossi
1945. Gentile Editore, Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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1.
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Di Martin Lutero, il quale aveva le qualit per diventare un grand'uomo, si racconta come un giorno gli toccasse di vedere un uomo con il quale discorreva camminando per via repentinamente abbattersi colpito dal fulmine e si dice che questa esperienza gli abbia sconvolto l'animo al punto da indurlo a voltare le spalle al mondo, facendosi monaco ed entrando in convento dove purtroppo non  rimasto. Cos  successo di me, quantunque la folgore che vidi scendere cieca non appartenesse all'ordine dei fenomeni fisici; il suo effetto peraltro non fu meno distruttore.
Vidi d'un tratto, come ora intendo narrare per disteso, che nella vita non c' nulla, proprio nulla che abbia una condizione stabile. La vita  un mare senza fondo e senza sponde; ha bens una sponda e dei porti protetti, ma da vivi non vi si perviene. Vita  soltanto sul mare agitato e dove il mare finisce ha termine anche la vita. Come un corallo che quando esce dall'acqua muore. Come le belle meduse vitree dai mille riflessi, che se le togli dal mare non ti resta in mano che una ripugnante massa gelatinosa.
Ora, penso io, cos  della vita e degli uomini:  ben possibile trovare riposo e sicurezza, ma solo rinunciando alla vita, con i riflessi vivaci delle sue onde, i suoi colori mutevoli e le sue pazze tempeste. Molti, specialmente i giovani e i vecchi che hanno avuto una vita povera di esperienze, credono all'esistenza di rocce eterne nel movimento perpetuo delle onde, dove la prima, nell'attimo che nasce, gi si fonde con la seconda, e cos di seguito, e l'istante passato e il prossimo sono cos intimamente congiunti che non vi si pu inserire frammezzo neppure il pi minuscolo pezzettino che si chiami "ora" o "presente". E cos l'amore e l'amicizia ed altri sentimenti del cuore, che ci fanno essere felici e di conseguenza buoni, essi li giudicano sacri ed eterni. Ma che cosa pu venire di eterno da questa cosa puerile che  il cuore dell'uomo, da questo ragazzaccio che non impara mai a starsene quieto al suo posto nella scuola della vita? Che non smette di oscillare, quasi fosse piantato in cima ad un gambo troppo lungo come le foglie del gattice?  come la navicella che s'avventura su quel mare immenso che  la vita, e ora si riempie d'acqua e affonda e si perde d'animo, ora le onde la sollevano in alto, fino a toccare il cielo, e lei, nella sua baldanza, giubila e trionfa. Ma poi bisogna scendere ancora e, quando si  arrivati in fondo, risalire di nuovo. Pu anche succedere di percorrere un tratto liscio o di capitare in una bonaccia e di rimanersene l immobili e sgomenti come davanti alla montagna magnetica. Ma, comunque sia, un porto in alto mare non lo si trova; di porti ce ne sono soltanto a riva e la riva  l'al di l.
La mia navicella che aveva da compiere un viaggio discretamente facile capit in una gran tempesta, fece naufragio e fu scaraventata sulla spiaggia. Io non entrai dolcemente nella baia, ma, come Robinson, il mare mi sput. La mia isola deserta e il mio al di l sono il convento di Einsiedeln. Quivi  adesso la mia dimora e la vita  rimasta per sempre alle mie spalle. Ma ho avuto la fortuna di non morire, quantunque non viva pi, e di poter contemplare dalla spiaggia la vasta distesa d'acqua percorsa e riflettere sul mio viaggio. Ho sempre trovato che la contemplazione  quanto di pi bello ci sia nella vita. Chi fa parte di uno splendido corteo inghiotte polvere, suda e soffoca dietro la maschera; che piacere gli danno il proprio prezioso costume e le scene festose intorno a s? Tutto questo egli non vede, tranne forse quello che gli  pi vicino, ma anche cos non perfettamente. Ma chi se ne sta in alto, al balcone, o anche solo chi si  arrampicato sopra un cancello o addirittura faticosamente spia attraverso una gronda ha davanti agli occhi l'intero spettacolo come se egli fosse il Signore Iddio e tutto gli venisse condotto innanzi per suo esclusivo piacere. Cos io mi diverto a lasciar sfilare come una processione i giorni della mia vita trascorsa. Si vedranno personaggi singolari, bandiere dai colori vivaci, quadri e scene simboliche, ed ogni sorta di curiosit. A seconda del mio gusto posso ordinar loro di sfilare pi o meno in fretta, e i pi belli e i pi singolari posso farmeli venire vicino per guardarli meglio e tastarli. Con questa intenzione scrivo la storia delle mie esperienze, tenendomi celato a tutti perch non sar una leggenda pia. Dir anche qualche cosa della mia infanzia e dell'adolescenza, perch se non si conosce il grazioso pulcino si fa poi torto nel giudizio all'adulto volatile ed il nobile cigno sembra meno prezioso se non si sa che una volta fu un brutto anitroccolo. Chi  cresciuto assieme ad un altro ravvisa tuttora nel suo volto i tratti delicati e buoni del bambino e chi ha visto una volta in un museo un antico vascello vichingico osserva poi i nostri vapori con accresciuta curiosit e maggior ricchezza di idee.
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2.
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Sono nato in una citt anseatica della Germania del nord; una citt a cui non posso mai ripensare senza maledizioni e senza lagrime. Mio padre era un ricco mercante, di quel ceto di cui  composta laggi l'aristocrazia locale. Son persone che di solito hanno visto molti popoli e paesi ed in tal modo hanno potuto acquisire la spigliatezza degli uomini di mondo. All'estero, dove ci si pu lasciare andare meno che a casa propria, si sono avvezzate ad un'urbanit ed una piacevolezza di modi quali non in molti ambienti  dato trovare e che non mancano di fare una certa impressione; sicch  per me ancora motivo di compiacimento ricondurmi col pensiero in mezzo ad una cerchia di simili uomini. Se anche hanno delle preoccupazioni, tutto procede ugualmente con grandezza e finch nella vita c' una parte da recitare, il denaro non manca ed essi lo spendono generosamente. Certo, una coltura veramente solida fa loro difetto, ed essi del resto non vi pretendono, quantunque per nessuna cosa al mondo vorrebbero apparirne privi. Si viveva splendidamente al tempo della mia giovinezza, come presso i Feaci. Anche in casa nostra quel tono era dominante, quantunque molte cose non fossero da noi come dagli altri. La mia famiglia infatti, per parte di mio padre, non era oriunda di quella citt, essendo stato mio nonno il primo ad immigrarvi. I miei avi erano stati pastori, ma di questo non era rimasto ai nipoti nulla pi di una tendenza all'erudizione e a tutto quello che trascende questa nostra vita terrena.
Gli Ursleu del tempo antico erano forse stati dei fanatici della loro religione; quelli di cui mi ricordo non la tenevano pi in gran conto, come di cosa che meno s'intona ora con lo spirito dei tempi. Essi si occupavano di poesia, di arte e di scienza, sia pure a guisa di profani, senza troppo approfondire, ma per questo appunto con passione ed entusiasmo e nient'affatto come gli altri Feaci solo per far bella figura in societ. Ch si viveva per lo pi tra di noi, nella cerchia familiare che era per altro abbastanza larga.
Mio padre, Ludolf Ursleu, doveva purtroppo logorare le sue splendide energie negli affari e nelle preoccupazioni del commercio. Ma per riguardo a noi e per un certo culto che aveva della bellezza, sopportava tutto questo in segreto, da solo. Poich in cuor suo considerava il suo lavoro un male necessario ai fini del guadagno e lo disprezzava; si credeva in casa nostra che vero ufficio dell'uomo fosse di portare la vita come una bella veste o un gioiello, tener alta la testa ed esser lieti. Mio padre poi doveva essere indotto a considerarlo il pi degno anche dal fatto che mia madre sembrava creata apposta per attuare questa concezione.
Com'era bella! Per altro guardandola non si pensava dapprima alla bellezza poich era perfetta e di conseguenza molto meno appariscente di una in cui potremmo trovare qualche piccolo difetto. Ma davanti a quel volto si diventava sereni e lieti e se ben ricordo non vi era donna cui venisse in mente di porle invidia per questo suo privilegio. Ella non menava alcun vanto della sua bellezza, quantunque ne provasse grande piacere; c'era in lei difatti qualche cosa di fanciullesco, come si legge nelle descrizioni di popolazioni primitive: come queste sarebbe stata capace di adornarsi con perline di vetro colorato e di sorridere alla propria immagine riflessa nell'acqua, senza pensare che fosse suo il volto incantevole che vedeva tralucere sul fondo. Tutto quello che diceva e faceva era limpido e spontaneo come un'acqua sorgiva, l dove scaturisce dal suolo nel folto di una lussureggiante foresta. Io da ragazzo solevo guardarla a lungo e riflettere quale sarebbe stato il suo aspetto quando fosse invecchiata; questo problema mi rendeva pensieroso poich non riuscivo a raffigurarmela tale; allo stesso modo che non  possibile pensare alla Venere di Milo fatta donna matura. In verit essa sembrava del numero degli dei immortali dalla vita serena. Anche mio padre era un bell'uomo robusto, ma su di lui i pensieri, le preoccupazioni e gli anni non passavano senza incidere i loro solchi. Dopo che ebbi conosciuto il mito della dea Aurora e del suo sposo mortale che inesorabilmente sfiorisce tra le sue rosee braccia, sempre mi veniva fatto di pensare ai miei genitori, non tanto com'erano allora, quanto come me li immaginavo in avvenire. A mia mamma un paragone simile non sarebbe mai venuto in mente, perch su se stessa generalmente rifletteva poco e non era per nulla sentimentale. Nulla, n l'amore, n l'odio sarebbero potuti diventare in lei passione. La sua felice natura aveva stretto alleanza, per cos dire, con la sua bellezza ed in lei nessun sentimento era mai tanto forte da poter nuocere a quest'ultima.
Io, il figliuolo maggiore, fui battezzato col nome di mio padre. Per sia nel fisico che nel carattere gli somigliavo poco, seppure sempre abbastanza per sentire di fronte agli estranei che eravamo tutti e due del medesimo ceppo. Io avevo il sangue pi leggero del suo e questo fece s ch'io vissi una giovinezza pi sfrenata di quanto egli avrebbe desiderato o potuto concedere e che essa pi tardi cadde da me pi rapidamente che da lui, lasciandomi vecchio uggioso a una et in cui egli ai suoi tempi era ancora un uomo in gamba. Dopo di me veniva mia sorella Galeide della quale pi di ogni altro si discorrer in queste pagine. Poich era molto meno bella di mia madre il suo aspetto esteriore non era preso in considerazione. Ma era, in fondo, una creatura deliziosa, dalle membra morbide e tonde e che era comodo e piacevole tenersi in grembo quieta e soddisfatta come una gattina. Tutti perci la coccolavano e la viziavano ed essa lasciava fare; ma restava indifferente e ricambiava le carezze con scarsa affettuosit. Debbo per dire che se aveva simpatia per qualcuno sapeva anche dimostrare attaccamento ed affetto, mentre non teneva mai il broncio a nessuno. Le piaceva che la lasciassero fare e non stava malvolentieri da sola. Rimaneva allora sdraiata al sole e giocava al teatro con le nuvole, oppure semplicemente sognava e per lo pi si teneva accanto un gattino, un coniglio o qualche altra bestiola che in genere sembrava preferire alle persone. Era sorprendente come anche gli animali la cercassero fin da quando era piccina e si lasciassero addomesticare da lei. Siccome per il solito era dolce e pacifica, era nata tra parenti l'abitudine di chiamarla "la brava bimba", oppure "la piccola buona Galeide". Ma io non la chiamavo cos; non  vero che sia buona, mi dicevo; fa soltanto quello che le piace, e per caso succede che proprio questo concordi col piacere degli altri.
Con me  sempre stata molto affettuosa e sovente materna, sebbene io fossi di lei maggiore di parecchi anni. Era difatti singolare come sapesse essere nel contempo tanto infantile e tanto materna. Tale fu fin tanto che visse, ma certo ben altro ancora e di questo parler pi tardi.
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3.
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Chi trova bella la mia citt natale ama strade larghe e diritte, case grandi e pulite e piazze quadrangolari. A me tutto questo dispiace. Vi sono anche l dei quartieri vecchi, ma tali si dichiarano soltanto per la loro sporcizia, per il tanfo e l'angustia delle vie, non per un aspetto venerabile, ricco di memorie. Bisognerebbe vivere in Svezia nelle antichissime citt dell'Impero, nelle quali si cammina come attraverso una graziosa fiaba del passato. Certo, quand'ero ragazzo, non capivo nulla di tutto questo, in parte perch non lo conoscevo; mi sarebbero poi anche mancate la cultura e l'esperienza necessarie.
Per la natura  diverso: la comprensione del suo linguaggio ci  innata. Essa  la pi antica, la pi fedele, la pi vera amica dell'uomo. Chi non l'ha avuta alla sua culla, chi non l'ha sentita custode della propria giovinezza, porta seco una maledizione: mai la sua anima sar riscattata; mai riuscir il suo cuore ad aprirsi interamente;  come un seme cui manchi il sole. Anch'io sarei diventato un altro se fossi nato in Svizzera, perch credo che la mia natura non fosse cattiva e che poco mancasse alla mia buona riuscita. Poco o molto, comunque sia, se una cosa ha un difetto, vuol dire che  riuscita male e non serve a nulla.
Quand'ebbi compiuto i tredici anni i miei genitori mi portarono con loro in Svizzera. Ero ancora un bravo ragazzo, allora, abbastanza studioso e ragionevole. Dopo aver goduto alquanto la vista delle montagne ed essermi abituato ad esse, una felicit mai immaginata e veramente celeste scese su di me. Amavo le foreste e le bianche cime dei monti con una tenerezza impetuosa, con terrore e umilt. Ancor oggi posso rievocare facilmente i sentimenti beati e innocenti di quei giorni e questo non avviene mai senza ch'io mi commuova: mi par di vedere il bimbetto fiducioso sotto quei buoni giganteschi abeti e tra le rocce dal volto consunto dal tempo.
Anche Galeide era venuta con me, e senza dar segni di molto stupore correva con gioia selvaggia in mezzo a quella bella natura come se non avesse mai fatto altro. Mentre a me piaceva errare tra le belle foreste delle vallate, essa insisteva per salire sulle cime dei monti e mostrava nell'arrampicarsi un vigore e una bravura che stupivano in una bimba della sua et. Quando giungevamo in vetta era solita correre avanti con grida squillanti di trionfo, saltando e scuotendo nel vento i riccioli come una piccola baccante.
Questo che giudicavo un contegno da pellirossa, antiestetico e per nulla femminile, m'irritava. Ora, nel rammentarmelo, trovo che era comunque caratteristico per mia sorella Galeide.
Una volta, durante un soggiorno in montagna, le fu regalata una marmotta ed ella ne prov una gioia assurda di cui pure mi irritai, come anche e pi ancora della sua maniera sciocca e ridicola di comportarsi con la bestiola, quasi fosse di molto preferibile a tutti gli uomini. Pi tardi, quando tornammo a casa, non essendo fatto quell'animale campagnolo per la vita cittadina, i miei genitori glielo tolsero. Ma come ella lo seppe, le venne per il dispiacere una febbre violenta; la vedo ancora, rannicchiata in una poltrona di peluche color giallo oro, fantasticare cantando strane arie a mezza voce. Il suo stato era cos preoccupante - e per nulla simulato - che le si dovette rendere l'animale. Ora, la cosa pi singolare  questa: quando esso mor, un giorno che Galeide non era in casa, tutti, prevedendo uno scoppio selvaggio del suo dolore, fummo presi da una grande inquietudine. Nessuno voleva essere il latore di una notizia cos crudele (alla quale per altro ogni persona ragionevole ed amante dalla pulizia intonava in cuor suo lieti inni di grazie). Finalmente, con molta delicatezza e cautela essa le fu comunicata; ma, strano a dirsi, neppure una lagrimuccia spunt ad arrossare i suoi occhi miti. Accarezzava teneramente il pelo della bestiola defunta, lamentando con le pi soavi parole che il filo della sua piccola vita lieta le fosse stato cos precocemente reciso. E le conserv davvero una memoria fedele perch raccontava sempre volentieri piccole storie e aneddoti della vita di Urselino (cos aveva chiamato quella sciagurata creatura) e non ne volle pi avere un'altra. Tuttavia io ebbi sempre il sospetto che ella si compiacesse della graziosa immagine che era venuta ad aggiungersi alla collezione delle sue memorie e dei suoi ricordi.
Mentre la mia sorellina si abbandonava ancora in tal modo a passioni semplici e puerili, io ebbi la mia prima avventura d'amore. Non so rinunciare a rievocare qui quella piccola vicenda graziosa che ebbe uno svolgimento cos innocente e casto come purtroppo in seguito non mi  pi capitato. Mi fossi sempre accontentato di conservare l'anima del fanciullo tredicenne! Molte cose non sarebbero state che mi furon causa di amarezza e di cui ora mi vergogno.
Dunque: ci trovavamo sul Wallensee dalla bellezza ineffabile ma che dicono infido per le improvvise tempeste. Tanto pi lo amavo io per quella sua ostilit agli uomini che lo navigavano e insieme nutrivo fiducia che esso sapesse come io non fossi da annoverare tra quelli, bens un essere a parte che lo sapeva comprendere e lo considerava sacro. Inoltre mi pareva una sorte beata esser sepolto sotto quelle verdi colline ondose e stando disteso immobile, fissare, attraverso quel mosso cristallo smeraldino, lo sguardo nel cielo azzurro. I miei genitori tuttavia non avevano mai voluto che io andassi da solo sul lago. Da principio ne ero rimasto profondamente offeso e un giorno che il barcaiolo mi fece accompagnare dalla sua bambina, che evidentemente era minore di me, l'onta mi parve incancellabile. Quel cosino di Kordula afferr svelta i grossi remi mettendoli in moto ed io contemplai pieno di meraviglia quelle braccia brune, magre, ma estremamente ben fatte, che lavoravano di buona lena senza stancarsi. Aveva i capelli un poco crespi e presto, contrariamente a quello che era sempre stato il mio gusto, io la trovai cosa graziosissima; gli occhi scuri non erano grandi, ma vividi, ed avevano un'espressione di furberia bonaria. Ma quando incominci a parlare, la mia sensibilit al bello si sent urtata ed io presi a criticarla acerbamente per il suo dialetto nativo. Su questo punto per ella non tollerava scherzi, anzi disse che parlare cos era bello e patriottico, mentre invece noi, l fuori nel Reich, dovevamo servire ai re e piegare la testa come schiavi: a dirla in breve: non eravamo liberi e non potevamo fare quello che volevamo. Questo discorso mi stizz moltissimo ed io mi ricordai con soddisfazione di essere anch'io repubblicano, senza che per altro mi riuscisse di spiegarglielo. Presto la mia irritazione si calm del tutto e si sciolse in ammirazione per l'intrepida svizzerotta. All'ombra delle cime gigantesche del Chur e sulle limpide acque del lago alpino non mi fu difficile rappresentarmi la mia patria come un paese vergognosamente asservito e giudicare l'indole pi schietta degli svizzeri, la forza e la rudezza dei montanari come un effetto della loro fortunata condizione di gente libera. In tal modo Kordula, la ragazzotta bruna, si identific col pensiero pi nobile che l'uomo possa concepire: con l'idea della libert. Ed il mio cuore si riemp tanto di essa che mi era fatica reggerne il peso; ma  vero che  tanto pi facile vivere quanto pi il cuore  colmo.
Kordula, nonostante la sua onesta infatuazione patriottica, nutriva non poca venerazione per la gente di citt, venuta di lontano, dalle abitudini di vita pi raffinate; sicch la sua ammirazione per la mia persona era pressapoco altrettanto grande quanto quella ch'io nutrivo per lei. Fu questo che fece del nostro amore una vicenda cos gentile. I miei genitori trovarono che era un idillio graziosissimo e non ci ostacolarono affatto, non lasciando neppure indovinare quanto diletto ne provassero.
Una sera andammo in barca quando il sole stava per tramontare. Un treno pass sbuffando ed io provai una grande dolcezza nel vederlo allontanarsi senza doverci essere anch'io, il che pure, un giorno, sarebbe accaduto; soltanto non ora. Quando fu scomparso, il silenzio sembr pi profondo di prima. Il grigiore delle cime ghiacciate prese a poco a poco nella luce del sole un caldo colore di viola. Il lago era completamente liscio e sembrava mirare attorno a s, trattenendo il respiro, quella meraviglia. Mentre io provavo delle sensazioni vaghe e ineffabili, nell'animo di Kordula i sentimenti presero una forma ben definita ed ella cominci a declamare all'improvviso una poesia patriottica assai patetica che probabilmente aveva imparato a scuola.
Ne fui profondamente colpito. Mi colse una violenta disperazione di non essere uno svizzero anch'io, di non poter chiamare miei quei monti e quelle acque verdi tanto amate. Anch'io allora scrissi dei versi nei quali parlavo a Kordula e glieli diedi. Che li capisse o meno, certo vide che c'erano delle rime, e per lei fui dunque un poeta, ch tra buoni e cattivi poeti non sapeva ancora distinguere. Da quel momento mi consider con un rispetto ancora pi grande e soprattutto guardava volentieri i miei occhi. Un giorno le chiesi che cosa vi scorgesse ed ella rispose con un'immagine graziosissima: "Vedo i tuoi pensieri muoversi l dentro come tanti pesciolini guizzanti in un lago, tanti, tanti". Io mi feci rosso e mi vergognai; eppure mi sentivo orgoglioso e felice come non ero mai stato.
Alla fine dovemmo pur dirci addio e questo ci spezz il cuore. Ma il peggio venne quando fummo di nuovo a casa. L'uscire mi era venuto a noia e quando andavo a scuola tenevo gli occhi fissi caparbiamente a terra per non essere costretto a vedere le odiose case di pietra e l'orizzonte disadorno. Pi di tutto mi piaceva starmene in casa e l, nella mia inconsolabile nostalgia, non facevo che piangere, parendomi la maggiore beatitudine ch'io potessi immaginare una tomba nel Wallensee ai piedi delle cime frastagliate del Chur. Stavo proprio male e in fondo non avevo poi cos torto di piangere. Quando ci si allontana dalla natura, ci si allontana dal buono e dal bello e soprattutto dalla felicit. Avrei dovuto nascere su un'alpe e fare il pastorello: sarei ancora l adesso a cantare le mie canzoni, invece di asciugare qui in convento una lenta lagrima quando le sento riecheggiare dai monti nella mia stanza nuda.
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4.
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Non ho ancora parlato del mio bisnonno. Se, come pi tardi mi sono accorto, tutta la nostra famiglia non era di questo secolo, il mio bisnonno, Ferdinando Olethurm, nonno di mia madre, era addirittura lontanissimo dalla vivente generazione; poich era nato realmente in altri tempi dai nostri, quando ancora non si parlava di Germania nuova, di odio antifrancese, n della questione sociale. I suoi sentimenti patriottici erano unicamente per la sua citt natale anseatica che egli portava in cuore, quasi avesse contribuito con le proprie mani a edificarla. Quantunque sotto questo aspetto fosse un vero patrizio alla maniera antica, possedeva una mobilit di spirito cos singolare che nessuna idea nuova, per quanto remota dall'orizzonte intellettuale della sua giovinezza e della sua maturit, gli riusciva incomprensibile o addirittura indifferente. Quello che i giovani sentivano in lui di vivificante e benefico era che egli non si metteva mai a giudicare un fatto o un'idea da un punto di vista morale, come forse alcuni si sarebbero attesi da parte di un uomo cos vecchio e venerando. Se qualcuno gli andava a genio, avrebbe potuto benissimo rivelarsi inaspettatamente come brigante o pirata che il mio bisnonno avrebbe saputo trovargli una giustificazione, tanto grande era la sua sensibilit alla via del cuore; ch quello che nel mondo succede  sempre spiegabile in ultima analisi, anzi, dir, necessario. Ma quand'anche non fosse cos, Ferdinando Olethurm avrebbe potuto fare a meno di una spiegazione ed avrebbe continuato ad amare e a odiare schiettamente secondo l'impulso del suo cuore. In questo modo dava meno l'impressione di una illuminata saggezza che di un vigore giovanile inesauribile e di una indistruttibile originalit e con queste doti s'imponeva alle persone e le teneva sotto la sua influenza.
Per me e per Galeide aveva un vero trasporto; per lei un po' pi che per me, da un lato forse perch era una ragazza, ma poi anche perch con la sua grande dolcezza sapeva mostrarsi alle volte di una fermezza e di una tenacia ferrea che gli dovevano sembrar deliziose come una mandorla in un budino di semolina. Passava in genere per una bambina strana, quantunque non saprei dire da che cosa dipendesse. Tanto meno saprei dire perch tutti in casa nostra sentissero un bisogno imperioso della sua presenza, dato che capitava talvolta di non accorgerci di lei neppure se rimaneva con noi per pi di un'ora nella medesima stanza. I miei genitori non sapevano risolversi a metterla in collegio come si usa con le ragazze e decisero invece, per attenersi almeno in parte ai princip vigenti di educazione, di prendere in casa una signorina francese che insegnasse a Galeide la lingua degli odiati vicini, oggetto per altro di nascosta venerazione.
Fra le giovinette che risposero alla nostra richiesta una ve ne fu, di nome Lucile Leroy, nativa della Svizzera francese. Erano passati allora diversi anni dal mio primo soggiorno in Isvizzera, ma quel paese alpestre mi era sempre rimasto nella memoria bello e immacolato nella luce del sole, e mi piacque infinitamente che una fanciulla di quelle meravigliose contrade venisse nel nostro malinconico settentrione. I miei genitori avevano sempre voglia di qualche cosa che fosse fuor del comune e uno svizzero era per noi una rarit, come lo sono lass le ostriche nostrane o un petto d'oca della Pomerania. Quanto a Galeide, essa non disse quasi nulla, quantunque la cosa riguardasse proprio lei; parve per che le riuscisse poco gradita. Fu dunque deciso che questa Lucile sarebbe venuta a stare da noi e tutto and cos liscio che nemmeno dal pi piccolo indizio fu possibile accorgersi quanto questa scelta doveva riuscirci fatale. Ch insieme al piedino minuscolo della fanciulla il destino pos sulla nostra soglia liscia il suo piede di bronzo e, velato e terribile, si piant in mezzo alla nostra placida vita di Feaci. Non che da Lucile stessa emanasse un influsso malefico o che gi nei primissimi tempi si annunciasse qualche sciagura. L'accoglienza che i miei genitori le fecero fu di una affabilit cordiale quale non a molte ragazze di quella condizione viene offerta. Non tardammo per ad accorgerci, dal modo com'ella vi corrispose, che la meritava davvero. Intelligente e attiva com'era, non le riusciva difficile fare quanto da lei ci si attendeva; consapevole di questo, si comportava per il resto come una ospite gradita senza mettere alcuno a disagio, affettando un'umilt esagerata, accettando l'amicizia che le veniva offerta e ricambiandola con prove di fedelt e di vivissimo affetto. Era vivace, sapeva sempre discorrere di cose interessanti e discuterle in una maniera per noi insolita, che ai miei genitori piaceva molto, mettendosi per lo pi da quei punti di vista che noi eravamo usi di trascurare. Era cresciuta difatti in un ambiente e in circostanze affatto diversi dai nostri. Quelle molteplici influenze culturali che una grande citt offre e che noi inconsapevolmente avevamo assorbito, essa le andava inconsapevolmente e deliberatamente cercando, mentre trascurava invece e sottovalutava la natura; pi di tutto stimava quegli ingegni forniti di una cultura ricca e varia e cercava di farsene una con un ardore e un impegno che imponevano il rispetto. Tutto quello che trovava in casa nostra l'entusiasmava: le stanze alte e spaziose, distribuite pi secondo un fine di bellezza che di utilit, e tutto il nostro modo di vivere di cui si poteva dire all'incirca la stessa cosa. Ma per quanto ne fosse incantata, rimaneva pi di quanto potesse rendersi conto, fedele a se stessa, n mai le riusc di rompere intieramente la siepe che cingeva il ben coltivato orto della sua anima. Di conseguenza disapprovava parecchie cose di casa nostra e lo faceva con una franchezza che ai miei genitori tanto pi piaceva, in quanto non avevano bisogno di tenerne conto. Essi l'ascoltavano volentieri esporre con facondia eloquente i suoi princip e cominciarono persino a dolersi che a Galeide mancasse questo modo di esprimersi e di pensare. Galeide infatti parlava poco di princip, non avendone alcuno, o, se talvolta giudicava che una cosa fosse un bene oppure un male, o dichiarava che avrebbe fatto una data cosa, lo diceva con poche parole brusche, spesso servendosi di espressioni inaudite che certo, dette dalla sua dolce voce, suonavano meno sconcertanti che se le avesse usate un'altra ragazza. Comunque, questa sua consuetudine finiva per irritarmi.
Quantunque la simpatia che i nostri genitori dimostravano a quella creatura interessante e singolare la facesse soffrire, tuttavia essa non fece scontare a Lucile la sua gelosia;  un tratto fiero e dignitoso del suo carattere, questo, che non devo dimenticare. La differenza di cinque o sei anni di et fra le due ragazze si faceva notare relativamente poco. Ricordo che sovente veniva fatto di parlare a Galeide, che sotto molti aspetti era ancora un diavoletto, tutt'altro che ragionevole, come a una persona matura. Erano insieme come due sorelle, anzi c'era tra loro un'intimit assai maggiore di quanto tra sorelle di solito usi. Galeide si sforzava persino di assomigliare un pochino a Lucile e colmava questa estranea di tenere, affettuose dimostrazioni di simpatia. Lucile non ricambiava meno appassionatamente questo affetto, anzi in questo forse superava Galeide. Se qualche volta rimproveravo a mia sorella di non possedere abbastanza volont di esser buona, volont che io stesso, fra parentesi, non soltanto non avevo, ma consideravo allora indegna di un uomo, diceva: "Pu darsi che non l'abbia; ma perch dovrebbe averla? Galeide  buona. Tu sai come sia caratteristico del genio il non doversi conformare alle leggi esistenti;  lui che, in quanto agisce, impone le leggi al mondo. Galeide sar una creatura geniale ed  questo il segreto del suo fascino irresistibile". Questo giudizio mi parve enormemente esagerato.
Lucile ed io ci davamo del tu. Essa mi trattava sovente come un ragazzo, ma io allora mi ribellavo. E riuscii infatti a innalzarmi a un grado pi alto della sua stima, grazie alle mie letture e ad una certa vivacit del mio ingegno, che mi permettevano di esserle un avversario desiderato nelle discussioni intellettuali che prediligeva. Prima che arrivasse in casa nostra mi ero messo in mente, per quanto sarebbe stato uno scherzo di natura inconcepibile, che dovesse assomigliare alla Kordula del Wallensee e questa fantasia dava al mio animo una emozione piacevole, non ostante io cominciassi a seguire in amore delle strade assai diverse e meno edificanti. Ma presto mi consolai che Lucile non fosse Kordula, perch mi fece una certa impressione e perch mi sentivo lusingato che non si occupasse malvolentieri di me. La sua presenza mi era un freno opportuno, se non altro perch mi costringeva a evitare certe conseguenze della mia leggerezza. Quando rincasavo in un leggero stato di ubriachezza o in quella condizione d'animo depressa che segue le baldorie sfrenate della giovent, essa non si tratteneva dal manifestarmi aspramente la sua disapprovazione e la sua ripugnanza. Io reagivo,  vero, con una permalosit presuntuosa e scortese, ma tuttavia temevo questi contrasti e cercavo di evitarne l'occasione. Certo, nel fondo rimasi quel che ero; ch la sua influenza non era abbastanza forte. E come avrebbe potuto esserlo? Io cedevo a qualsiasi invito, sia al bene che al male, purch si esercitasse in una forma piacevole. Volevo essere un uomo di mondo ed ero uno sciocco; volevo essere uno che sa vivere e non appresi che un lento morire prima del tempo. Somigliavo al cane che specchiandosi nell'acqua vi scorge riflesso l'osso che tiene in bocca e per afferrarlo se lo lascia sfuggire e non lo trova pi.
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Sono impaziente e tuttavia tremo di veder farsi avanti nel corso dei miei ricordi l'ombra dell'uomo al quale pi che ad ogni altro si leg la mia anima. Parlo di mio cugino Ezard Ursleu, l'unica persona che sarei voluto essere, perch mi piaceva pi di me. Suo padre, mio zio Harre, era un medico rinomato nella nostra citt, ma se ben ricordo non esercitava pi la professione, tranne per alcune famiglie amiche delle quali era stato per anni medico curante. Per il resto, egli era assiduamente occupato nell'approfondirsi, e con successo, nella scienza medica e nel farla progredire; possedeva della sua specialit una conoscenza non comune e cos di molti altri rami del sapere, occupandosi, com'era tradizione della nostra famiglia, di molte cose che a rigor di termini non lo riguardavano. Non c' nulla, veramente, che possa non riguardare l'uomo intero, ma  della nostra condizione terrena che tale nessuno possa diventare, essendo che innumerevoli sono le ricchezze che la terra profonde, ma bassa e minuscola la ciotola che noi abbiamo per raccoglierle. Harre Ursleu era per altro pi giustificato della maggior parte degli uomini nel comportarsi in tal modo, perch comprendeva pi di loro e non gli si poteva rimproverare di aver delle cognizioni e non una cultura. L'ottima salute e il tenor di vita regolato gli permettevano di lavorare e di meditare per molte ore consecutive. Non era per un uomo sprofondato nei libri, anzi la sua intelligenza era cosa scintillante che spesso e ingiustamente si dubitava che fosse profonda; inoltre si godeva la vita anche pi di quanto ad alcuni moralisti sembrasse lecito. Ma se di costoro non faceva caso, ascoltava invece attentamente la sua natura e non intraprendeva mai pi di quanto non fosse in grado di sopportare senza arrecar danno a se stesso; avrebbe considerato un'onta mancare ad una seduta scientifica o trascurare un lavoro qualsiasi per un piacere materiale. Riusciva in tal modo una personalit notevole, modello simpatico alla giovent che in lui scorgeva riuniti due aspetti che le sembravano degni di essere imitati: l'uomo che nella sua professione si  distinto acquistandosi una certa fama e l'uomo che sa apprezzare e gustare le ghiottonerie della vita.
Suo figlio, quantunque non gli assomigliasse punto, era il suo pi nobile orgoglio. Doveva diventare qualcuno. E dove, se non nella vecchia citt anseatica, si offrivano prospettive migliori? Avrebbe potuto, esercitando una vasto commercio con i paesi d'oltre mare, dirigere il corso degli affari per la propria prosperit e quella della patria oppure godere, come membro del nostro governo, in una piccola cerchia, il prestigio di un sovrano.  noto che i patrizi di una repubblica aristocratica si credono spesso da pi dei re per grazia di Dio; e certo non senza ragione perch i sovrani del nostro tempo non discendono che da vassalli, mentre tra le famiglie delle antiche citt alcune si dicono con diritto oriunde da quelle che presso i conquistatori germanici erano genti libere. Mio zio, dopo aver ben ponderato e poi respinto altri progetti, stim pi opportuno far seguire a suo figlio gli studi di legge, poich per quella via sarebbe giunto pi rapidamente alle supreme cariche dello stato.
Non avevo ancora vent'anni quando Ezard torn dall'universit ed io per la prima volta con piena consapevolezza feci la sua conoscenza. Arriv proprio il giorno della confermazione di Galeide e prese parte al pranzo che si fece per festeggiarla. Presto l'attenzione si svi dalla vera eroina del giorno, che nell'abito nero a strascico appariva molto snella, pallida e imbronciata, per rivolgersi intieramente a lui. "Non  forse Odisseo che fa il suo ingresso tra i Feaci?", pensai. Perch cos mi raffiguravo l'eroe paziente, non recante sul volto le tracce delle sofferenze patite, ma piuttosto nell'aspetto dell'uomo che combatte e vince il destino. E non c' avversario come il destino che possa colmare di tanta soddisfazione e coscienza della propria forza, se riusciamo ad opporci vittoriosamente a lui. S, egli fece il suo ingresso con l'incedere e con l'atteggiamento di un vincitore. Si cominci, in sua presenza, a sentirsi al sicuro perch si era fiduciosi che egli sapesse superare tutte le contrariet della vita. Da che cosa dipendeva? Per essere un uomo non era alto; era snello, proporzionato. La sua bellezza aveva nobilt e misura e colpiva soprattutto perch era perfettamente fusa coll'espressione dell'anima; si poteva credere che il suo volto fosse reso bello unicamente dalla nobilt dell'espressione e, viceversa, che fosse soltanto l'esterna armonia dei lineamenti a dargli quell'espressione di intensa spiritualit.
Tutto questo io allora lo sentivo senza per altro ammetterlo apertamente, perch ero nell'et in cui si presume di s e soprattutto perch ero dotato e armato di troppo ingegno per accontentarmi nel mondo della parte dell'ammiratore e del satellite senza volerne rappresentare una propria. Mio cugino Ezard aveva l'ornamento di una modestia innata che ben si pu chiamare sorella gemella della bellezza; di quella bellezza, intendo, da cui traspare l'animo delicato che la riempie e la ravviva e si potrebbe paragonare ad un calice di vetro veneziano verde, che rivela la sua vera natura solo quando lo illumina l'oro intenso del pi nobile vino del Reno. Probabilmente non c'era mai stato alcuno che rifiutasse a mio cugino Ezard affetto e considerazione e perci egli non aveva motivo di essere vanitoso. Si dice che i pastori abbiano una maniera speciale di afferrare le loro pecore affinch si lascino tosare senza riluttanza. Ezard aveva questo piglio felice nel trattar le persone ed esse gli offrivano la parte migliore di s, a vantaggio suo e loro.
Presto si vide che Ezard provava un piacere particolare a stare con Lucile. Come quegli uomini di natura complessa che oltre alle qualit del proprio sesso ne posseggono anche talune del sesso femminile, egli ammirava soprattutto le donne che spiccano per indipendenza, originalit ed energia. Lucile, dal canto suo, rimase di colpo affascinata da Ezard. Ma lo nascose dietro a una ritrosia che non mancava di grazia, contraddicendo pi a lui che a chiunque altro e riuscendo a essere assai spiritosa e interessante. In tal modo eresse intorno a s, per cos dire, una muraglia che per l'energia giovanile e l'intraprendenza di lui non era che un nuovo incitamento a conquistar la fanciulla.
Allo zio Harre piaceva misurarsi con lei nelle discussioni. Essa lo ammirava: la sua intelligenza sempre viva, guizzante come una cascata che, appena sfiorata da un raggio di luce, lo rifrange nei colori dell'arcobaleno e giuoca con le gemme dai mille riflessi, l'abbagliava e la rapiva. Sovente lo spunto per queste discussioni era dato dalla religione. Lucile era cattolica per tradizione familiare. Questo offriva allo zio il pretesto di pungerla e di stuzzicarla su quelle che egli considerava aberrazioni mostruose del cattolicismo e che ad un parlatore abile non era difficile rappresentare come stravaganze assurde. Lucile ne era lieta perch le si offriva in tal modo l'occasione di difendere con perorazioni eloquenti la sua fede.
In queste occasioni Galeide si vergognava di non sentirsi inclinare n punto n poco verso alcuna delle due parti e volentieri avrebbe acceso la sacra fiammella della fede nel suo ingenuo cuore. Il bisnonno sosteneva di solito quel partito che gli sembrava pi debole, oppure ne creava lui per conto suo un terzo, esaltando le credenze buddistiche, o che so io, parsiche, come fonti di una saggezza ultraterrena.
Zio Harre assecond l'inclinazione di suo figlio finch la credette uno scherzo, ma lasciava capire che non avrebbe mai permesso che diventasse una cosa seria. Sposare un'istitutrice svizzera, non era questo che aveva desiderato per il suo figliuolo. Tuttavia questo pregiudizio si sarebbe anche potuto superare perch Harre Ursleu non era un volgare accaparratore di vantaggi materiali ed ancor meno un padre tanto barbaro da non concedere al suo figliuolo di vivere secondo le proprie inclinazioni. Ma Lucile non era donna da fargli una grande impressione. " intelligente, quella donnina", diceva di lei; "il suo ingegno ha i lampi di una stella fissa, ma io preferisco lo splendore calmo e fermo dei grandi pianeti. E poi mi domando: che modello potrebbe essere per uno scultore? Una Era? Ridicolo! Una Venere? Impossibile! Una Diana? Dio ne guardi! Per tutto questo  troppo piccina. Si potrebbe piuttosto pensarla come Minerva, se di nuovo le proporzioni minuscole non guastassero. Per essere una magnifica donna  troppo minuta e per una bambolina graziosa ha troppa intelligenza. In societ mi siedo vicino a lei volentieri, ma nella mia famiglia non la voglio".
Ezard non si lasci minimamente turbare dall'opinione di suo padre. Pu darsi che in Lucile gli piacesse qualcosa che anche zio Harre aveva e di cui questi perci non si accorgeva o che non apprezzava in altre persone. Egli la corteggi ed ella fu illuminata dal suo amore come da un fuoco di bengala e divent ancor pi graziosa, pi impetuosa, pi ardente. Le attenzioni amabili di Galeide cominciavano l dove Ezard doveva interrompere le sue e la felicit la portava come una grande onda porta la sua luccicante orgogliosa coroncina di spuma. Si viveva lietamente allora nella casa degli Ursleu; si andava su per la china del monte e ciascuno sentiva in s una tale riserva di energie che poteva spenderle senza pensarci.
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6.
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Mi sono per sempre disavvezzato a esprimere dei desider; sarei forse entrato in convento se volessi ancora desiderare qualcosa? So, perch m' toccato sovente di esserne spettatore, che chi desidera fa come uno che scrolla le mele da una pianta: il frutto gli casca sulla testa e lo ferisce a sangue. E tuttavia non posso vietarmi il desiderio nostalgico che torni ancora una volta il tempo degli studi, gli anni nei quali ci si sceglie lo stile in cui edificare la dimora della propria vita. Santo Iddio! Com'ero immaturo ed inesperto quando mi buttai alla cieca in questo assunto! Volont e lotta le consideravo sentimentalismi di tempi passati. Lavorare, pensavo,  schiavit e destino dell'inetto, come la patata  il cibo del povero. Mi lasciavo imporre soprattutto dalle persone che mangiano solo le punte degli asparagi e dell'ostrica soltanto la parte che vien via da s.  cos, mi dicevo, che bisogna imparare a gustare la vita: assaggiandone la parte prelibata per avere il piacere del buon sapore, non il peso della digestione. Ora, se avessi applicato questo principio al fatto reale da cui toglievo la mia immagine avrei perlomeno conquistato nella lotta della vita il trofeo di uno stomaco sano. E questa non riterrei cosa di poco conto. Ma proprio qui non mi accontentai di assaggiare e di toglier la schiuma, bens partecipai a tutti i banchetti con robusto appetito e qui soprattutto volli essere il primo: un'aspirazione, questa, che per uno studente di allora in nessun'altra direzione era tanto difficile da soddisfare. Volli essere anche un buon schermidore e dopo molto esercitarmi vi riuscii discretamente. Credo di non aver impiegato per nessun altro assunto lo studio e la costanza che dedicai ad apprendere l'uso della racchetta; e ci non feci con l'animo dei pii ginnasti del principio del secolo, onde irrobustire il corpo, che avrebbe combattuto un giorno per difendere la patria, bens per acquistarmi considerazione tra i compagni, dei quali neanche la decima parte sapeva giudicare del vero valore di un uomo, e, non occorre dirlo, non ne aveva in s neppure un briciolo.
Dei miei studi sarebbe giusto tacere perch tenevano occupata una piccolissima parte del mio tempo. Avevo scelto gli studi di legge soprattutto perch Ezard aveva fatto cos e perch coltivavo l'illusione assurda, certo senza averne la coscienza precisa, che - imitando all'ingrosso tutto quello che faceva - sarei riuscito senza sforzo a essere come lui.
Avevo anche degli amori. Ma nulla di cui possa ora rammentarmi con piacere. Tuttavia ogni tanto alcuni episodi mi sembrano non indegni di essere qui ricordati. Per quanto mi sia proposto di non percorrere una seconda volta questi sentieri della mia vita, ecco che or l'uno or l'altro mi alletta, con le sue piacevoli svolte che talora si perdono nell'ombra di un bosco, a seguirlo meditabondo. Non  forse con lo smarrirsi che si diventa saggi? Anche Sant'Agostino si scott nel fuoco prima di uscirne purificato. E quantunque non presuma di essere un santo, mi sembra tuttavia che la mia natura andasse alla ricerca dei piaceri biasimevoli non solamente per divertirsi, ma anche per educarsi al bene attraverso l'esperienza del male. In questo un giovane scapestrato che si d ai vizi si distingue dall'uomo dissoluto, meno inquieto ma pi volgare.
Viveva in una citt universitaria dove soggiornai per alcuni semestri, una venditrice di dolci e di bevande di ogni genere. Tra giovanotti era elegante aver goduto una volta i favori di questa ragazza. Perci gli studenti si facevano vedere volentieri nella sua bottega, quantunque sdegnassero le paste stantie che vi erano esposte. Le pagavano senza mangiarle e questo era pi elegante ancora. La ragazza aveva nome Giorgina ed aveva di caratteristico una pelle bianca e capelli rossastri. Per natura e per l'abitudine di starsene sempre seduta nella sua bottega era molto pigra e lenta nelle movenze e questo le impediva di apparire ordinaria. Io ne ero innamoratissimo, ma devo dire che la sua era una bellezza che s'incontra soltanto nelle fiabe o nei sogni. Quando si alzava in piedi in tutta la sua altezza e sollevava un poco le palpebre pesanti, muovendo appena le labbra carnose, ci si aspettava di sentirsi dire: "Io sono la regina dei mari ed ho un palazzo di madreperla e dei seggi di corallo: giura che mi sarai fedele e ti lascer venir con me". Portava la sua chioma splendente come si porta una corona, e in questa ogni perlina di vetro intagliato come un diamante inestimabile. Tutti sapevano che prodigava i suoi favori al maggiore offerente, ma non vi poneva mente quegli cui essa concedeva un bacio come se fosse un mendicante ed essa gli porgesse un obolo dalla sovrabbondanza delle sue ricchezze. Era pigra anche affettivamente e si lasciava amare come un cagnolino lascia che molte mani lo accarezzino. Prima o dopo era sempre la stessa. Aveva soprattutto un che di bell'animale o di un essere semiumano, di un'ondina con la coda di pesce. Ottenere da lei quei favori che essa concedeva a chiunque proprio non le spiacesse, non era un'arte. Ma di questo non sapevo che farmi. Avevo capito che nulla poteva acquistarmi maggior considerazione pi del possesso intiero e indiviso della Giorgina. A questo fine furono dunque rivolti tutti i miei pensieri e tutti i miei sforzi. Posso per dire che non ero mosso solo da ambizione; il mio cuore era a quel tempo abbastanza giovane ed incorrotto ancora per non saziarsi coi rifiuti degli altri. Non intendevo comperare la gatta nel sacco; non cercavo soltanto un corpo, volevo anche l'anima. Alla quale del resto non chiedevo altro se non che mi sapesse amare. Quest'anima la Giorgina l'aveva davvero, come di poi si vide. Era come la foglia del sommacco che bisogna stropicciare se si vuol sentirne il profumo; nessuno sino allora aveva provato a spremerne l'essenza.
Solevo parlarle dei miei genitori, di mia sorella e del nostro modo di vivere. Essa non ne capiva gran che, ma capiva per che io l'amavo, se non pi degli altri, almeno in maniera pi degna. E fu senza dubbio questo il motivo principale per cui essa a sua volta don a me pi di quanto non concedesse agli altri. La natura di un uomo non appare soltanto quando egli fa qualcosa di grande, ma altrettanto bene dal modo come egli entra in una stanza e dice buon giorno. Un uomo non triviale bacia e si lascia baciare diversamente da un uomo volgare e da questo probabilmente la Giorgina si era accorta di essersi impossessata di una preda rara, che non tutti i giorni le poteva capitare. Incominci dunque ad amarmi sempre di pi e a farsi inquieta e gelosa. Tanto disposte sono quasi tutte le creature a salire pi in alto, purch qualcuno tenga loro la scala. Per tal modo ella usc un po' fuor dal suo genere e perdette con la sua impassibilit anche un po' di quel suo splendido decoro da regina di un harem. Ma essendo io ormai perdutamente innamorato, questo non poteva pi deludermi, anzi rinvigoriva il mio sentimento.
Per farmi dunque piacere, conged tutti gli altri e divent inavvicinabile perch io volevo cos. Ma se questo mi procur la considerazione che cercavo, non manc d'altra parte di attirarmi degli inconvenienti spiacevoli. Era una vecchia abitudine vedere la bella Giorgina appoggiata alla sua sedia mescere limonate sorridendo placida dagli occhi chiari. Ma come avevano da comportarsi ora tutti quei giovanotti con questa bella creatura? A trascinarsi in ginocchio ai suoi piedi erano dispostissimi, ma di avere un briciolo di considerazione e di rispetto per un'anima che dal peggio passa al meglio non volevano sapere. Anzi, sentirono questo mutamento come una perfida offesa. La Giorgina per altro non vi bad e continu a deporre ai miei piedi cuori di uomini grondanti sangue, dono d'amore simile a quello d'un pellirossa che offre alla sua innamorata i crani degli europei scotennati. Io me ne compiacevo moltissimo e lei non meno. Trattava gli innamorati respinti con un dispregio maggiore di quanto, dati i precedenti, fosse giusto e consigliabile. Successe cos che un volgare farabutto si prese una vendetta diabolica e indegna, gettando su quel bel viso bianco dell'acido solforico e rovinando per sempre quell'opera stupenda della natura. Era uno strazio guardarla. La corona dei capelli d'oro raggiava su quel misero volto come il sole su un campo di battaglia devastato e fumante. Non solo non era pi bella; era orribile. Io piangevo, seduto vicino a lei, non altrimenti di un padre sul corpo straziato di una figlia perduta.
Ma la disgraziata Giorgina era completamente disfatta. Con le mani tremanti si scioglieva i capelli e se li premeva sugli occhi. "Oh, la mia bella faccia, la mia bella faccia!" gemeva; altre parole da lei non le ho udite. Essa le proferiva con tale angoscia e con un lamento cos supplichevole che ci si sentiva sconvolgere, quantunque esse si riferissero soltanto ad un pregio esteriore ed effimero. Ma si sentiva che aveva ragione se il cuore ora le si spezzava; poich ormai era del tutto abbandonata, nuda, disonorata e povera. Nel mio miserevole stato temevo che mi supplicasse di amarla come prima. Ma di questo non si sognava neppure, anzi mi respinse impetuosamente da s e non volle nemmeno accettare del denaro. Io non me lo lasciai dire due volte, e feci una lunga gita, per essere solo con i miei pensieri che mi sembravano molto profondi e importanti.
Frattanto la sciagurata si anneg. Aveva lasciato scritto a grandi caratteri irregolari su un pezzo di carta come ultimo desiderio che, quando fosse nella bara, le si coprisse la faccia con i capelli. Lo si fece e l'atto assurse a un significato simbolico; perch come ora quel manto d'oro nascondeva l'oltraggio fatto al suo volto, cos press'a poco, quando era viva, la sua bellezza aveva disteso le sue ali divine sopra la povera anima deforme, sicch le si era perdonato volentieri per amore di questa grande interceditrice.
La sua sventura singolare commosse tutti gli animi e al funerale le furono rese tutte le onoranze: era un omaggio inconsapevole alla natura onnipossente che rovescia la sua cornucopia dove le pare, secondo un piano che altro non  se non il suo capriccio; ma i capricci della natura sono legge.
Non so pi se cercassi di figurarmi di essere io l'eroe di quella triste avventura. Comunque ne riportai una malinconia profonda, parendomi che il destino mi guastasse ogni legittimo piacere e, come a Tantalo, mi mostrasse i frutti pi belli per sottrarli perfidamente alle mie mani protese per coglierli. La realt era ben diversa e la colpa tutta mia o piuttosto del miscuglio dei miei umori psichici. Vi sono tra gli uccelli le rondini dal volo irrequieto, le frullanti allodole, i batticoda che si posano or qua or l scodinzolando e le anitre traballanti e guazzanti. Il volo superbo e sicuro del falco che si avventa nell'aria come una freccia, coglie quello che gli giova e poi sta di nuovo immobile sopra la terra come se pendesse dal cielo con un filo d'oro, non a tutti  concesso.
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7.
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A casa raccontavo le mie avventure d'amore solo al bisnonno che mi incoraggiava a farlo lui stesso. Non  tuttavia da pensare che una brutta curiosit ne lo inducesse; ch quella che lo muoveva aveva tutt'altra origine e si sarebbe potuta dire piuttosto di natura morale. Egli era persuaso che da ogni vicenda amorosa l'animo uscisse fatto pi ricco, come il corpo si irrobustisce con la ginnastica e con l'esercizio delle proprie forze. Conoscendolo bene, ero solito dare ai miei racconti una cornice romantica e condirli di una quantit di osservazioni tratte dallo studio della vita dell'anima, quasi avessi amato pi per il gusto dell'indagine psicologica che per mio piacere. Non che inventassi tutto di sana pianta, ma queste osservazioni per lo pi si presentavano alla mia coscienza solo quand'ero seduto dirimpetto al bisnonno e raccontavo. Egli stesso possedeva una cos naturale conoscenza degli uomini e tanta perspicacia, che delle persone di cui era questione in quel momento sapeva dare i giudizi pi esatti e differenziati, come se le avesse praticate per lunghi anni.
Quand'ero via, mi scriveva intorno a quanto succedeva in casa delle lettere garbate, piene di spirito, nelle quali il suo carattere era ritratto fin nelle pieghe pi minute e recenti, come in una fotografia. Mi divertiva soprattutto osservare come in ognuna di esse si tradissero la sua principale simpatia ed antipatia e cio l'affetto sviscerato per Galeide e l'ostilit verso zio Harre. Perch zio Harre gli pareva un uomo non ben costruito, paragonabile press'a poco a un duomo gotico dell'epoca tarda che l'architetto poco scrupoloso, trascurando le regole dell'arte, ha fatto innalzare in forme troppo ardite perch possano reggersi ancora da sole. Con questo e altri detti, cercava di spiegare e di giustificare a se stesso la sua antipatia.
All'epoca di cui parlo lo crucciavano in modo particolare i rapporti che si andavano facendo sempre pi stretti fra mio cugino Ezard e Lucile Leroy; aveva infatti riserbato in cuor suo Ezard, al quale voleva molto bene, per mia sorella Galeide ed era persuaso che questo piano, nel quale si era ormai ostinato, fosse voluto dalla provvidenza e che lo si dovesse attuare ad ogni costo. Su questo punto, dunque, che Ezard non dovesse sposare Lucile, era d'accordo con zio Harre. Ma ad onta di ci proprio a questi attribuiva la colpa del fallire delle sue speranze, ch, per quanto sottile fosse la sua intelligenza, sempre i sentimenti avevano su di essa il sopravvento, traviandolo a contravvenire nella maniera pi bizzarra alla limpida logica dei fatti. Cos, per esempio, asseriva che era proprio stato zio Harre con le sue obiezioni ad un matrimonio con Lucile, inopportune e premature, a suggerirne a Ezard l'idea; anzi, a sentir lui, era stata la smania di fargli contrarre un'unione possibilmente vantaggiosa a suscitare nel figliuolo, che in questo naturalmente non lo poteva approvare, il desiderio di contraddirlo, cercandosi una moglie che null'altro gli portasse all'infuori di se stessa.
A dire il vero questa ostinazione non era nell'indole di Ezard il quale semplicemente credeva che l'ardente giovinetta svizzera dagli occhi scuri l'avrebbe reso felice. Galeide era ancora una bambina, e poi, perch amar proprio lei? Il bisnonno, pensando a Galeide, sorrideva e diceva che queste cose io non le potevo capire, che i fratelli sono sempre prevenuti e non sanno apprezzare nel giusto valore, oppure esagerano. " una cara bimba, piena d'innocenza", diceva; " un fiore. Sovente mi fa pensare a un bianco giglio sopra un alto stelo fragile, pieno di profumi deliziosi nel calice profondo. Vi far stupire tutti". Queste cose, o altre simili, mi diceva il bisnonno un giorno che mi ero trattenuto in casa - era l'epoca delle vacanze universitarie - e che nei nostri discorsi avevamo alluso, come spesso accadeva, all'amore di Ezard e Lucile. Di l a pochi giorni si fidanzarono. Il bisnonno era adiratissimo e accusava i miei genitori di aver favorito e reso possibile questo matrimonio, trascurando ignobilmente e spogliando dei suoi diritti la loro stessa creatura, la "piccola, buona Galeide", sin dal giorno che Lucile aveva messo piede in casa. La mia mammina non se la prese troppo a cuore per queste accuse e piuttosto si rallegr della predilezione del bisnonno per Galeide, accettandola come una garanzia delle sue belle qualit, dato che non a tutti allora era dato di accorgersene.
Ezard aveva una maniera garbata di rammaricarsi che il vecchio nonno fosse cos scontento di lui. "Ma", diceva, "non posso mica innamorarmi di Galeide per fargli piacere. Oltre a non saper come fare a mettermici, son sicuro che lei stessa non ne vorrebbe sentir parlare. Si vede benissimo che le sue rane e salamandre - di tali animali disgustosi teneva infatti pieno un gran vaso di vetro - le piacciono molto pi di me, ed io non posso trasformarmi in anfibio per amor del bisnonno". I miei genitori gli davano intieramente ragione, perch, non essendo usi di far progetti per l'avvenire, schiettamente si rallegravano della felicit dei due fidanzati che si era dischiusa nella loro dimora.
Lucile era una fidanzata graziosissima. Mi divertiva soprattutto lo sfavillio instancabile dei suoi grandi occhi splendenti. Aveva lo scilinguagnolo ancora pi sciolto, ma ora le accadeva anche di smarrirsi talvolta in un silenzio trasognato di cui prima in lei non ci si accorgeva. Col fidanzato si mostrava ora birichina e un po' schiva, ora piena di abbandono, piena di dolcezza e, al tempo stesso, capricciosa. Si vedeva benissimo che gli voleva un gran bene, ma pareva che si sforzasse di contenere le manifestazioni del suo sentimento, quasi a difesa della propria personalit.
Galeide tradiva con il suo fare malinconico quanto le fosse doloroso perdere Lucile; poich ora che non l'aveva pi per s sola le pareva che non ci fosse pi. Aveva un modo tutto suo di attirare a s con la forza della sua simpatia, simile a una potente calamita, le persone che le piacevano e a cui voleva bene e di volerle tutte per s. Si comportava con loro press'a poco com'era avvezza a comportarsi con le sue bestiole che amava e viziava fino al punto che esse non potevano pi vivere senza di lei e finivano col morire se essa le abbandonava. Non intendo fargliene un torto: era la sua natura ed essa agiva dietro l'impulso di un cuore irriflessivo e insaziabile. Certo, allora era ancora una bambina e per Lucile, la sua ultima preda, si era trovata una calamita pi potente. Lucile comunque, dissimile in questo da molte fidanzate sopraffatte e ipnotizzate dal loro amore, aveva conservato a mia sorella la tenerezza antica. Un giorno, in mia presenza, disse a Ezard: "Se fossi al tuo posto, avrei amato Galeide;  un bene che tu non sappia come sia delizioso baciarla". Ed era un bene davvero, poich Lucile non sarebbe stata a vedere con l'animo disposto ad una rinuncia cos magnanima, come dal suo posto sicuro si era figurata di poter fare.
Zio Harre cerc di mettere un ostacolo al poco gradito fidanzamento, esigendo da Lucile che si facesse protestante; sebbene egli stesso non si sarebbe fatto scrupolo di sposare una turca, ove gliene fosse venuta la voglia. Ezard, pur dichiarando di volersi conservar fedele a Lucile qualunque fosse la sua religione, cap tuttavia che per i bambini sarebbe stato meglio se avesse abiurato; forse si sentiva anche dolcemente tentato di metterla alla prova se fosse capace di fare per amor suo un grosso sacrificio. Fu uno stupore per tutti la prontezza con cui Lucile si dichiar disposta a questo passo. Pu darsi che il carattere razionalistico della confessione protestante le fosse congeniale; ma io avevo notato come in genere essa non fosse capace di mantenersi a lungo in una convinzione quando intorno a lei non vi era alcuno a condividerla. Mentre persisteva a difendere con molta eloquenza un determinato principio, questo, urtandosi nel principio contrario, inavvertibilmente si smussava al punto che se poi lo riprendeva in esame non lo riconosceva pi. Essa mantenne per sempre salva l'apparenza, persuasa lei stessa che un esame compiuto a lume di ragione l'avesse convinta che la dottrina protestante fosse la giusta, e che unicamente per questo avesse abiurato. In fondo voleva soltanto muoversi nelle stesse forme in cui Ezard viveva. Il bisnonno, che da un pezzo non la poteva pi soffrire, lasci cadere non senza malignit l'osservazione che era comprensibile come uno passasse dalla religione protestante alla cattolica, ma non il contrario. Lucile si fece rossa e disse animandosi: "Come l'umanit dal cattolicesimo  pervenuta al protestantesimo, cos anche per il singolo  questa la via giusta. Da una fede religiosa ancora puerile e non ragionata si progredisce attraverso l'indagine verso una conoscenza libera da pregiudizi e consapevole. A me sembra che il contrario rappresenti il regresso".
Durante questa discussione, Galeide si cullava in una poltrona verde a dondolo che stava in un angolo semibuio della stanza: "Ma cosa state a discutere?", disse mezz'addormentata " tanto semplice: si prende la religione del marito o della moglie per potersi sposare". "Piccola miscredente", esclam ridendo la mia mammina. "Non dirlo mai forte quando c' qualcuno. Tra persone colte bisogna avere una convinzione". "Ah, s?" rimand Galeide. "Per se volessi diventare un'ind non mi lascereste". Aveva, nel dir questo, un'aria cos amabilmente provocante che io compresi d'un tratto come uno potesse sentirsi tentato di afferrarla per il capo e di coprirla di baci.
Frattanto Ezard punzecchiava la sua fidanzata, ingenuamente ma sensatamente pensando che ella avesse abiurato prima di tutto per fargli piacere e dopo aver riflettuto che la differenza tra fede cattolica e protestante non  poi grande abbastanza per influenzare un Dio nel suo giudizio sugli uomini; e che solo in un secondo tempo avesse cercato di farlo apparire a se stessa e agli altri come la conseguenza di un pi approfondito giudizio per non compromettere la sua dignit di educatrice. Quando per s'avvide con quanta permalosit reagiva, si rattrist e le disse gentilmente: "Ebbene,  una fortuna allora che le tue convinzioni ti permettano di compiere un passo che riempie mio padre di gioia e di gratitudine".
Pu darsi che Lucile restasse mortificata dalla sua dolcezza perch all'improvviso manifest un'arrendevolezza spontanea che, data l'asprezza che in lei prevaleva, doveva avere qualche cosa di affascinante per colui cui ella la dimostrava. Cos dopo quel piccolo urto sembrarono pi innamorati e pi felici di prima.
Pi tardi il bisnonno mi disse: "Ascoltando Lucile parlare, si riesce a sapere molto bene cosa vorrebbe essere: una persona fuor del comune. Cosa ci sia in lei realmente forse lo si sapr pi tardi, forse anche mai, e questo nel caso che non ci sia un bel niente.  una cosa abbastanza frequente in chi vuol essere pi di quello che ".
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Lucile aveva la mamma e un fratello minore. Ad essi ella nascose la sua conversione al protestantesimo; evidentemente anche lei trovava che non era una bella cosa, perch non ebbe il coraggio di esporsi ai rimproveri della famiglia. Era deliziosa quando, mortificata di agire in modo cos poco conforme ai suoi princip, tentava debolmente e timidamente di scusarsi, senza per altro che alcuno di noi le rinfacciasse la sua incoerenza. Questa volta sola non fece alcun tentativo di trovar qualche nobile scusa al suo contegno.
Alcune settimane prima delle nozze, part dopo aver preso commiato con molte lagrime da Galeide che non doveva prendervi parte. Era stato deciso cos, non tanto perch Galeide andasse ancora a scuola - su questo punto i miei genitori erano indifferenti e talvolta si comportavano come se Galeide, la strana bimba, fosse venuta al mondo gi fornita di tutte quelle cognizioni che le altre persone devono apprendere faticosamente nel corso della loro vita - quanto perch si temeva che si emozionasse troppo; infatti gi quelle sue manifestazioni di dolore selvaggio per la perdita di Lucile non erano molto piaciute alla mia mammina che, probabilmente, ne era stata anche un poco gelosa. D'altra parte il bisnonno, il quale pretendeva che il viaggio fino in Svizzera per lui fosse troppo lungo, voleva tenere Galeide con s. Per conto mio, io sarei rimasto pi volentieri all'universit con i miei compagni, essendo purtroppo passati i tempi che alla parola Svizzera il mio cuore andava in visibilio; tuttavia, poich si trattava di Ezard, mostrai un interesse che, in fondo, altro non era che un sentimento di carit per quel migliore me stesso di allora.
La mamma di Lucile aveva una casetta graziosa e linda in mezzo a una regione piuttosto estesa di terra coltivata, dei cui prodotti viveva. Possedeva anche una piccola vigna nella quale lavorava assiduamente, ma non aveva punto l'aria di una contadina, secondo l'idea che ce ne facciamo noi. Aveva un fare disinvolto e oltre al francese parlava anche un poco il tedesco; non si sarebbe sentita a disagio neppure nella societ pi aristocratica. La mia mammina trov qui cibo abbondante per il suo animo facile agli entusiasmi e rivel di punto in bianco una gran passione per l'agricoltura, di cui non capiva assolutamente nulla. Si faceva accompagnare da madame Leroy dappertutto senza mai stancarsi e ci metteva di ottimo umore guidandoci a sua volta nelle stalle e nei campi e adoperando con aria d'importanza quei termini del mestiere che aveva udito in quel momento per la prima volta.
A me non rimase altro che occuparmi del giovinetto Gaspard. Costui poteva avere circa dodici anni, ma aveva un carattere cos posato e chiuso che di noi due sembrava il maggiore, il che io nel mio dispetto interpretai come presunzione dovuta all'impronta lasciata dalla sua origine contadina. Non parlava il tedesco perch lo trovava troppo brutto. Ora io ero persuaso ch'egli non ne sarebbe mai stato capace, quand'anche fosse tutta musica e melodia pura ma, come siam fatti noi tedeschi, mi lasciai incutere soggezione dal suo buon francese, che per altro non era merito suo, e questo accrebbe la mia antipatia. Tra di me lo chiamavo soltanto "Kasper" per avvilirlo ai miei occhi. Quantunque si fosse proposto di prendere la via degli studi, s'intendeva parecchio di agricoltura e, a sentir sua madre, era gran coltivatore e amante dei fiori. Delle due cose ero disposto ad ammettere tutt'al pi la prima. Madame Leroy mi aveva permesso di cogliere tutte le rose che volevo ed io ne approfittai, avendole sempre amate pi di ogni altra cosa per quella celeste sovrabbondanza di forma, di colore e di profumo che esse dispensano.
Per altro Gaspard ebbe l'ardire di proibirmi di cogliere da alcuni cespi, che a sentir lui erano suoi, dei boccioli che aveva destinato ad un mazzo di nozze per sua sorella. Uno di questi boccioli fioriva proprio sotto la sua finestra; la vigilia delle nozze, passando di l e avendo scorto Gaspard dietro ai vetri chiusi, fui tentato di farlo indispettire e, fissandolo, allungai la mano verso la rosa col gesto di volerla cogliere. Nel medesimo istante quello sciagurato sfond il vetro col pugno e colse con la mano sanguinante il bocciolo prima che potessi farlo io, dato che ne avessi avuta l'intenzione. La vista del sangue che scorreva mi emozion troppo perch mi mettessi a ridere del Kasper; in fondo ero spaventato e in tono irritato di rimprovero gli dissi che avevo voluto soltanto burlarmi di lui. Egli non rispose nulla, tolse il vetro rotto e si fasci la ferita. Sua madre chiese poi della finestra, ma avendo egli detto che il vetro si era rotto per colpa sua, non fece altre domande e gli lasci la cura di sostituirlo. Io trovai che era una debolezza e un errore non avergli somministrato una buona dose di botte. Sembrava per altro aver ricevuto un'educazione severa e metodica perch era cos ordinato, puntuale, diligente, in breve cos pieno di virt che mi disgustava. Spesso contemplavo con particolare ripugnanza le sue mani innegabilmente graziose, con qualche cosa ancora di goffo e di infantile, ma che rivelavano nella loro fattura una forza indomabile. Mi era proprio odioso. Ezard aveva per lui una predilezione spiccata e questo accrebbe non di poco la mia irritazione, quantunque cercassi di persuadermi che il monello dovesse questa simpatia soltanto alla sua parentela con Lucile. Quest'ultima, che in casa nostra avevo sempre veduto pronta a censurare, saccente e sicura del fatto suo, sembrava non trovar gran che da ridire sul conto di quel bel tomo di suo fratello; s'informava anzi di tutto quel che faceva e dei suoi progetti per l'avvenire, come se il maggiore per et ed esperienza fosse lui: insomma, lo trattava pi di me come un suo pari. Se poi lo coglieva nell'atto di assolvere le pratiche religiose, in cui metteva la stessa pedanteria che nel coltivare i suoi fiori, una timidezza penosa s'impadroniva di lei, ed io mi dicevo che quel demonio l'avrebbe picchiata con i suoi pugni massicci se avesse saputo che era un'apostata.
Le nozze furono celebrate nella chiesetta del paese. Mentre il nostro corteo faceva, composto e solenne, il suo ingresso nel tempio, mi sopraffece il sentimento angoscioso che stavamo recitando una commedia, poich nessuno degli sposi professava la religione cattolica. Dei miei genitori sapevo benissimo che non ci pensavano affatto; la bella personalit di Ezard sembrava a suo posto in qualunque luogo sacro, fosse esso un tempio greco a colonne, un bosco sacro germanico o la cappella affrescata dedicata ad un santo, e sono convinto che nessuno dei presenti fosse quel giorno come lui informato di vera piet, quantunque non professasse alcuna religione positiva; del tutto incomprensibile m'era soltanto Lucile, con la sua ostinazione nel distinguere un Dio protestante da un Dio cattolico e che ora pur ne tradiva uno. Si vedeva per benissimo che, in fondo, tutti gli Dei cristiani e pagani le erano indifferenti accanto al suo idolo e dovetti sorridere tra me pensando che la piccola sofista avrebbe ben saputo giustificarsi davanti al suo padre celeste.
Mancandomi una compagnia piacevole, mi attenni alla parte dell'osservatore, deciso a non risparmiare le mie critiche ad alcuno, visto che in quell'ambiente avevo trovato cos poca comprensione per la mia persona. Mi dicevo che quella era gente contadina e che ci spiegava tutto. Il contadino discende da progenitori schiavi e ancor oggi serve in schiavit la severa madre Terra. Egli considera la vita come un dovere che bisogna compiere con seriet. Non sa far differenza tra fortuna e presunzione sacrilega e, diffidente, giudica degli sciocchi e dei buoni a nulla quegli uomini lieti che alzano ridendo il capo fino a toccare i cieli d'oro; seppure, volendo mescolarsi con loro, e farsi a loro simile, non finisce col perder se stesso senza per altro riuscire a raggiungerli. Lucile mi sembrava appartenere a questo tipo di persone, suo fratello a quell'altro. L'unica cosa che non riuscivo a spiegarmi era che la mia bella mammina si sentisse cos a suo agio e come in casa sua in questo ambiente. Difatti, mentre il giorno dopo le nozze noialtri prendemmo commiato, ella prefer rimanere ancora ospite per un certo tempo. Se ne stava tutto il giorno seduta sotto il pergolato di vite e di rose, in una cornice che sembrava fatta apposta per lei: come se proprio l ella fosse sbocciata dal suolo. Madame Leroy, e suo figlio Gaspard non meno, la trattavano come una meravigliosa pianta dei tropici che si fosse smarrita nei loro campi di spelta; e per l'inutile bellezza di tale pianta si mostravano tanto indulgenti da sembrar perfino compiacersene. Me la vedo ancora davanti, la mia mammina, seduta sotto una pergola che gi prendeva i colori dell'autunno, col grembo ricolmo di frutti e i grappoli turgidi che le pendevano sopra il capo ricciuto, affondare adagio i denti bianchi e forti nella buccia vellutata e purpurea di una pesca matura, assaporandone pi il profumo che il sapore. Fu in questo atteggiamento che la vidi quando presi commiato da lei. Ella mi trattenne e voleva riempirmi le tasche dei suoi frutti, ma io mi schermii ridendo e le mele gialle e rosse, le prugne e le albicocche rotolarono ai nostri piedi.
In quell'istante giurai a me stesso che la mamma doveva restare sempre cos bella e felice; che, almeno per colpa mia, mai un cruccio doveva sfiorare quel volto fiorente. Ma il giorno dopo l'avevo gi dimenticato.
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Continuai dunque a passare da un'universit all'altra e l'idea che mi facevo della giurisprudenza era sempre quella di una medicina che a un certo punto bisogna inghiottire, ma che si avvolge in un'ostia perch scivoli gi pi facilmente (sebbene in questo modo riesca meno efficace). Poich ero un Ursleu, mi andavo dicendo, sarei pur riuscito un giorno a qualcosa; non bastava fare come al paese di cuccagna, dove i piccioni arrostiti ti volano in bocca appena tu la spalanchi? Pensavo che avrei fatto brutta figura se mi fossi messo a lavorare sul serio. Mi sentivo a disagio soltanto quando mio padre mi scriveva che gli affari non andavano bene e che bisognava spender meno e studiare di pi. Mio padre sapeva metter nelle sue frasi un pathos che mi emozionava fortemente e mi strappava promesse e progetti ammirevoli. Ma poi continuavo come prima a sciupar denaro per gli scopi pi insensati e biasimevoli, riuscendo per giunta a vedere questa mia prodigalit sotto una luce poetica e a provar di me stesso un non piccolo compiacimento.  pur vero che nel mio intimo mi sentivo profondamente infelice e che, appena mi fermavo un momento a prender fiato e cercavo di raccapezzarmi, un terribile scoramento s'impadroniva di me, sicch spesso mi pareva di dover battere i denti per il gelo che avevo in cuore. Ma non per questo incominciavo una vita diversa. Non avevo neppure la costanza di leggere un bel libro, mentre da ragazzo avevo mostrato per la lettura una passione precoce, non scevra da intelligenza. Tenevo il broncio al destino perch non aveva messo a mia disposizione ricchezze maggiori, attribuendo alla mancanza di queste tutta la mia miseria morale. Non mi pass mai per la mente di mettermi a lavorare con letizia e di fare economia; eppure era in fondo la consapevolezza interiore che questo fosse mio dovere e insieme la coscienza della mia incapacit a compierlo, che mi rendevano tanto infelice.
Frattanto mio padre lavorava senza posa onde procurarci i mezzi per continuare la nostra vita comoda; ma ormai i suoi sforzi non avevano pi il potere di salvarci. Di questo mi sarei potuto accorgere benissimo, per quanto poco m'intendessi di affari, se non fossi stato sempre troppo corrivo ad assecondarlo nello studio di nasconderci il vero stato delle cose, invece di portare la mia simpatia un sollievo al suo cuore oppresso da taciute ansiet.
Riuscii a superare l'esame entro il termine prescritto, non proprio gloriosamente, ma tuttavia con onore e cos, dopo quattro anni di assenza, tornai nella mia citt natale a seguirvi il corso regolare della mia carriera, da principio come praticante nei tribunali.
Trovai che in casa nostra, a seguito del progressivo peggioramento della situazione economica, tutto era radicalmente mutato. La mamma faceva la figura di una statua di divinit greca in un tempio pagano deserto, al tempo dell'ascesa del cristianesimo. Non si lamentava ed era bella e serena come al solito; tuttavia la sua vista riempiva il cuore di amarezza ed io me la sarei voluta prendere e portare lontano in una bella isola lussureggiante dell'Oceano Pacifico, o anche solamente in terra latina, sotto quella pergola carica di grappoli. Le stanze alte e spaziose, dove un tempo aveva regnato un'atmosfera di giocondit e di festa, piena di voci allegre, sarebbero ora diventate la reggia del silenzio se non ci fossero stati il bisnonno e Galeide. Di tutti, quello che durante la mia assenza era meno cambiato era il bisnonno, mentre Galeide era mutata pi degli altri. Era ad attendermi alla stazione quando arrivai. Affacciandomi al finestrino l'intravvidi un momento senza raccapezzarmi chi fosse e pensai: ma chi  quella bella ragazza? Quando poi riconobbi che era Galeide non la trovai pi bella e del resto non lo era. Come mai si facesse tanto caso di lei,  difficile dire. Quando non c'era, subito era una domanda sola: Dov' Galeide? Dov' la bimba? E mio padre si comportava come se fosse successa una disgrazia. Questo portava in casa disagio e agitazione ed era il motivo per cui anch'io desideravo ardentemente la sua presenza: affinch gli altri almeno fossero contenti.
Quando non stava con noi era quasi sempre dal bisnonno o da Lucile. Il bisnonno, che in vita sua aveva sempre disposto di quanti mezzi gli occorrevano, aveva orrore del denaro e nello stesso tempo disprezzava tutte quelle persone che faticano per guadagnarselo, che lo idolatrano, che lo ostentano o che non ne hanno, in breve tutti quelli che lasciano capire o che devono per forza lasciar capire di non ignorarne l'esistenza. Non ricordo di averlo sentito parlare di soldi senza un motivo molto serio. Ora, siccome mio padre era venuto a trovarsi nella situazione di dover continuamente pensare ai denari, la sua compagnia gli era venuta a noia, sicch evitava di entrare nelle stanze dei miei genitori, quantunque li amasse con tutta l'anima e fosse disposto ad aiutarli fino alla rinuncia di ogni cosa sua. E poich verso zio Harre nutriva sempre la stessa antipatia, e di vedere Ezard assieme a Lucile non aveva piacere, non gli era rimasta altra compagnia che quella di Galeide e cercava continuamente dei pretesti per chiamarla presso di s, sebbene non mancasse poi quasi mai di ammonirla a non trascurare i genitori per causa sua.
A Galeide piaceva pi di tutto stare in casa di Ezard, e notai come l fosse diversa che da noi. Certo l tutto era diverso da casa nostra e questo, per quanto mi  dato giudicare, era effetto della personalit di Ezard. Questi, per quanto sotto molti aspetti un vero Ursleu, rappresentava tuttavia un tipo sostanzialmente diverso. Come l'aggiunta di un solo atomo pu modificare radicalmente un corpo, cos egli divergeva da noi forse solo per un nulla impercettibile, che tuttavia nei risultati importava moltissimo. Come la sua bellezza fisica consisteva nella compiuta armonia di tutti i particolari, cos era della sua fisionomia morale; se non era originale fino a uscire dall'ordinario e non era una personalit significativa come non pochi della nostra famiglia, era in compenso pi pacato, pi energico e pi sicuro. Era capitato talvolta che un Ursleu facesse improvvisamente fortuna e poi, cedendo all'invito di rischiose avventure, la perdesse di nuovo. Qualcosa di analogo, ma non proprio la stessa cosa, sarebbe potuta succedere a Ezard. Anch'egli si cimentava in imprese ardimentose e difficili, ma le sue mani dal piglio forte e sicuro sapevano ricavarne a poco a poco qualche cosa di concreto. Lo si sarebbe potuto chiamare il figlio della felicit, non il prediletto viziato della Fortuna. Erano queste sue qualit che davano un'impronta alla sua casa, non tanto quelle di Lucile che aveva una natura pi debole. Questo potrebbe sorprendere, dato che per la sua vivacit ella si faceva molto pi notare di lui, ma io mi ero accorto al mio ritorno che ella aveva perduto alquanto della sua personalit. Si scioglieva tutta in Ezard; non era pi in grado di restar fedele a se stessa. Ci suole accadere quando le ragazze si comportano, di fronte all'uomo innamorato, come fortezze e ritirano tutti i ponti, appostano alle feritoie le bocche dei cannoni, nel presentimento di non potersi arrendere senza perder se stesse. Quando poi le mura sono conquistate d'assalto, la guarnigione  morta di fame e le chiavi vengon consegnate al vincitore, la fortezza di per s non rappresenta pi niente; cos lo storico interrompe la narrazione dei fatti della citt di Rottweil dal momento in cui cessa di essere citt libera e d'ora in avanti bisogna andarla a cercare nella storia del Wrttemberg. Invece altre citt vi furono, coraggiose e potenti, che vennero a patti coi vincitori e concessero loro una joyeuse entre; dove vessilli e ghirlande, cittadini e cittadine vestiti a festa diedero loro il benvenuto ed essi si cavarono il cappello e si reputarono onorati.
Lucile ormai non aveva quasi pi altre opinioni che quelle di Ezard il che non escludeva che sovente non vi fossero tra loro dei grandi dissensi. Lucile era solita allora lamentarsene con Galeide, che dava ragione ora all'uno, ora all'altra, secondo quello che le pareva giusto e per lo pi riusciva a riconciliarli in fretta senza far di suo alcunch di speciale; solo, a sentir Lucile, quando c'era lei tutto andava meglio. A Lucile piaceva invitar gente perch aveva il dono di intrattenere, sicch in societ si era presto acquistata delle simpatie. Ezard non ci prendeva molto gusto; avrebbe anche preferito evitare tante spese inutili, se non altro per riguardo alla situazione difficile di mio padre di cui era al corrente; ma per bont non le rifiutava nulla di quanto desiderasse, a meno che fossero cose del tutto irragionevoli. Della sua passione era rimasta solo una grande amorevolezza e un sentimento di doverosa protezione per la donna a cui si era legato.
In un punto solo Lucile era rimasta quella di prima e cio nella sua perseveranza a giudicare le persone alla stregua dei suoi austeri princip, restando tacitamente sottinteso che ella stessa li osservava. Le mancava quella pieghevolezza interiore con la quale ci si introduce nella dimora spirituale di un'altra persona e la si visita tutta, sino a conoscerla perfettamente; di conseguenza esigeva dagli altri cose che erano completamente al di fuori della loro portata ed in questo non risparmiava neppure Ezard. Custodiva infatti in s un'immagine ideale di lui con la quale bisognava che egli assolutamente si identificasse, e non pensava che tutto l'amore non vale un fico secco se non si  amati cos come si  fatti; altrimenti basterebbe amare un fantoccio e non ci sarebbe bisogno di un uomo. Il suo biasimo pi frequente era rivolto ai miei genitori perch non cercavano di dirigere con pi energia il corso dei loro affari e non avevano il coraggio di mutare il loro tenore di vita con un altro pi modesto. In questo aveva certamente ragione, ma lo diceva con un'asprezza e una mancanza di carit che mi ferivano profondamente, tanto pi ch'io amavo i miei genitori con un sentimento cavalleresco, pi facile, se vogliamo, del consiglio e dell'aiuto e mi piantavo con la spada sguainata davanti al loro nome, pronto a difenderne l'integrit contro qualunque denigratore. Verso Galeide invece era sempre piena di affetto e di delicatezza.
"Senti, cara", le disse un giorno che noi due fratelli eravamo da lei; "quantunque tu sia piuttosto nata per essere imperatrice di Costantinopoli, non sarebbe una bella cosa, visto e considerato che il destino  cieco, che tu pensassi alla probabilit di dover provvedere un giorno a te stessa? Cosa ne diresti di frequentare una scuola normale? Mi sembri pi fatta per le fatiche intellettuali che non per i lavori domestici". Galeide fece un viso lungo lungo "Non voglio mica essere imperatrice di Costantinopoli" disse; "ma far la maestra non posso; sarebbe la mia morte".
Ezard, con la sua calma disse:
"Non capisco perch. Trovo che Lucile ha perfettamente ragione. Non hai ancora provato e non sai cosa sia. Sei una piccola Valchiria e non mi hai proprio l'aria che una cos lieve disgrazia ti possa far morire".
Allora Galeide scatt:
"S, tu che sei un uomo e hai potuto fare quello che volevi, fai presto a parlare. A noi restano gli scarti, quelli che per voi son mestieri troppo umili. Ma poi, anche se far la maestra o l'istitutrice fosse la cosa pi gloriosa di questo mondo, quello che conta  che io non ne ho nessuna voglia. Preferirei molto di pi fare il domatore di bestie feroci o il marinaio".
Dicendo questo, aveva buttato un po' all'indietro la testa che portava su un bel collo slanciato e gettato a Ezard un'occhiata fiera, quasi sprezzante. In quel momento, bisogna proprio che lo dica, era bella e coraggiosa, quantunque quello che aveva detto fosse piuttosto sciocco.
Ezard replic che in ogni professione quello che d soddisfazione  l'attivit che si svolge; nessuna ha in s un valore superiore a quello di un'altra; ma bisogna della propria professione saper far qualche cosa e non che avvenga l'opposto. E Galeide nel medesimo tono altero di prima:
"Allora non capisco perch tu abbia detto una volta a Ludolf che era un peccato che i mezzi di suo padre non gli permettessero di diventare uno scrittore e perch un'altra volta tu abbia detto che se potessi scegliere ora faresti lo scienziato o l'agricoltore".
A Ezard scapp da ridere e disse:
" vero, ma vedi che anche come procuratore faccio la mia vita ed ho l'aria discretamente contenta, quantunque pensi sovente alle meraviglie marine, ormai perdute, che avrei potuto scoprire".
Allora Galeide divertita:
"E questo ti riesce certamente pi facile, che se tu fossi il precettore di sei o sette monelli maleducati".
Notai che Ezard, dopo questa conversazione, si era fatto pensieroso e ricordandomi degli antichi progetti del bisnonno fui indotto a riflettere se, per avventura, mia sorella e mio cugino non fossero fatti davvero l'uno per l'altro. Per altro, un giorno che Galeide non c'era, Ezard disse che comunque era bene che Galeide si mettesse a studiare da maestra; quantunque in caso di bisogno di tutto cuore, com'era logico, avrebbe provveduto per lei, tuttavia non voleva trovarsi nella necessit di imporle per cos dire un beneficio che la avrebbe resa infelice. Non avendo per lui troppa simpatia, avrebbe cominciato a odiarlo se fosse costretta a lasciarsi beneficare da lui.
"Che idea", disse Lucile, "che non abbia simpatia per te. Siete ben curiosi! Andreste cos bene insieme, tu, l'uomo pi straordinario, lei la donna pi straordinaria che io conosca. Certo, non dovresti volerle bene proprio come a me; almeno per ora. Ma quando sar morta la sposerai e sarai tanto felice, come speravi di diventarlo quand'eravamo fidanzati".
Questa idea malinconica le era venuta certo in modo inatteso e improvviso perch i suoi occhi avevano una espressione attonita e spaurita e le labbra le tremavano. Ezard l'abbracci con un moto spontaneo e le asciug i lagrimoni col fazzoletto; rideva nello stesso tempo di gusto dell'insinuazione a proposito di Galeide, sicch si vedeva bene quanto ella gli fosse indifferente. Ed io lo capivo benissimo.
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10.
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Ripensando alla discussione fra Ezard e Galeide riferita poc'anzi, mi vengono in mente le attuali aspirazioni delle donne ad una parit di diritti con l'uomo ed il loro desiderio di formarsi una personalit a nessun altro fine che quello di averne una. Per un certo attaccamento che mi era rimasto alla Svizzera, avevo passato un semestre a Zurigo dove alle donne era stato concesso di frequentare l'universit insieme con gli uomini. A me sembrava questo un grossolano pervertimento del buon gusto ed ero disposto a credere sul conto delle ragazze che vi avrei incontrato le cose pi orribili. Ora, un rapido sguardo dato all'intorno mi dimostr esservi anche l come altrove creature femminili graziose e brutte, intelligenti e sciocche, esaltate e di buon senso, e, in genere, pi fresche e sapide di quanto non siano le donne cresciute in casa. Nondimeno continuavo a disapprovare per partito preso queste ragazze ed evitavo con ogni cura di lasciarmi sorprendere a parlare con una di esse.
Un giorno andai a sentire per curiosit la lezione di un professore che teneva un corso su un argomento difficile di filosofia. Nelle file degli uditori notai una giovanetta che, ad onta dei miei pregiudizi, mi parve singolarmente graziosa: un bel tipo slavo, il viso di un ovale molto pallido, incorniciato da riccioli corti e nerissimi. Gli occhi appassionati e tristi non si staccavano dalle labbra del professore ed io non potei trattenermi dall'ammirare quella giovane creatura che con tanta diligenza e comprensione beveva quei concetti aridi e astrusi. Cominciai allora a frequentare regolarmente quelle lezioni, ma solo per deliziarmi della vista di quella fanciulla perch sono sempre stato, tanto pi allora, troppo pigro intellettualmente e troppo innamorato della bellezza per sprofondarmi in astratti filosofemi. Quella bellezza malinconica unita ad una cos acuta intelligenza mi affascin ed io presi la risoluzione di fare la conoscenza della ragazza forestiera, il che non presentava alcuna difficolt. Ella si comport con finezza e cortesia e mi tratt subito con molta familiarit. Si chiamava Vera ed aveva un cognome russo lungo e difficile. La mia incapacit a pronunciarlo bene mi offr il pretesto di chiamarla signorina Vera ed ella sorridendo lo concesse. Cominciai dapprima a parlarle degli argomenti trattati nelle lezioni, ma a questo punto ella mi spieg subito che non le frequentava per amore della filosofia, ma solo per sentir parlare tedesco, lingua che non possedeva ancora perfettamente. Aveva udito dire che il professore in questione parlava un ottimo tedesco e andava perci a tutte le sue lezioni. Lungi dal sentirmi deluso, giubilai pensando che l'istinto mi aveva messo sulla strada giusta, avendo io a che fare non con una dotta giovinetta, ma con una fanciulla ingenua e diligente e che solo cos si spiegava il segreto della sua commovente bellezza. Poich ora mi interessavo pi di prima alla condizione degli studenti russi, feci ancor pi attenzione a quanto di essi si diceva e fra l'altro al racconto che si ripeteva sovente della povert di questi infelici che si procuravano le gioie del sapere a furia di privazioni, come i bravi umanisti tedeschi del Cinquecento. D'un tratto mi venne il sospetto che il pallore esangue del visino amato potesse provenire da un'alimentazione insufficiente e, ben sapendo come sarebbe stato meschino il mio atteggiamento in una circostanza come quella, decisi di non permettere che questo durasse neanche un giorno di pi. L'espediente pi delicato per venirle in aiuto mi parve quello di invitarla a delle passeggiate sul monte vicino, durante le quali sarebbe stato naturale entrare in un caff a prender qualcosa. Il mio piano riusc oltre ogni speranza. Vera mi segu docilmente ed era cos debole e poco avvezza a camminare che presto chiese di riposarsi; mi indic persino in qual luogo avremmo potuto meglio trovare di che rifocillarci. Era una casa accogliente, sita in mezzo a vigneti e cinta di pioppi, donde si godeva la vista della citt laboriosa, dai fumanti comignoli che si stendeva sotto di noi e si perdeva in lontananza, mentre in fondo, verso oriente, si intravvedeva il profilo dentato, grigio argenteo, delle Alpi. Ordinai del vino e pane con formaggio; di pi non osai.
Gli occhi di Vera splendevano. Durante la merenda parve rivivere e cominci a chiacchierare con molta vivacit di tutto quanto mi poteva interessare: dei suoi genitori, della sua patria, delle condizioni di laggi, dei nichilisti e degli anarchici. Sulle prime si stup che non fossi anarchico anch'io, ma come io ebbi confessato, in uno slancio del mio cuore amante, che nella barbarie russa non avrei tardato a diventare uno dei pi accesi, si rasseren e parve tranquillizzata sulle mie qualit morali. Col pretesto di un appetito insaziabile feci portare dell'altro pane e formaggio ed ella ne prese ancora un poco. Infine, per, alzando timidamente gli occhi pensosi, disse che siccome il formaggio era tanto buono ne avrebbe portato volentieri un poco ad un'amica malata, sua compagna di stanza. Capii subito che voleva farsene una cena e, senza tradire con la fisionomia quanto poco stimassi le virt terapeutiche del formaggio, l'aiutai a fare un discreto cartoccio con gli abbondanti avanzi del nostro pasto.
Col ripetersi delle passeggiate le sue condizioni fisiche cominciarono sensibilmente a migliorare ed era delizioso vedere come un tenero color di rosa le invadesse a poco a poco le guance; come quando sul finir dell'estate l'erica in fiore spande sulla landa arida un'onda purpurea o come quel leggero e trasparente rossore del sangue che dovette annunciare nella donna marmorea di Pigmalione il destarsi della vita.
Anche i miei sentimenti dovevano avere una certa analogia con quelli di Pigmalione, in quanto io mi consideravo l'autore di quel delizioso fenomeno e ingenuamente credevo di aver diritto ad una ricompensa di amore dalla fanciulla risuscitata. Con l'avvicinarsi della fine del semestre capii che bisognava dare ai miei sentimenti un'espressione pi concreta, tanto pi che ella fino allora non aveva voluto capire le mute allusioni dei miei sguardi e della mia fisionomia. Per aver tempo sufficiente davanti a me, guidai dunque la mia Vera ad una meta pi lontana del solito, un posticino ameno sulla riva del lago dove si poteva nei giorni feriali starsene seduti sotto i grandi tigli senza essere disturbati. Bevemmo il vino del luogo, lieto e frizzante, e i nostri sguardi si smarrirono dietro il movimento lieve e regolare dell'acqua. Di nuovo rimandai la mia dichiarazione perch mi sembrava peccato turbare la pace del paesaggio assopito. Non si udiva che lo schiumeggiare dell'acqua al passaggio dei battelli e il suo gorgoglio intorno alla chiglia delle barche che ci passavano davanti. Poich eravamo soli, pregai Vera di cantarmi una canzone popolare russa, come aveva gi promesso tante volte. Acconsent e sedette sulla balaustra che separava il giardino dall'acqua, senza guardarmi, rivolta ai monti al di l del lago dove il sole batteva ancora. Poi incominci subito a cantare una canzone di cui non intendevo le parole, bens il lamento appassionato, sempre ripetuto con insistenza infantile, della melodia che meravigliosamente si sposava a quella lingua armoniosa. Nella canzone molti versi si ripetevano, sicch si riceveva l'impressione come di una pena infinita, immutabile, che il cuore dolorante alla fine sopporta senza saperlo, come i bambini che s'addormentano tra le lagrime. Anche a me che ascoltavo succedeva la stessa cosa; mi pareva di non essere che l'ombra di un sogno e mi riusc facile parlare del mio amore alla strana giovinetta che, finita la canzone, era rimasta seduta sul parapetto in silenzio. Ma un suo trasalimento mi strapp abbastanza in fretta dalla mia estasi.
"Oh," disse, "proprio oggi che lei mi  parso cos strano volevo dirglielo:  gi un pezzo che sono sposata".
Questo senza dubbio bast a dare ai miei umori idillici un indirizzo ben diverso e a riempirmi, una volta riavuto dal primo smarrimento, di una collera pi che comprensibile. Vera parve non trovarla del tutto ingiustificata, ma la sopport a cuor leggero e mi raccont poi in tono conciliante che quel maledetto marito era uno studente russo al pari di lei e che entrambi, poich i loro genitori erano stati duramente provati dal cattivo raccolto e da non so quali altre calamit russe, avevano dovuto per un tempo non breve cavarsela senza quattrini. Avevano vissuto molto stentatamente ed ella aveva sempre portato al marito affamato il pane e il formaggio che m'aveva dato ad intendere essere per un'amica malata. Sulle prime avevo una gran voglia di prendere in braccio quella creatura leggera e di farle fare un bel volo in mezzo al lago, ma poi, man mano che cominciai a trovare bizzarra e divertente quell'avventura, la mia collera si placava.
"Ma," dissi ancora imbronciato, "e quell'ingenuo non era geloso?"
"Oh," disse lei, "io gli ripetevo parola per parola tutto quello che dicevamo insieme, e poi lui aveva il pane e il formaggio. Del resto non siamo pi due ragazzi perch  gi pi di un anno che siamo sposati."
Mi raccont poi che le condizioni economiche dei loro genitori erano migliorate, che tornavano a ricever danari e che proprio quel giorno avrebbe voluto comunicarmi la sua intenzione di rinunciare alle passeggiate in compagnia, essendo ormai venuto il momento di mettersi a studiare sul serio.
"Gi, sar meglio per tutti e due," dissi io; e col primo battello, mentre cominciava a scendere il crepuscolo, la ricondussi a casa. Ci separammo da buoni amici e pi tardi, ripensandoci, non mi sentii in fondo scontento del lieto epilogo di quella storia d'amore.
Posso anche dire a mia lode di non aver tratto da questa vicenda delle conclusioni generiche e di essere sempre stato cauto e riservato nell'esprimermi sulle qualit morali e intellettuali delle ragazze che studiano, parendomi esse migliori della loro reputazione, sicch avrei trovato ingiusto contribuire a farla peggiore per un motivo di rancore o per il desiderio di vendicarmi.
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11.
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A Ezard e Lucile nacquero un maschio e una bambina. Il primo bambino, il maschio, fu chiamato Harre come il nonno. Madrina fu Galeide per il grande affetto che vi era fra lei e Lucile, affetto che nei giorni in cui mia sorella aveva assistito la giovane puerpera sembrava essersi fatto ancora pi grande. Difatti, appena nato il bimbo, Galeide si trasfer quasi tutto il giorno in casa di Ezard affinch Lucile non fosse sola. Ezard era pieno di attenzioni sollecite per sua moglie e cercava ogni giorno di distrarla con un dono grazioso o con altre tenere fantasie, ma in genere non si fermava volentieri nelle camere dei malati, senza dire che di giorno aveva da occuparsi dei suoi affari. Cos Lucile si lasciava viziare dalla tenerezza di Galeide e si comportava come se essa fosse l'unica creatura amabile di questo mondo. Certo, bisogna ammettere che si stava meglio nella camera della malata che in molti salotti e che questo era dovuto in parte al viso calmo e sereno di Galeide ed ai suoi modi pieni di grazia. Quando aiutava Lucile, la soavit delle sue movenze e il suo passo leggero davano piacere; di solito per stava seduta in una poltrona a dondolo e si lasciava cullare adagio, senza fermarsi, chiacchierando di cose semplici e piacevoli con la sua voce armoniosa che faceva pensare al mormorio di gocce di acqua stillanti dalla ruota ferma di un mulino. Ogni tanto buttava fuori una delle sue idee stravaganti che stimolavano a contraddirla o a riflettere, ma sapeva difendersi in un modo scherzoso, senza arrabbiarsi, sicch non si finiva mai col litigare sul serio. Lucile era per lo pi dell'opinione di Galeide, non tanto perch fosse convinta da argomenti fondati, ma piuttosto perch non sapeva resistere a certi modi suasivi che erano propri di mia sorella. Si era stabilito tra loro un rapporto per cui Galeide delle due sembrava la maggiore. Galeide aveva l'abitudine di parlare del mondo e delle persone come se le contemplasse da una nuvola ed essa stessa non avesse nulla a che fare con loro, e questo a molti faceva una grande impressione. Sovente, la sera, andavo a prenderla per accompagnarla a casa poich, per quanto Lucile avesse insistito con Ezard perch lo facesse lui, entrambi avevano sempre detto di no. Una volta, in presenza di Ezard, Galeide disse persino:
"Ma perch volete che mi accompagni se ci annoiamo cos terribilmente quando siamo assieme?"
Poi risero tutti e due di cuore poich fa sempre piacere dire una volta tanto tutto quello che si pensa, soprattutto quando la buona educazione e le regole della societ lo vieterebbero.
Il piccolo Harre, che mi faceva orrore con quella sua pelle paonazza e con quel suo continuo strillare, non tard a manifestare anche lui della simpatia per Galeide, il che per altro non doveva meravigliare perch ella lo coccolava e viziava come un tempo faceva con i suoi conigli ed i suoi gattini, e la dolcezza della sua voce, quando gli cantava la ninna-nanna, esercitava probabilmente sul suo organismo ancora primitivo di piccolo animale un'influenza magnetica, pacificatrice. Spesso pareva che non Lucile, ma Galeide fosse la madre del bimbo perch mentre verso mia sorella esso tendeva con desiderio le braccine annaspanti, con Lucile, che cercava di allevarlo con un suo metodo onde farne, con l'ausilio del sistema migliore, il pi perfetto degli uomini, la tormentata creatura, che per il momento non distingueva che sensazioni piacevoli e sgradite, reagiva, com'era naturale, manifestando spavento e ripugnanza.
In occasione del battesimo, Ezard organizz una piccola festa in famiglia. Quando ci ripenso mi sembra, poich tutti quelli che vi presero parte ora sono morti, di trovarmi in mezzo a un cimitero e di veder sorgere dalle tombe, evocate dalla mia nostalgia, le figure, vestite come lo eran quel giorno, e circondarmi solennemente in coro, pallide e mute, esse che vidi allora superbe di forza e bellezza.
La gente faceva ressa alle porte della chiesa per veder battezzare un Ursleu. Dio benedetto, quanto tempo mi sembra passato da allora! Io vi andai in carrozza col bisnonno e Galeide. Galeide occupava da sola tutto un posto, per non sciupare l'abito, come ci fece sapere con sussiego; si vedeva per benissimo che in fondo non glie ne importava nulla. Eravamo di buon umore e debbo dire che si scherzava volentieri con mia sorella perch aveva l'istinto della comicit e fiutava da lontano dove una sana natura germanica potesse trovare argomento di riso. Al bisnonno piaceva starci a sentire. Soleva ripetere, non sapendo nasconderci quelle osservazioni lusinghiere che gli venivano fatte sul nostro conto, che i nostri motteggi assomigliavano a due levrieri che si girano attorno con mosse aggraziate e si rincorrono. Quando entrammo nella sacristia dove ci accolsero i genitori del bimbo, Galeide si fece seria e davanti al fonte battesimale, con l'infante sulle braccia, assomigliava cos perfettamente a una Madonna che io incominciai a sentirmi commosso. Ma di l a poco, avendole mormorato nell'orecchio una osservazione scherzosa sul pastore che per il suo pathos grottesco era sempre oggetto da parte nostra di burle di ogni genere, la sua espressione mut, e nel guardarmi con un riso d'intesa ella riprese d'un tratto il volto raggiante e infantile del tempo in cui si chiamava ancora la piccola, buona Galeide.
Padrino accanto a lei, zio Harre teneva giovanilmente eretta la testa intelligente dove solo i folti capelli che incominciavano a diventar grigi testimoniavano un'et gi avanzata. Tutto preso in quel momento dalla solennit della funzione, era un padrino cristiano pieno di dignit. Si lasci persino commuovere fino alle lagrime dalle perorazioni del pastore e pi tardi entusiasticamente ripeteva che vi  una bellezza nelle cerimonie religiose che non si deve toccare, quand'anche il dogma fosse pi scaduto nella sua autorit di quanto gi non lo sia. In mezzo all'allegria generale mi scordai dell'angoscia che sapevo attenderci nella nostra dimora, ferma e rigida come una nera statua di pietra. Ma adesso, sebbene tutto questo appartenga ormai da molto tempo al passato, mi sento ancora stringere il cuore se ricordo mio padre muoversi tra i festanti, festeggiato quale uno dei capi della nostra famiglia. A chi lo conosceva bene non sfuggiva il suo tormento nascosto, tuttavia egli interveniva con vivacit nella conversazione e chiacchierava soprattutto con Galeide quando riusciva a sedersi vicino a lei e ad accarezzarle le mani. Vi fu un vero banchetto da Feaci, con pingui arrosti, vini scelti e piacevoli conversari. Non manc neppure il poeta, poich mia madre aveva scritto per il battesimo una poesia con le rime pi strampalate e impossibili e piena di trovate stupefacenti, poesia che ella stessa recit, sovente interrotta dalle nostre entusiastiche esplosioni di giubilo. Credo che ogni volta si alzasse in piedi e mi par di ricordare che portasse un abito di una tinta tra il rosa e il viola pallido; era raggiante e luminosa come la felicit. Senza dubbio era di tutte la pi bella, quantunque non fosse pi della giovane generazione. Che ronzio confuso di voci e frusciare di vesti di seta, e quante risate: nient'altro che gioia di vivere e lieta fiducia nell'avvenire. I brindisi si susseguirono l'uno all'altro, tutti tenuti dalla zio Harre che aveva il dono di farlo senza annoiare, la vivacit stessa della sua improvvisazione avendo per l'animo di chi l'ascoltava qualche cosa di rinfrescante e di vivificante. Apostrof anche l'ultimo Ursleu, suo figlioccio e nipote, in un modo che mi divert. Disse press'a poco queste parole:
"Questo bimbo in cui la zia Galeide ha gi scoperto le qualit pi singolari, qualit che l'ottimo metodo educativo della mamma render senza dubbio pi singolari ancora, questo bimbo ha un alto compito da condurre a termine nella nostra famiglia. Una famiglia io la paragono ad un tessuto operato, ad una semplice stoffa bianca, poniamo, cosparsa di punti d'oro o di vario colore, tutti ad una certa distanza l'uno dall'altro, ora maggiore ora minore. Prendiamo ad esempio la famiglia degli Hohenzollern: Federico il Grande fu un grosso punto d'oro; poi vennero Federico Guglielmo secondo e terzo, due semplici fili di lana, e cos via. Veder scintillare la veste degli Ursleu sarebbe stata la mia gioia; ma sebbene la nostra epoca abbia riconosciuto quanto brutta e sconcia sia la vista di una casa dalla facciata bianca tutta sgretolata, noi proprio ora non offriamo all'occhio nulla di diverso. Sicuro: voi tutti credete di essere dei punti d'oro: io vi considero nient'altro che dei fili di lana. Vedete mio fratello Ludolf: tu saresti potuto diventare qualcuno perch avevi la stoffa per riuscire. Ma la tua cattiva stella ha fatto di te un commerciante. Certo, se fossimo vissuti nei secoli passati, allora s; saresti potuto essere un principe dell'Hansa, avresti concluso delle alleanze coi re e dominato il Reichstag col tuo denaro. Oppure avresti cercato nuove vie sul mare e accumulando ricchezze ti saresti fatto insieme maestro al mondo. Invece te ne stai rintanato in un ufficio arredato senza gusto, davanti a una scrivania qualunque, a sudar freddo per i troppi pensieri e in questo momento, invece di vergognarti, sei l seduto davanti a me che ridi e fai carezze alla tua figliola come un polacco sentimentale. A giudicarti su un modello storico ti si dovrebbe mettere allo stesso livello dell'imperatore Guglielmo primo, di cui sta scritto a lettere cubitali sulla lapide di Clio che il suo merito  di essersi scelto il ministro che ci voleva. Cos a te resta la gloria di aver preso in moglie una donna che nel tessuto degli Olethurm , come suo padre, il punto d'oro che a noi purtroppo manca. E tu, nipote Ludolf il giovane, disse ora rivolgendosi a me, non guardarmi con quell'aria di sfida. Come Elia, tu non sei migliore di tuo padre. Quali trofei avesti da appendere, al tuo ventiduesimo compleanno, nel tempio della gloria? Ragazzo mio, tu hai spirito, intelligenza, talento e tante altre buone e belle qualit che in te si intersecano come tanti ruscelli, ruscelletti e rivoli senza per mai confluire in un solo grande fiume impetuoso o in un lago dove, a dirla con Goethe, gli astri riflettono il loro volto. In tua sorella Galeide spero ancora; ma non si  ancor rivelata e potrebbe benissimo diventare un punto d'oro o anche un filo di lana. Quanto a te, Ezard, figlio mio, tu sei quello che mi ha pi amaramente deluso. Il tuo viso straordinario mi era garante che le mie speranze pi ardite si sarebbero avverate. Dio sa che cosa esso significhi. Se tu non l'avessi dovrei chiamarti un filisteo. Non saprai mai tentare un'avventura? Commettere una pazzia? Intraprendere qualche cosa davanti a cui il popolino si faccia il segno della croce?"
Ma poi soggiunse con pi dolcezza:
"Non  colpa sua: l'ha nel sangue:  un Ursleu. No, tu scompariresti senza lasciar segno di te, se non avessi la speranza di consegnarti alla memoria dei posteri come padre di tuo figlio."
A questo punto mio zio si rivolse al piccolo Harreke, bersaglio del suo discorso, di cui abbozz ora una fantastica immagine futura.
Possa avverarsi quello che mio zio disse allora con scherzoso orgoglio, quello almeno che di serio e di significativo era in fondo alle sue parole scherzose: possa il ragazzo tramandare nell'epoca a venire il nome e il carattere dei nostri padri. A quel tempo bruciavo ancora d'ambizione e mi sentivo capace di essere lo stesso un giorno un ornamento nel tessuto della nostra famiglia. Solo invecchiando si capisce quella fede nell'immortalit per cui si rinuncia a se stessi onde lasciare il posto ai nipoti venturi. Possa tu vivere ed operare, Harreke Ursleu, e ricordarti di quelli che furono prima di te e nelle cui ceneri tu hai le tue radici e il tuo alimento. Possa tu ascoltare volentieri il racconto delle loro sofferenze e delle loro battaglie e attingerne il coraggio per combattere anche tu volentieri e bene le tue, quelle che la tua et e il destino ti preparano. Visita le loro tombe e ornale di fiori; poi va, e bada che gli uomini pronuncino il tuo nome con rispetto: questo nome  anche il loro ed essi te lo consegnano come l'eroe caduto passava al figlio la propria spada. Il sangue ne grondava, allora. Tu non posare finch non l'abbia appesa nella sala d'armi, lucida e scintillante accanto ad altre armi valide. Sii benedetto, Harreke Ursleu!
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12.
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Dopo il battesimo del piccolo Harre non celebrammo pi alcuna festa di famiglia; non vi fu, intendo, pi alcuna riunione che avesse il carattere festoso di quella. Allora infatti, quantunque gi in preda all'angoscia e pur sapendola in tutti, ognuno cercava di nasconderla all'altro e, poich sino allora nessuno ne aveva parlato si poteva fare per qualche ora come se non ci fosse. A quel tempo poi si viveva ancora in pace e d'accordo e ci si sentiva come una famiglia sola, sicch proprio quando si era riuniti il sentirsi insieme era di conforto e d'incoraggiamento. Era infatti, il nostro, un gruppetto agguerrito e poteva confidare di saper sostenere l'urto di un destino avverso. Ma ecco che un nuovo attacco lo colse alle spalle e lo scompigli in maniera cos improvvisa e imprevista che scudo e schermo vennero a mancargli a sua difesa.
A misura che il piccolo Harre cresceva sano, andava affezionandosi vivamente a Galeide e Galeide a lui, al punto che per lui trascurava ogni altra persona o cosa. Poich essa era fatta cos: quando prendeva simpatia per alcuno la manifestava con una forza ed un'esclusivit che rapivano e conquidevano. Il piccolo Harre non vedeva che lei e non sognava che di lei; si lasciava guidare dai suoi occhi, che non avevano poi niente di speciale, rideva quando la vedeva venire e si rabbuiava tutto quando andava via. Lucile non era gelosa perch adorava Galeide, poi anche perch al maschietto preferiva la bambina che le nacque pi tardi. Se non si fosse chiamato Harre, forse gli avrebbe voluto pi bene; cos invece lo considerava come propriet esclusiva del nonno che non aveva mai voluto saperne di lei, ch talvolta si lasciava influenzare da cose superficialissime e di nessuna importanza. Invece mio cugino Ezard non era contento che il piccino fosse cos intieramente in potere di Galeide, quantunque egli fosse il solo a tener nel suo cuore un posto quasi pari a quello di lei. Forse temeva che lo viziasse troppo; cos'altro avesse da ridire non so, perch la creaturina, affidata a Galeide, era in fondo in buone mani ed egli era troppo equanime per non riconoscerlo. Del resto il tono cortese e un po' distante con cui Ezard e Galeide si trattavano escludeva che egli le facesse delle osservazioni un po' severe in proposito; di quando in quando tuttavia il suo contegno tradiva la sua disapprovazione e questa fu persino causa una volta di un piccolo malumore. Mio padre, che col crescere delle preoccupazioni andava facendosi ogni giorno pi malinconico e sospettoso, osservava questi rapporti con un'attenzione di cui a noi tutti pareva che proprio non ne valesse la pena. Egli si era fitto in capo l'idea stravagante che Ezard e Galeide fossero consapevoli di nutrire l'un per l'altra un sentimento colpevole e che fosse questa la causa del loro mutato contegno (che tuttavia pi che nella realt era nella sua fantasia). Con questa strana ossessione torturava se stesso e tutti quanti noi, e un giorno, stimandolo suo dovere, si rec persino da Lucile, messaggero di questa supposta notizia funesta. Assunse in tale circostanza una patetica gravit che un poco divert la mamma e me e un poco ci fece stizzire. Lucile invece gli fece sul viso una bella risata e prese tutto quanto per un divertentissimo scherzo, poich capita sovente di aver paura degli spiriti, ma poi di non sentirli pi appena qualcun'altro si mette a tremare e ne indica uno rannicchiato in un angolo.
Rifer la conversazione avuta con mio padre non solo a me ma anche a Galeide e noi sospirammo sul progressivo peggioramento delle condizioni di quel poveretto, non meno che su di noi che avevamo da sopportarne le conseguenze. Se ne parlasse con suo marito non so o non ricordo;  certo per che egli e mia sorella si trattavano con perfetta indifferenza, con quell'indifferenza appunto che era sempre stata per Lucile motivo di rincrescimento e di meraviglia.
S'aggiunse per un altro fatto a confermare mio padre nella sua folle supposizione. In quell'epoca mia sorella fu chiesta da due giovani, uno dei quali gli sarebbe piaciuto assai come genero. Era un nostro concittadino, di apparenza discreta e di ingegno versatile, tanto che, sebbene di stampo diverso dal nostro, era riuscito ad acclimatarsi perfettamente ai nostri usi e col bisnonno ed i miei genitori sapeva comportarsi con quei modi che a loro riuscivan pi graditi. Questo per non faceva solamente per calcolo, ma anche per una naturale gentilezza d'animo che gli consentiva una retta intelligenza degli uomini. Anche a Galeide ed a me piaceva moltissimo perch sapeva portare nella conversazione, ed anche suscitare negli altri, un'arguzia bonaria e nello stesso tempo sottile, che era la qualit che pi di ogni altra apprezzavamo. Quanto pi cupa minacciava di farsi l'atmosfera della nostra casa, appena si rimaneva soli, tanto pi si era lieti dello svago e della distrazione che egli ci portava, sicch lo incoraggiammo a ripetere sovente le sue visite senza pensare alle conseguenze che potevano derivarne. Amava anche la musica e questo in casa nostra, dove tutti eravamo musicisti appassionati e ciascuno suonava uno strumento, bastava a introdurre e a render simpatico chiunque. Era infatti violoncellista di professione ed occupava nel nostro teatro lirico un posto ottimo e assai considerato. Aveva nome Giorgio Wendelin. Si vedeva che Galeide aveva per lui della simpatia, ma si capiva altrettanto bene che non era un sentimento di cui si potesse sperare che un giorno diventasse amore. Inoltre, per quanto egli fosse fornito d'ingegno e di talento, essa gli era superiore nel carattere che era pi fermo e pi marcato del suo, come non si tard a vedere; ch egli fin col lasciarsi dominare ciecamente da lei, senza poter esigere a questo riguardo il pi piccolo contraccambio.
L'altro, un renano, era ancor pi lontano dal suo cuore, ma la interessava di pi per le idee singolari che introdusse nel nostro ambiente. Era infatti di quei giovani moderni che hanno letto tutto e di ogni cosa si sono fatti la loro opinione; trovava che tutto andava male e credeva di poter riformare tutto; simpatizzava con le idee socialiste, come si pu immaginare da quanto ho detto e questa mania di riforme portava in tutti i campi, nella poesia, nella musica, nella pittura e via dicendo. Cose di questo genere non mancavano di esercitare su Galeide una grande attrattiva; ma poich non si lasciava mai suggestionare dagli altri, anzi, e lo dico a sua lode, voleva aver visto e sperimentato tutto da s prima di dar come sua un'opinione, da principio tenne testa al giovanotto con le sue vecchie idee che, per la maggior parte non erano che suppellettili antiquate di famiglia di cui forse non si era mai chiesta se potessero ancora servire.
Il giovane renano a motivo delle sue opinioni mi era insopportabile e odioso; piaceva invece molto a mia mamma che si lasciava edificare dai suoi discorsi esaltati. La mamma aveva infatti una freschezza di spirito cos istintiva che nessun preconcetto poteva far presa su di lei e influenzarla; per questo la novit di un'idea non la sconcertava mai, per lo meno ella riusciva a trovarvi sempre quel gusto che si prova nell'attraversare una regione inesplorata che di per s potrebbe anche non piacere.
Il bisnonno, poi, era tutto per il renano il quale, sia detto qui tra parentesi, era una persona compiacente, con qualche atteggiamento da genialoide, e inavvertibilmente si andava trasformando in un socialista e in un rivoluzionario riuscendo ad esserlo cos bene in armonia con i suoi pregiudizi di aristocratico da offrirmi un godimento psicologico raffinatissimo, se il giovanotto, che si chiamava Filippo Wittich, non me lo avesse guastato col darsi tante arie per il suo successo. Era appunto questo che mi dava molto fastidio. Galeide si sentiva perfettamente a suo agio con i suoi due ammiratori; in genere si lasciava fare la corte tutt'altro che malvolentieri e con molta grazia, soprattutto se erano persone che sapevano farlo con discrezione e in maniera non sciocca.
Del suo cuore era perfettamente sicura; esso restava freddo come il marmo ed ella non si preoccupava quali potessero essere i sentimenti dei miseri innamorati quando trattava con loro confidenzialmente come una sorella. In questo era come un bambino che si diverte a strappare le zampe alle rane e alle mosche e a guardarle dibattersi, con una crudelt che ci ripugna, ma di cui non gli si dovrebbe far colpa perch egli agisce senza intenzione, vorremmo dire inconsapevolmente.
Si cercava di evitare che Wendelin e Wittich s'incontrassero in casa nostra perch, sia a motivo della loro rivalit, sia per la diversit delle loro nature e delle loro opinioni, si detestavano e portavano nella conversazione un'animosit inquieta che metteva a disagio. Ad entrambi poi non era favorevole mio cugino Ezard ed era appunto questo a confermar mio padre nell'opinione che egli fosse geloso di mia sorella e, non potendola avere per s, si adoperasse perch almeno non fosse di nessun altro. Ma mio padre, ossessionato dalla sua paurosa situazione finanziaria, desiderava invece ardentemente di veder mia sorella accasata e a posto ed era perci favorevole ad un matrimonio col violoncellista, pur avendo troppa delicatezza per voler influenzare Galeide con la pi piccola allusione.
Che Ezard avesse poca simpatia per il renano lo attribuivo piuttosto ad una diversit di natura che non di opinioni perch Ezard, pur disapprovando la mania delle novit, tanto pi se attuate con la violenza, cercava col suo grande amore di giustizia di distinguere sempre fra una persona e le sue opinioni e si sforzava sovente di apprezzare un uomo attraverso la critica fatta alle sue idee. Ma stante la giovane et del renano, i suoi giudizi, detti nel tono di chi annunci una verit rivelata, sfioravano sovente la presunzione, poich non era possibile ch'egli li avesse attinti da una conoscenza ed esperienza dirette delle cose e non piuttosto fatti suoi per averli sentiti dagli altri. Si capiva che cresciuto in terreno arido e sabbioso tendeva alla originalit e all'entusiasmo, senza che nella sua natura vi fosse alcunch di corrispondente, a guisa di certe persone deformi che hanno sovente la mania di mettersi indosso fronzoli svariati e vistosi. Posso spiegarmi meno bene il riserbo di Ezard di fronte a Wendelin. La cosa pi attendibile mi sembra che fossero una certa fiacchezza e mediocrit nella natura del violoncellista a fargli dire un giorno che a scherzare ed a far musica con lui era s disposto, ma che non lo considerava per la nostra famiglia un acquisto desiderabile.
Non solo mio padre immagin che Ezard parlasse ed agisse cos pensando a Galeide, ma credette anche che ella respingesse i due pretendenti per amore di Ezard o per lo meno, se non lo amava, quantunque ci gli sembrasse improbabile, perch non aveva il coraggio di opporsi ai suoi desideri. Era ormai intieramente posseduto da questa sua falsa supposizione nella quale sempre pi e a bella posta si irretiva, con quel compiacimento che trovano certi malati per i propri tormenti, e non tralasciava mai di sorvegliare, appena gli fosse possibile, Ezard e Galeide, credendo di scoprire sempre nuove conferme ai suoi sospetti. Quanto a s, il poveretto fin col rendersi cos molesto a tutti quanti con le sue cupe apprensioni e le sue profezie di sventura, come lo erano al popolo di Gerusalemme i profeti dell'antica alleanza, e, al pari di costoro egli soffriva doppiamente l'indicibile, in primo luogo per il dolore della sventura incombente alla quale egli stesso fermamente credeva, e poi per la freddezza di quanti gli eran vicini che, disturbati nella loro comoda esistenza, si andavano sempre pi allontanando da lui.
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13.
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Lucile, all'epoca del gran caldo, era andata in campagna con la sua bambina e il piccolo Harre era rimasto con noi, affidato soprattutto alle cure di Galeide, perch la presenza di due bambini non fosse di ostacolo alla convalescenza della mamma. Anche a me piaceva il ragazzo con i suoi occhi caparbi, ma in casa gli si dava troppa importanza, ci si agitava troppo per lui e questo fin per mettermelo in uggia. Mio cugino che a causa dei suoi affari non aveva potuto lasciar la citt veniva sovente da noi, se non altro per vedere il bambino, e restava quasi sempre con noi a pranzo. Un giorno che eravamo a tavola Harreke fece un atto maleducato picchiando col cucchiaio sul piatto della minestra che schizz da ogni parte. Era seduto tra Ezard e Galeide. Pu darsi che Ezard quel giorno fosse nervoso per qualche motivo che avesse rapporto coi suoi affari; fatto sta che mentre di solito assumeva il tono del pedagogo solo quando la monelleria gli pareva grossa, questa volta rimprover al piccolo malfattore il suo contegno con parole molto aspre. Questi, impaurito dall'attacco inatteso da parte di un padre di solito amorevolissimo, si mise a piangere. Galeide, irritata e afflitta di veder sgridare il suo beniamino, si fece rossa in viso e lo attir a s per calmarlo subito e prevenire uno scoppio pi violento dell'ira paterna. Vedendo Galeide comportarsi come se in certo qual modo avesse sul bambino maggiori diritti di lui, Ezard si fece rosso a sua volta e ordin al ragazzo che singhiozzava di smetterla e di finir di mangiare. Galeide gli gett una occhiata fredda - per discutere con lui in presenza del bambino aveva troppo tatto -; tuttavia l'impressione lasciata dal piccolo incidente si ripercosse sul contegno degli altri: il bisnonno sorrise un po' ironico ammiccando a Galeide in segno d'intesa, mentre gli sguardi di mio padre erravano dall'uno all'altra turbati. Per distrarre gli animi cercai di cambiar discorso e mi rivolsi a mia madre cui una frase scherzosa sembrava indugiare sulle labbra; ma in quel punto Ezard si alz e, preso per il braccio il colpevole che sempre piangendo, ma piano, si stringeva a Galeide, lo condusse in un'altra stanza; poi torn subito indietro e si rimise a mangiare. Questa volta mia madre scoppi in un'allegra risata che Ezard accolse per amabilmente, rispondendo alle mie osservazioni un po' canzonatorie nel medesimo tono. Ma Galeide si era fatta pallida; rimase comunque seduta a tavola e continu a prender parte alla conversazione. Al termine del pasto, Ezard and subito a far la pace col suo bambino, ch non stava mai in collera per molto tempo, e torn tenendo in collo il piccino che l'aveva abbracciato stretto stretto e con gli occhietti vispi e lucidi lasciava intendere che la burrasca era ormai dimenticata. Poich nel frattempo era venuta l'ora di andarsene, Ezard pos Harreke in grembo a Galeide e le diede nell'accomiatarsi la mano che ella prese; ma aveva un leggero tremito delle pinne nasali, come sempre quando si burlava di qualcuno. Mio padre si ritir in camera oppresso da gravi pensieri che ognuno di noi, all'infuori di Galeide, indovinava e di cui faceva oggetto di risa.
Frattanto il bisnonno non la finiva pi di commentare quell'incidente di per s insignificante e deplorava che Ezard si lasciasse influenzare da Lucile in modo cos poco favorevole. Altrimenti, diceva, non sarebbe stato tanto puerile da voler correggere un bimbo piccino con quel tono severo e solenne invece di farlo sorridendo e come per giuoco. Ne parl pi tardi anche allo stesso Ezard, ricordandogli i meriti che Galeide si andava facendo verso il piccino, del quale si prendeva quasi pi cura di quanta non ne avesse di lui la mamma vera, e come ora fosse ferita nella sua sensibilit, quantunque non lo dimostrasse. Questo per altro non era punto vero. Galeide non era permalosa e pensava soltanto che Ezard non capisse niente sul modo di educare un bambino; forse pensava anche con un piccolo moto di trionfo che il piccino avrebbe continuato a volerle bene anche se il babbo meditasse di portarglielo via. Soffriva invece per i modi strani di mio padre che non riusciva a spiegarsi e pu essere che quel giorno fosse triste per quel motivo, tanto pi che ogni emozione si dipingeva sulla sua dolce e mobile fisionomia in maniera cos poco proporzionata alla sua causa che se, per esempio, s'indispettiva per due gocce di pioggia, subito prendeva l'aspetto di una Niobe. Dai discorsi del bisnonno, Ezard fu dunque indotto a pensare di aver dato a Galeide un dispiacere e subito volle farsi perdonare. Ma siccome tra di loro si erano sempre trattati con una cortesia un po' distante, non sapendo bene come fare, tanto indugi sinch Galeide ebbe messo il bimbo a dormire, e ancora si tratteneva presso il suo lettino mentre esso pigliava sonno stringendo fra le sue manine una delle sue mani. Era consuetudine di Ezard, quando veniva da noi a quell'ora, di entrare ancora una volta nella stanza per dare al bambino la buona notte e il bacio. Quella sera, dunque, dopo averlo fatto, si sedette accanto a Galeide sull'orlo del lettino e presale la mano che era libera se la port alle labbra, quasi intendesse con quell'atto chiederle perdono. Erano soli in quel momento, ma l'ho inteso molto pi tardi raccontare da loro. Tutti e due ricordavano ancora come in quel punto fosse sceso su di loro un grande benessere, un sentimento di una dolcezza tale ch'essi credettero di non aver mai provato sino allora nulla di simile. Rimasero seduti vicini finch entr mia madre per vedere se il bambino dormiva e fu lei a raccontarmi che entrambi si guardavano raggianti di felicit, segno evidente che si erano riconciliati e che tutto era tornato come prima. Lo disse in presenza di mio padre e non senza intenzione, essendo d'avviso che bisognava combatterne le mostruose ossessioni contrapponendo loro con perfetta semplicit quell'amicizia giusta e sana, cos com'era e come doveva essere. Invece ottenne soltanto che mio padre trasal, come se avesse udito proprio quello che paventava e che s'inquadrava perfettamente nei suoi presentimenti. Per la prima volta i suoi timori s'identificavano ora con la realt, ma ciascuno di noi era ancora lontano dall'immaginarlo e continuava a crederlo un visionario, colpito dalla smania funesta di tormentare se stesso.
Tuttavia questo destino terribile e singolare non tard a manifestarsi anche a tutti noi. Nei giorni che seguirono questa giornata funesta Ezard e Galeide furono di una letizia inconsueta; la felicit raggiava nei loro occhi, qualunque cosa facessero e di qualunque cosa parlassero. Noi ci abbandonammo all'influsso piacevole che emanava dagli esseri felici e godemmo di quella gaiezza senza ricercarne la ragione. Essa per non si poteva spiegare altrimenti se non che quei due sciagurati ritornavano poco per volta col pensiero su se stessi e su quanto era avvenuto tra loro. Probabilmente si erano rallegrati dapprima di questa loro inclinazione senza sospetto, come ci si rallegra di un fiore che, sbocciato in una notte tiepida, appare al mattino in tutta la sua magnificenza, o come un bimbo contempla stupito le strenne natalizie che mani invisibili hanno disposto davanti al suo lettino mentre dormiva. Ma l'amore  davvero paragonabile a un fuoco, nel senso che non si sazia mai, chiede sempre nuovo alimento, divampando in fiamme altissime di paurosa bellezza a rovina di tutto quello che gli attraversa il cammino. Lucile torn presto dalla villeggiatura come una rondine che in primavera cerca il suo vecchio nido e lo trova devastato dalla tempesta o da mani nemiche. Ezard per altro l'accolse lieto ed espansivo e le raccont di aver finalmente imparato ad apprezzare Galeide e la sua bellezza, sicch ora, proprio secondo il desiderio tante volte manifestato da lei, le era diventato amico e fratello, come lei stessa prima l'aveva considerata amica e sorella sua. La meschina indovin meglio di Ezard di che natura fosse questa presunta amicizia; non ne avrebbe tollerato d'altronde con animo tranquillo e libero da gelosia neppure una legittima, essendosela augurata soltanto perch, troppo sicura della sua felicit, non poteva immaginare che tale amicizia potesse mai esistere. Ma era caratteristico di lei attribuirsi nell'immaginazione delle parti nobili, anzi sublimi, che poi nella realt non era in grado di sostenere.
Tuttavia, vista dall'esterno, la vita continu il suo corso regolare. Succede del resto che anche la vicenda pi singolare e terribile  bens pi penosa, ma per pi facile e naturale a viversi che non a raccontarsi. Pi tardi, difatti, si sa gi dove mirava questo o quel fatto che allora era stato trascurato o interpretato male. Quando ad un monte alto e vasto conducono tanti sentieri e sentierini, salendo ci si confonde e non si sa quale prendere, non potendo fin da principio prevedere dove essi ci portino; il cammino che dobbiamo fare ci sembra lunghissimo e l'istante in cui potremmo toccare la meta irraggiungibile. Ma una volta arrivati, si abbraccia con uno sguardo il groviglio delle strade e lo si sbroglia; come mai quel sentiero portasse lontano dalla cima mentre l'altro vi conduceva, appare di un tratto chiaro e riempie di piacere e di soddisfazione. Si vede anche dove ci si  sbagliati e da che cosa dipese l'aver perso tempo e l'esser poi ugualmente finiti sul sentiero giusto. Il tempo impiegato sembra breve e si pensa come sar facile e semplice un'altra volta raggiungere la vetta.
Allora dunque non provammo da principio se non un grande disagio; era come se la felicit di una volta cominciasse a filtrarci tra le dita e a perdersi nella sabbia. Se in occasione di ricorrenze familiari ci radunavamo, com'era nostra consuetudine, nelle vaste e ben arredate dimore, regnava di frequente un silenzio turbato che ciascuno si sforzava di rompere, provocando cos un'allegria forzata e spiacevole. Ezard e Galeide erano i soli pienamente consapevoli di questo mutamento.
Noialtri, impotenti ed anche restii a darcene piena ragione, davamo per lo pi la colpa a mio padre con i suoi sospetti che opprimevano ed avvelenavano ed anche a Lucile e alla sua gelosia che preferivamo credere ingiustificata. Poich Ezard e Galeide erano di quegli esseri privilegiati ai quali si d ragione e dalla cui parte ci si mette per il semplice motivo che dalla loro parte stanno la natura e il destino. Questi infatti non domandano chi, secondo i princip della morale degli uomini, abbia ragione, ma sanno se uno  forte e capace di vivere e lo favoriscono. Per questa ragione il pi forte appare sovente brutale quando s'innalza al di sopra di uomini altrettanto buoni o migliori di lui e si serve magari delle rovine della loro vita per costruirvi sopra una splendida fortuna.
Talvolta per, quando la passione contenuta dei due sciagurati si tradiva con uno sguardo o una parola, trasalivamo ed io sentivo allora salire in me il rancore, non tanto per uno sdegno morale verso il loro peccato, quanto piuttosto per l'ira che provavo a vederli turbare la nostra pace. Ma se tosto riprendevano a discorrere tra di loro senza imbarazzo, l'impressione scompariva e ci si abbandonava di nuovo al desiderato inganno. Oppure l'intima passione e il tormento s'imprimevano con tanta potenza e insieme con tanta nobilt su quei due volti diversi eppur cos affini che ci si sentiva commossi e si sarebbe voluto andar da loro e supplicarli di confessare il loro dolore affinch tutti potessimo lamentare e sopportare come una condanna comune questo scherno del destino, che sembrava aver creato due esseri l'uno per l'altro ed averli poi divisi per sempre.
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Di tutti la pi meritevole di compassione era mia madre perch, avendo un'anima infantile, soffriva, come i bambini che non possono darsi aiuto e consiglio, sconsolatamente e in silenzio. Aveva dei fanciulli anche quel dono di profezia per cui sovente indovinano all'improvviso e senza volerlo cose che sfuggono all'osservatore attento. Viveva, come Mignon, una vita facile e spensierata, ma come questa aveva anche lei i suoi affanni. Molto non ho mai saputo, ma posso con dolore indovinarlo ora.
Per quanto ricordi, non era mai stata malata; sapevamo per che aveva un vizio di cuore che, pur non procurandole particolare molestia, poteva in seguito ad un'emozione, o se avesse seguito un regime di vita non adatto, provocarne la morte improvvisa. Eravamo pertanto abituati ad allontanare da lei tutto quanto potesse turbare il ritmo abituale della sua giornata. Ma, poich negli ultimi anni il terreno sotto i nostri piedi cominciava a cedere da ogni parte, non si pot impedire che anche lei se ne accorgesse. Certo, mio padre e il bisnonno vegliavano su di lei, quasi fosse un oggetto sacro di fragilissimo cristallo, ma la sollecitudine inquieta di mio padre non faceva che opprimerla ed esserle di peso, come a un uccellino mancano l'aria e la luce se l'ala materna si curva troppo insistente su di lui per proteggerlo.
Di quanto era successo fra Ezard e Galeide parlava di rado e di solito per rilevare ansiosamente la semplicit e l'innocenza evidente dei loro rapporti. Ma si capiva che cercava di soffocare una segreta angoscia che le cose stessero in tutt'altro modo. Era come un fanciullo che di notte nel suo lettino crede di sentire vicino a s qualche cosa di pauroso, ma non ha il coraggio di guardar se  vero e affonda la testa nel guanciale. Ogni tanto mi domandava, in un tono che voleva esser di scherzo, se non mi pareva che Ezard e Galeide ostentassero troppo la loro amicizia di cos fresca data, ma siccome io capivo benissimo che non chiedeva altro che di veder calmata la propria ansiet, non avevo il coraggio di parlarle sul serio e le rispondevo nel modo che mi pareva pi adatto a tranquillizzarla.
Fu una giornata fredda di gennaio che la mamma si sent poco bene e, poich il medico consigliava il riposo, si mise a letto. Mio padre si trovava da qualche tempo in Inghilterra e poich quella piccola indisposizione non sembrava dar luogo ad alcun timore, non glielo scrivemmo, tanto pi che la mamma appariva visibilmente sollevata quando non lo vedeva aggirarsi per le stanze portando attorno come un nero manto di lutto il peso della sua malinconia e delle sue ansiet. Ciascuno di noi continu a badare alle proprie occupazioni e a divertirsi; allora, per esempio, io passavo la mia giornata, e specialmente la sera, dopo aver sbrigato con indifferenza o anche controvoglia gli affari pi urgenti della mia professione, in passatempi assai banali tra persone che conoscevo solo superficialmente.
Mi ricordo con chiarezza di una sera d'inverno che la neve cadeva uguale dal cielo biancastro, s che tutto era dissimulato sotto quella coltre mobile e sconfinata e guardar fuori metteva addosso stanchezza e malinconia. Il bisnonno, Galeide ed io eravamo seduti vicino al letto della mamma, Galeide ed io vestiti per uscire, lei per andare a un concerto, io a una festa organizzata dai miei compagni. Mi ero offerto di accompagnarla fino al teatro, ma la mia proposta era parsa non riuscirle gradita, sicch ne avevo tratto la conseguenza che avesse calcolato di incontrarsi con Ezard. Tuttavia aveva accettato ugualmente la mia compagnia ed eravamo andati insieme nella camera della mamma per darle la buona notte. Ella sorrideva, coricata nel suo letto, e ci guardava compiaciuta, contenta che andassimo a divertirci. Sapendo che in compagnia del bisnonno era sempre felice, la lasciammo senza inquietudine, quantunque vi fosse una gran malinconia in quella stanza gi invasa dal crepuscolo, dove nessuno ignorava l'angoscia segreta che l'altro celava in cuore. Il bisnonno veramente era ignaro di tutto quanto riguardava Galeide, ma avvezzo a riconoscere nei tratti di mia madre ogni ombra di malessere ed esperto nel cogliere i pi impercettibili mutamenti del caro volto, vi aveva osservato qualcosa che gli era sembrato nuovo, diverso e pi grave di tutto quanto sino allora i suoi malesseri passeggeri avevano portato con s. Anche a noi, entrando in camera era parso che la mamma avesse un viso strano e irriconoscibile, ma lo attribuimmo alla luce bianca della neve che entrava attraverso i vetri. Tuttavia qualche cosa mi diceva che era meglio non andare e anche Galeide indugiava ad uscire ed accarezzava le mani della malata, del colore giallastro del marmo, che riposavano immobili sulla coltre. Ma il bisnonno nella sua irrequietudine insisteva perch andassimo e la mamma faceva col capo lentamente dei cenni di acconsentimento alle sue parole. Chiesi se dovevo accendere la luce perch non mi piaceva lasciarli al buio, ma la mamma disse di no, che voleva veder la neve e i corvi passare davanti alla finestra. Cos ci alzammo, ci curvammo sulla malata a baciarla ed ella ci segu pensosa con gli occhi stanchi, come se ci guardasse da una grande lontananza; questo ci strinse il cuore, sicch da principio camminammo l'uno vicino all'altra nella neve, in silenzio. Presto, come mi ero aspettato, incontrammo Ezard.
Egli ci salut senza imbarazzo; disse che andava al concerto anche lui, ma senza Lucile che aveva voluto rimanere a casa coi bambini. Chiese subito della mamma e disse che, in adempimento a una promessa fatta un giorno a mio padre di vegliare sempre su di lei in sua assenza, era stato dal medico, che questi non aveva trovato nulla di preoccupante nelle sue condizioni, dovute, a suo parere, a un'emicrania che tra pochi giorni sarebbe scomparsa. La conversazione ci rianim e ci liber dall'inquietudine; tuttavia per le prime ore dovetti sforzarmi di scacciare dai miei occhi la visione della camera buia della malata, della finestra alta davanti alla quale cadeva la neve e passavano voli di corvi. A poco a poco essa non torn pi e quella notte trascorse come tante altre simili, piena di quell'allegria rumorosa che, per quanto rumorosa, non lascia nell'anima un'eco che piaccia poi ridestare per ascoltarla ancora. Tornai a casa a mezzanotte passata, non brillo, ma tuttavia molto animato; due amici mi accompagnavano e si camminava lungo le strade parlando e scherzando a voce alta. Ci salutammo davanti al cancello con la promessa di vederci al mattino nella birreria che eravamo soliti frequentare. Mi meravigliai di trovare la porta di casa aperta e pensai che Galeide, che doveva esser tornata prima di me, si fosse dimenticata di chiuderla. Entrai in camera in punta di piedi e accesi la luce, ma gli occhi mi si chiudevano e mi sentivo cos pesante che mi buttai ancor mezzo vestito sul letto. Subito dopo entr Galeide, pallida come una morta.
" un bene che tu sia qui, Ludolf," disse; "la mamma sta molto peggio."
Io la fissavo con occhi sbarrati e vidi, con i miei sensi ancora ottusi, che con una mano stringeva convulsamente lo stipite del mio letto mentre le lacrime le inondavano la faccia; portava ancora l'abito bianco con la cintura dorata che si era messa per andare al concerto. Ebbi un assalto di nausea, quantunque non riuscissi ancora a ricordarmi bene quello che era successo quel giorno. Volevo domandare qualche cosa, ma non ne fui capace e la seguii muto, barcollando. Appena entrai nella stanza della mamma, ancor prima di vederla capii che era morta. In un angolo, in una poltrona, era seduto il bisnonno e piangeva piano dentro di s, singhiozzando di quando in quando:
"La mia bambina, la mia piccola cara, la mia beniamina!..."
Ma a me non veniva voglia di piangere, s bene di gridare forte, perch sapevo benissimo che per tutta la vita, e dovessi pur viver cent'anni, nessuno mi avrebbe pi voluto bene quanto me ne aveva voluto la mia mammina che era stata per me l'unico essere divino e veramente amato anche negli anni corrotti e sfrenati della mia giovinezza disperata, e quasi mi sentii venir meno a vederla distesa l esanime, non pi lei. M'inginocchiai davanti al suo letto e vi nascosi la testa in uno stato di irrigidimento in cui, pur essendo vivi si  come morti e, quantunque incapaci di controllarsi, si rimane tuttavia consapevoli del mondo esterno. Udii Galeide dire a Ezard di chiudere la finestra e capii che era perch piangevo forte; ma non potevo smettere n moderar la voce, quantunque mi sembrasse una bestia che mugola e mi vergognassi di me. Alla fine continuai a lamentarmi piano, quasi senza saper perch, e mi quietai solo quando il bisnonno mi si accost e prese a ravviarmi con la sua mano leggera e fragile di vecchio i capelli dalla fronte e ad asciugarmi col suo fazzoletto umido il viso caldo, inondato di lagrime. Allora mi parve di essere tornato un ragazzino e mi lasciai prender docilmente per mano e condurre da lui in un'altra stanza, dove finalmente mi addormentai mentre il vecchio vegliava seduto vicino a me; ch mai egli si lasciava abbattere da qualsiasi colpo del destino e mai mostrava segni di debolezza, finch qualcuno vi fosse pi debole e pi bisognoso d'aiuto di lui.
Il giorno seguente appresi che il bisnonno, non molto tempo dopo aver lasciato la mamma ed essersi addormentato, era stato svegliato da un tonfo nella camera della malata e accorso pieno di spavento l'aveva trovata distesa per terra priva di sensi, vicino alla finestra che doveva aver aperto poco prima. Una delle nostre domestiche, mandata subito pel medico, si era imbattuta in giardino in Ezard e Galeide e da questo si pot press'a poco ricostruire l'accaduto. Nessuno dubit infatti che la mamma, che forse non aveva ancor preso sonno, oppure era stata svegliata dai passi o dalle voci dei due che rincasavano, mossa da un sentimento d'apprensione, avesse aperto la finestra per vederli. La finestra dava sul giardino;  possibile che Ezard e Galeide, credendosi soli, camminassero quivi avanti e indietro, assorti nella loro sciagurata passione che forse si tradiva anche nel loro contegno e nei loro atteggiamenti, e che la mamma li avesse riconosciuti; era una notte chiara di luna. L'aria gelida l'investiva ed ella era soltanto coperta da una vestaglia leggera. Ma  ancor pi probabile che la visione di quell'amore colpevole, apparsale nel cuor della notte, nel giardino sepolto nella neve, in tutta la sua tremenda fatalit, le abbia dato una tal stretta al cuore da farle perdere i sensi. Ma queste erano soltanto supposizioni tormentose e inespresse.
Che Ezard dopo il concerto avesse accompagnato mia sorella a casa, quest'unica cosa certa era un fatto naturalissimo e irrilevante. Furono loro ad occuparsi di tutte le formalit, a provvedere anche affinch mio padre fosse avvertito con ogni possibile riguardo, e tutto eseguirono con molta calma e delicatezza, sicch ogni cosa parve procedere da s.
Mio padre arriv la notte antecedente il funerale e la sua presenza si abbatt subito come un incubo sulla casa immersa nel sonno. Al dolore naturale, e perci sopportabile, per la perdita di una madre adorata, si aggiunse ora una cupa oppressione. In mio padre infatti ogni disgrazia si rifletteva come in uno specchio che ingrandisce e deforma gli oggetti e, poich nella sua qualit di capo famiglia egli era il nostro centro, non pot non avvenire che la paurosa immagine riflessa non si incidesse in noi pi profondamente della realt. Pi di tutti ne fu colpita Galeide che egli non lasciava allontanare dal suo fianco, e che dovette vegliare con lui quella prima notte in cui egli non riusc a dormire, non altrimenti esortata a farlo che da uno sguardo supplichevole o forse soltanto da quel suo grande, scorato abbattimento. Siccome il giorno seguente vi fu movimento in casa fin dal mattino, diverse cose cui provvedere per il funerale e per di pi gli ospiti da ricevere, tutte cose che toccarono soprattutto a Galeide, quando venne la sera essa si trov in uno stato di tale stanchezza che solo a guardarla faceva compassione. Per altro mio padre, nella prepotenza del suo dolore, sembrava non accorgersene e stava sempre seduto vicino a lei, tenendole le mani nelle sue, quasi fosse un oggetto lasciatogli dalla morta per unico prezioso ricordo. Io mi ero gi accorto nel corso della giornata che Ezard l'aveva notato con malumore e cercato pi volte un pretesto per allontanare mia sorella dal fianco del padre. Anche con noi aveva osservato che, secondo lui, nostro padre si abbandonava troppo al suo dolore, pi di quanto convenisse ad un individuo sano, indulgendo ad un sentimentalismo morbido; ma qui Galeide l'aveva contraddetto, trovando che non era giusto computargli gi quel giorno le sue lagrime. Parve, questo, irritare Ezard ancora di pi e quando nel pomeriggio, a causa dei bambini, Lucile torn a casa, egli non seppe risolversi a seguirla e rimase con noi; il che non era nulla di straordinario, perch, come nostro parente prossimo, egli aveva tutto il diritto e il dovere di assisterci.
La cena fu silenziosa; Ezard, incapace o non pi disposto a dominarsi, non smise un momento di fissare Galeide, di nuovo seduta vicino a pap, con lo sguardo acceso e insistente. Come poi fu tardi ed egli vide che non avrebbe potuto pi oltre fermarsi, poich mio padre non faceva cenno di voler lasciar andare Galeide, decise di intervenire egli stesso, incoraggiato a farlo anche dalle occhiate d'approvazione del bisnonno. Mentre si rivolgeva a mio padre e lo esortava a coricarsi, rammentandogli che era suo dovere di non trascurare la propria salute, ma soprattutto di aver riguardo per Galeide che dalla morte della mamma, non aveva quasi dormito ed era sfinita dall'ininterrotto andirivieni della giornata, trasalii d'un improvviso spavento, tanto mi parve bello e terribile il suo aspetto, quale ci si potrebbe immaginare quello di Lucifero, l'angelo caduto.  possibile, mi domandai, che nella nostra casa i sentimenti si siano fatti gi cos feroci che Ezard arda di empia gelosia contro il padre di Galeide e non possa pi tollerare le manifestazioni dell'amore filiale di questa? Gi durante il giorno pensieri analoghi erano venuti a tentarmi; ma io li avevo scacciati tremando. Tuttavia quello che si dipingeva sul viso di Ezard non si poteva fraintendere e mio padre subito lo riconobbe, come si pot leggere nei suoi occhi che erravano lenti ed espressivi da Ezard a Galeide. Si alz, e squadrando da presso Ezard che egli, pi alto e pi tarchiato di lui, dominava con tutta la sua possente figura:
"Non avrai da rimproverarmi di non sapermi controllare, Ezard, nipote mio", disse.
Indi si volse a noi dicendo brevemente: "Buona notte", e senza alcun saluto speciale per Galeide and con passo pesante nella sua stanza. Galeide lo segu con lo sguardo, poi si alz e ci disse: "Buona notte", con voce spenta, senza guardare Ezard. Ma quando fu sulla porta egli la chiam per nome e le tese la mano con un gesto disperato; ella rapidamente e con impeto gli porse la sua, poi usc subito per nascondere, come ci parve, le lagrime che stavano per prorompere. Il bisnonno si mise a compiangerla teneramente ed ebbe parole di biasimo per mio padre che si abbandonava egoisticamente ai suoi sentimenti, come un orientale, diceva il bisnonno, e ora, come un tempo la mamma, soffocava col suo amore la povera piccola Galeide.
Anche Ezard ora si conged. Ma dalla finestra della mia stanza lo vidi errare nel giardino sepolto nella neve come se volesse riacquistare il controllo della sua indomabile passione prima di tornare da sua moglie e dai bambini, ed il pensiero di quel suo inquieto andare e venire l sotto mi tolse per molto tempo il riposo. Quando finalmente, doveva essere mezzanotte passata, sentii aprirsi piano la porta del giardino, pensai che fosse andato e mi addormentai.
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Fra gli ospiti venuti a rendere a mia madre le estreme onoranze c'era anche la figlia minore del mio bisnonno, maritata in una citt della Germania centrale, con una delle sue figliuole, cugina dunque di mia madre, ma molto minore di lei: poteva aver qualche anno pi di Galeide. Frequentava al suo paese la buona societ, un ambiente per di un livello di cultura inferiore al nostro, e siccome nutriva, avendola forse ereditata dal nonno, ossia dal nostro bisnonno, una vivace aspirazione a uscir dalla mediocrit, si sentiva attratta verso di noi e s'immaginava di casa nostra chiss quali meraviglie, tanto pi che, per esser venuta a trovarci solo una volta, quand'era ancora bambina, conservava di noi un'idea imprecisa. A me non piaceva molto; era bens graziosa, ma mi sembrava una bambola e la trovavo puerile. Soprattutto quella sua mania di ricercare tutto ci che le pareva bello, istruito, fuor del comune consideravo indice di una grande immaturit spirituale. Siccome l'atmosfera della nostra casa in quei giorni era molto fosca, accettava volontieri gli inviti degli altri parenti e andava anche sovente da Ezard e Lucile che non tard a ostentare per lei una grande amicizia. Che cercasse in tutti i modi di avvicinare Eva, cos si chiamava la cugina, a Ezard, avveniva forse da un lato per dimostrare alla gente che non era gelosa neppure della pi graziosa fanciulla del mondo; dall'altro per forse anche nella speranza che un piccolo flirt innocente potesse distrarre Ezard da Galeide. Ezard per altro se ne occupava solo quel tanto che la stretta cortesia richiedeva e lo lasciava intendere per di pi in un modo cos marcato che la viziata creatura, cui quel procedere di Lucile aveva porto sufficiente occasione di accorgersi dei pregi di Ezard, fin col sentirsi profondamente offesa. E poich neppur da me si sentiva ammirata e il bisnonno non rinunciava certo a viziare Galeide per farle piacere, ferita nella sua vanit, si aggrapp alle attenzioni che le venivano da parte dello zio Harre. A questi infatti piacevano certe bamboline graziose, e in fondo era pi grande l'ammirazione che esse avevano per lui di quanto non fossero gli omaggi che egli rendeva loro, dato che la sua et e le sue doti intellettuali gli conferivano una superiorit che neppure l'essere egli innamorato poteva far dimenticare. La simpatia di un uomo cos autorevole e geniale dovette riuscire assai lusinghiera a una donnina ambiziosa e inesperta, a parte il fatto che la sua et, pi che diminuirne il fascino, lo aumentava; poich sovente accade che ragazze molto giovani, per una deviazione e compilazione del sentimento, amino il loro contrario, ci che in fondo non  adatto per loro, mentre la natura casta e saggia accompagna sempre l'uguale all'uguale, la giovent con la giovent. Fino a che punto il cuore di Eva fosse compromesso in questa faccenda non voglio arrogarmi di poter indagare. Tanto  certo, che ella stessa fece di tutto per legare lo zio a s e, quando dopo breve tempo pot presentarlo come fidanzato, in tutta la sua persona si leggeva pi il trionfo della vanit che non l'intima gioia.
Com' facile immaginare, non soltanto nessuno di noi approv questo fidanzamento, ma lo giudic una sciocchezza e una ridicolaggine, ad eccezione di Lucile che tir subito fuori i suoi princip; secondo i quali non ci si doveva immischiare negli amori altrui, ma lasciare che ognuno si scegliesse la felicit che pi gli sembrasse confacergli. Queste cose Lucile andava proclamando enfaticamente con malcelato stupore di tutti noi perch a nessuno dei suoi princip come a questo ella sistematicamente contraddiceva con la sua insistenza a rimodellare le persone secondo le fantasie e gli ideali suoi. Ma Lucile sperava anche di guadagnarsi un'alleata contro Galeide, qualcuno per mezzo di cui dimostrare a costei e a tutta la famiglia come sapeva trattare un'amica che meritava la sua simpatia. Al colmo dell'indignazione era il bisnonno, sia perch non poteva pi soffrire lo zio Harre, sia anche perch tutto si era combinato senza il suo concorso, ed era anzi venuto per lui come una sorpresa, cosa, questa, che non gli andava punto a genio e che considerava come una ribellione e un'offesa alla sua persona. Egli si propose dunque di mandare a monte questo matrimonio ridicolo e credette di poterlo ottenere senz'altro con argomenti pi o meno fondati. Quando poi vide che non raggiungeva l'esito desiderato e non faceva altro che fortificare Eva nella sua persuasione di esser sul punto di fare una cosa romantica e fuor del comune, s'indispett sempre di pi, tanto che nei primi tempi si rifiut addirittura di vedere zio Harre il che peggior considerevolmente i rapporti incresciosi che gi vi erano tra noi ed i nostri parenti. Mio padre insisteva nel suo punto di vista che fosse un'infamia, una mancanza di cuore andarsi a prendere la propria felicit a un funerale, un modo, questo, di veder le cose, che pareva cos esageratamente sentimentale a Galeide ed a me - dato che mia madre non aveva poi avuto legami cos intimi con lo zio Harre o con Eva e che non ci si fidanza per sollazzo o per la smania di divertirsi - che finimmo col sentirci propensi a dare all'accaduto la nostra approvazione. Cos talvolta una condanna sciocca o creduta tale pu rendere accetta una cosa che sarebbe altrimenti disapprovata.
Pi i fidanzati si vedevano oggetto delle nostre critiche, pi si studiavano di affrettare la loro unione e difatti, data l'et di mio zio, non era desiderabile che essa venisse ulteriormente rimandata. Quando ci recammo in chiesa per la cerimonia, certamente ognuno di noi pens alla lieta circostanza che ci aveva riuniti in quel luogo l'ultima volta: il battesimo del piccolo Harre. Questi ora, per espresso desiderio di Eva e di Lucile, trotterellava davanti alla coppia, spettacolo per noi spiacevolissimo perch ci rammentava che lo sposo era il nonno del paggetto. Ma Eva e Lucile non si erano lasciate indurre a cambiar idea; Lucile soprattutto l'aveva voluto per sottolineare che questo era un matrimonio come un altro e andava festeggiato nello stesso modo, mentre una cerimonia semplice e austera sarebbe stata pi indicata, date le vicende pi tristi che liete della nostra famiglia. Non era stato possibile indurre mio padre a intervenire almeno alla cerimonia religiosa, con grande dispetto del bisnonno che invece, pur disapprovando anche lui quel matrimonio, prese parte alla festa dal principio alla fine, con non ultimo scopo di mostrare a mio padre come si debbano conciliare i doveri verso i vivi e quelli verso i morti. Ezard e Lucile venivano dietro gli sposi, Lucile felice di potersi mostrare in pubblico al braccio di suo marito, Ezard, invece, molto serio; prevedeva infatti che quel matrimonio non avrebbe potuto accontentare suo padre in modo durevole e, al contrario, l'avrebbe reso infelice, e disapprovava pertanto quell'unione per un motivo pi giusto e migliore dei nostri. Per di pi Galeide veniva proprio dietro di lui al mio fianco e forse questo gli dava un'inquietudine tormentosa.
Le donne della nostra famiglia erano tutte vestite di bianco a motivo del lutto, senza fiori o nastri colorati, e gi questo era uno spettacolo sufficiente a deprimere gli animi. Per altro il peggio si era che ognuno di noi aveva un peso sul cuore e anche la felicit degli sposi non appariva del tutto naturale quantunque sembrassero entrambi a loro modo contenti. Il pranzo di nozze, come gi quello del battesimo, fu fatto in casa di Ezard perch Lucile aveva voluto cos e Ezard, da quando, a motivo della sua peccaminosa passione, si sentiva colpevole verso di lei, meno che mai voleva opporsi ai suoi desideri. Avrebbe preferito per riguardo a mio padre evitare l'apparenza di una festa, ma era facile prevedere che non vi sarebbe stata lo stesso molta allegria. Io ebbi l'impressione che Eva volesse far mostra dell'amore del suo sposo con tutti, specialmente con Ezard che guardava ogni tanto con aria d'attesa, come un ragazzino che ha fatto una birichinata e vuol essere sgridato o ammirato, preferibilmente tutt'e due le cose insieme. Senza dubbio dovette rendersi conto che egli non se ne accorgeva neppure. A me per lo meno non sfugg, quantunque egli si sforzasse di compiere i suoi doveri di padrone di casa con affabilit e cercasse di apparire anche ai meno intimi abbastanza di buon umore, che dentro di s lottava e soffriva. Mi accorsi pure che i suoi occhi con uno sguardo lungo e cocente cercavano talvolta Galeide, seduta un poco discosta da lui, e che essa ricambiava lo sguardo in modo da non lasciarmi pi dubbio che vi fosse tra loro un'intesa pi stretta di quanto fosse noto a ognuno di noi.
Con certezza sapevo soltanto che cercavano di vedersi di nascosto, perch un giorno, verso il crepuscolo - era una sera di marzo tiepida e umida - essendomi recato al camposanto a visitare la tomba della mamma, avevo scorto due persone sedute sulla collina che era coperta soltanto da una scarsa vegetazione e ravvisato in queste Ezard e Galeide. Avrei preferito allontanarmi, ma vergognandomi della mia vilt mossi loro incontro e dissi con intenzione:
" bello da parte vostra che vi ricordiate cos fedelmente della mamma". Essi rimasero seduti tenendosi la mano e mi fissarono calmi; poi Galeide, come per rispondere al significato recondito delle mie parole, disse con voce triste:
"Lo sappiamo bene, perch", cosicch sulle mie labbra altre parole acerbe non vennero ed io tornai verso la tomba con gli occhi bassi. Avevo portato un mazzetto di violette e ora le lasciai cadere sulla fossa, una dopo l'altra attraverso le dita semiaperte, restando poi a guardarle senza sapere, nei miei cupi pensieri, quello che mi facessi. Dopo un po' che ero rimasto in quell'atteggiamento, essi si alzarono e andammo via insieme parlando di cose indifferenti. Tornai a non raccapezzarmi pi, e pensavo che la loro passione potesse anche essersi trasformata in una nobile amicizia. Ma sempre, quando coglievo una parola o uno sguardo che, dimentichi di s, si scambiavano, il mio primo sospetto ne riceveva conferma, sicch rimanevo disorientato e incerto nel mio giudizio.
Zio Harre ed Eva partirono per un viaggio di nozze che intendevano protrarre a lungo. Invece tornarono dopo poco tempo, non perch desiderassero godere indisturbati la loro felicit domestica, ma per distrarsi nel lavoro e nella vita di societ dalla delusione che li aveva gi colti. Per lo zio Harre questo non era difficile perch l'energia e lo slancio con cui si metteva al lavoro gli procuravano soddisfazioni cos nobili e abbondanti da riportarne una serenit interiore, senza che gli occorresse chiedere alla vita familiare altri incitamenti o che da questa potesse sentirsi in qualche maniera impedito. Era, generalmente parlando, una natura che poteva in tutti i casi fare a meno della vita e della pace domestica, non del lavoro e dell'attivit spirituale. Pi triste fu la sorte di Eva perch, non essendosi avverati i suoi sogni romantici della felicit della vita nell'amore, si trov smarrita e ora si metteva a far una cosa, ora un'altra, non senza un discreto entusiasmo poich non era priva di capacit, ma senza possedere le premesse indispensabili per riuscire veramente a qualcosa, sicch questo non bastava a dare alla sua anima nutrimento e vero ristoro.
Di conseguenza il piacere e la fiducia che aveva posto nella vita presto vennero meno ed ella divent una fanciulla spaurita - che fosse una donna maritata, di solito non veniva in mente a nessuno. In questa situazione cominci a piacermi molto di pi di una volta. Accadde un giorno, poco tempo prima che le nascesse il bimbo, che andai a fare visita allo zio e la trovai sola in casa. Era seduta in una poltroncina ricamata in colori diversi e senza alzarsi quand'io entrai mi fiss smarrita con gli occhi attoniti, da cui grosse lagrime sgorgavano frettolose, come se si vergognassero di farsi vedere e volessero nascondersi una dietro l'altra. La vista di quelle lagrime mi mise in un certo imbarazzo sicch, non sapendo cosa fare, mi sedetti al pianoforte che era nella stanza e cominciai a suonare alcune melodie graziose; poi mi rigirai sullo sgabello per vedere cosa facesse ora. Ebbene, piangeva pi dirottamente di prima, ma sorrideva anche e mi ringrazi pi volte e mi guardava tutta grata e contenta. Mi parve allora il momento di chiederle perch aveva pianto, se non si sentiva bene ed ella si fece rossa; ma poi rise, d'un riso che sembrava un grazioso scampanello. Disse che aveva avuto paura perch si era messa in mente di dover morire quando il bimbo sarebbe nato e si era vista nella bara insieme alla creaturina, mentre tutti gli altri le stavano intorno; ma nessuno piangeva, tranne il bisnonno un poco, e questo l'aveva commossa al punto che era venuto da piangere anche a lei. Io le diedi formale promessa, non solo di piangere in quel caso, ma di levare alti singhiozzi ed ella se ne mostr davvero soddisfatta; poi si mise ad osservarmi con attenta curiosit, reclinando un poco la testa da un lato come un uccellino, sicch in quel momento assomigliava alla mamma ed anche a Galeide. Io provai una vera tenerezza per quel caro viso pallido e il rimorso di averla giudicata sino allora ingiustamente vi mescol un sapore particolarmente piccante. Nello stesso tempo si dest in me un rancore contro lo zio Harre, il bisnonno, mio padre, Galeide perch non si erano presi abbastanza cura delta tortorella volata tra noi. Quando volli farlo intendere in casa destai dapprima una certa sorpresa, ma poi la mia descrizione del solitario affanno della giovane zia, di cui tanto apertamente mi aveva confessato il motivo, commosse subito tutti gli animi in favore di Eva ed essi presero parte per lei contro lo zio Harre, com' delle persone di forte tempra prendersi a cuore, quando vi sia discordia fra due, quello che soffre di pi, anche se questi con la sua presunzione oppure per debolezza e inesperienza sembri aver provocato da s la propria sventura.
Soprattutto il bisnonno e Galeide svolsero d'ora in avanti un'attivit molto affettuosa in favore di Eva, mentre mio padre teneva sempre pi dalla parte di Lucile. A questa infatti lo legava il cruccio comune per Ezard e Galeide, quantunque entrambi lo sentissero in modo diverso, poich Lucile dava tutta la colpa a mia sorella, mentre invece mio padre era persuaso che Ezard, quasi con la violenza, gli avesse straniato il cuore di Galeide. Ma ad onta di questo sapevano tutti e due che avrebbero lottato sino all'ultimo respiro contro il dispiegarsi di questa inclinazione e questo li teneva uniti. Allontanandosi cos sempre pi da noi, in quanto Lucile sottolineava il sentimento del suo abbandono con modi aspri ed amari, mio padre con una malinconia sempre pi grande, finirono col trovarsi davvero in una fredda solitudine senza per altro potersi dare scambievolmente alcuna gioia o consolazione; ch in realt Lucile pensava sempre a Ezard, mio padre continuamente a Galeide, ossia ognuno a quello che l'altro odiava di pi. Cos vivevano in una condizione miseranda e quantunque io allora, avendo da soffrire sovente per il loro stato d'animo, cercassi di persuadermi che essi stessi erano stati la causa di tutto questo, oggi non posso ricordarmi di loro senza sentirmi una stretta dolorosa al cuore e credo che mi struggerei di pena se non potessi gridar loro nella fossa una parola buona, in modo che la possano udire. Colui che gode la vita, non tanto va a cercare, nel suo egoismo, i fortunati o gli sventurati che si abbandonano al loro proprio destino, ma piuttosto i meno attivi o pi silenziosi partecipi delle umane vicende che sanno anche interessarsi agli altri e, di conseguenza a lui. Ma chi ha rinunciato vede le cose diversamente e non capisce come sia potuto passare tanto frettolosamente accanto al dolore di una persona cara solo perch una lagrima ancora non gli cadesse nel calice ad amareggiargli il vino buono. Io adesso berrei un mare di lagrime se solo potessi in questo modo far s che mio padre non avesse pianto le sue o che in un luogo beato gli vengano restituite sotto forma di rugiada celeste. Ma quel che  passato  passato.
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16.
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Non si pu dire cosa deve aver sofferto mio padre nel suo isolamento. Si dice che i medici possano calcolare dallo stato di una salma, facendone l'autopsia, il grado delle sofferenze patite dal vivo; nello stesso modo anch'io, solo oggi che tutto il passato mi si discopre, riconosco quanta desolazione doveva esservi in lui che noi non eravamo disposti ad ammettere. Non  da dubitare, infatti, che egli gi da tempo prevedesse il tracollo dell'antica casa fidata che portava il suo nome; ad onta di questo continu a lavorare, instancabilmente, fino all'esaurimento delle sue forze, e, cosa ben pi amara, senza speranza. Di questo non disse mai nulla ad alcuno, e fu certamente un errore, ma che non spetta a me, suo figliuolo, di rinfacciargli. Infatti, che uomini dobbiamo essere stati noi se egli non os saggiare la fermezza del nostro amore in un fuoco di sofferenza? Avevamo forse l'aria di apprezzare in lui solo la persona che ci portava il benessere? Mi sento fremere e un brivido correre per le ossa quando mi pongo di queste domande. A quel tempo per non si viveva e non si pensava pi in l dell'immediato presente. Galeide ed io respiravamo meglio quando mio padre partiva per un lungo viaggio d'affari. Eravamo allora press'a poco soli nella grande dimora e facevamo quello che ci piaceva. Galeide si occupava dell'andamento della casa solo quando ne aveva voglia, leggeva parecchio, ma soprattutto le era venuto il capriccio di imparare a suonare il violino e vi si era accinta con un'energia e un impegno che stupivano per la loro costanza. Nostro padre la tormentava sempre perch si facesse regalare qualche cosa da lui, volendo in tal modo, se non comperare il suo affetto, almeno darle un segno del proprio ed era felice se qualche volta aveva un desiderio. Di solito per ella non chiedeva nulla o, semmai, delle cosucce da niente, essendo abbastanza assennata per desiderare che si evitassero spese superflue; ma quando si tratt del violino e delle lezioni occorrenti, si umili a pregare, anzi a supplicare, timida e vergognosa come una bambina. Pap non avrebbe esitato ad andarle a prendere lo strumento nel vivo fuoco dell'inferno se non l'avesse potuto procurare altrimenti.
In casa nostra quasi tutti eravamo amanti della musica e, posso dirlo, in un senso migliore di quanto si usi dare alla parola. Non so perch nessuno di noi abbia mai pensato di scegliersi quest'arte come professione, a meno che l'amassimo troppo per umiliarla nell'esercizio quotidiano. Ezard suonava il piano cos egregiamente da non lasciar dubbio che sarebbe diventato un pianista eccellente se insieme alla costanza avesse avuto molto tempo da dedicare allo studio, e per me, che pure ero troppo pigro e superficiale per raggiungere la perfezione, la musica era tuttavia la cosa pi bella della vita, l'amica e la consolatrice, davanti alla quale mi mettevo in ginocchio, nel cui grembo posavo il capo senza vergognarmi. Sulle prime questo studio del violino m'infastid, poich non si sentivano che orrende stonature, oppure eseguire faticosamente con magra arcata belle canzoni a me care, ridotte a pezzi per principianti. Ma non posso negare che presto Galeide raggiunse un grado di esecuzione meno stentata, sicch non mi dispiaceva accompagnarla al pianoforte ed erano, quelli, momenti in cui ci sentivamo intimamente felici e contenti l'uno dell'altra. C'era in casa una sala da musica, con un pianoforte a coda nel mezzo, che la sera era illuminato da un lampadario che pendeva sopra di esso. Alle pareti le finestre si alternavano con specchiere che tenevano tutta l'altezza della stanza e riflettevano la nostra immagine quando stavamo suonando. Ricordo che spesso gettavo un'occhiata all'immagine di Galeide che suonava, riflessa nello specchio, perch mi piaceva molto di pi l che in realt. Il primo pezzo che eseguimmo insieme fu Lang lang ist's her. Poich la sua arcata era ancora molto incerta, era come se uno cantasse piangendo e questo non disdiceva alla canzone e fu il motivo per cui non gliela potei mai sentir suonare senza restarne profondamente commosso. In questo momento mi par di sentir quella melodia, gi tante volte udita, giungermi ancora dalla finestra aperta coi lunghi accorati accenti del violino; ma certo  soltanto la zampogna di un pastore sulle montagne dirimpetto.
A quell'epoca Ezard e Galeide si lasciarono sempre pi prendere dalla loro passione ed io oscuramente lo intuivo senza per altro saperlo con certezza come ora purtroppo lo so. Talvolta mi sembrava che Galeide attendesse solo che io uscissi per poter restare sola con Ezard ma io non indagavo perch avevo paura. Cos nella grande casa quasi deserta erano spesso soli, talvolta in modo palese, quando suonavano insieme, talvolta senza che alcuno lo sapesse. Negli intervalli si controllavano abbastanza, cercando di sembrare come tutte le altre persone, ed anche Lucile si lasci volentieri illudere, sicch i loro rapporti esteriormente migliorarono. Ma per Ezard e Galeide questo era soltanto possibile attraverso la pi atroce simulazione e un costante tormentoso controllo di s, ed essi cercavano nella loro disperazione ogni sorta di scappatoie per alleggerirsi di questo peso.
Fu in quel tempo che un'epidemia di tifo richiam l'attenzione della cittadinanza sulla nostra cattiva acqua potabile e il senato deliber di ordinare un'inchiesta accurata e di introdurre dei miglioramenti radicali. A questo scopo fu nominata una commissione che doveva prima di tutto studiare e confrontare le condutture d'acqua di altre citt e relativi impianti; zio Harre ne fu il presidente. Egli fece contemporaneamente la proposta che il vecchio ordinamento sanitario, rivelatosi ormai insufficiente, fosse sostituito da un altro che il pi possibilmente assomigliasse a quelli del Reich, ove fossero giudicati buoni. Questa circostanza sugger a Ezard il pensiero di sollevare suo padre di una parte dell'attivit che era chiamato a svolgere; lo attiravano qui i nuovi studi cui si sarebbe dovuto dedicare e da cui si riprometteva una occupazione interessante, ma soprattutto intendeva di sfruttare i viaggi che le circostanze avrebbero resi necessari per i suoi privati scopi colpevoli. Egli si diceva infatti che in tal modo avrebbe avuto un pretesto per assentarsi in qualunque momento e che ne avrebbe potuto approfittare sovente per vedere Galeide mentre lo si credeva fuori di citt. Poich questo movente rimase celato a tutti fuorch a Galeide, parve strano che Ezard volesse occuparsi di cose che tanto dannosamente avrebbero intralciato le sue attivit consuete; da un lato si ammir la sua versatilit, dall'altro si biasim il suo difetto di perseveranza; tutti poi, che lo approvassero o meno, lo giudicavano persona straordinaria e sconcertante.
A tutto questo Ezard non bad neppure, sebbene fosse di solito abbastanza modesto da ascoltare il giudizio degli altri, persino in materia in cui era superiore. Ma era caratteristico di lui che la sua volont, per il solito quieta, e che mai in alcuna circostanza si mutava in capriccio o in noiosa ostinazione, una volta destata tendesse irresistibilmente al suo scopo, appassionatamente e, insieme, con avvedutezza. Come fa il corridore di classe che non forza mai il passo, ma lo conserva moderato e regolare in modo da poter resistere a lungo e lasciarsi infine lontani dietro di s gli imprevidenti, presto affaticati, cos Ezard operava calmo e sicuro e, quantunque mosso dalla passione ad agire, agiva senza passione. Era appunto questo che sempre, anche quando si trovava in colpa, lo faceva apparire superiore agli altri, sicch, pur biasimandolo, lo si ammirava.
In questa circostanza Ezard si fece amico dell'ingegnere che era stato chiamato a fare una perizia dell'impianto idraulico. A un uomo attivo come lui la scienza tecnica offriva un interesse particolare sia perch essa conduce a risultati tangibili e utili, sia perch richiede una certa perizia manuale nella quale uomini di fresca energia lavorativa volentieri si esercitano. Pertanto, gi per il fatto che l'avrebbe potuto avviare ed istruire in questa scienza, l'ingegnere piacque ad Ezard. Inoltre egli aveva nel suo campo di lavoro molte idee felici e con queste s'impose a mio cugino che credeva di mancare di fantasia ed era portato a sopravvalutare negli altri quella piacevole fecondit dell'ingegno che tra la messe quotidiana della vita fa spuntare qua e l i rossi papaveri. In realt l'ingegnere aveva infinitamente meno fantasia di Ezard, tanto da non essere nemmeno in grado di accorgersi del valore e della bellezza di questa e da considerarla un danno e un ostacolo non appena ne scorgesse l'impronta. Soltanto nel suo mestiere era inventivo perch era coerente e da nulla si lasciava sviare o distrarre. Era norvegese e si chiamava Karlsen. Portava una barba lunga e biforcuta che si poteva gettare sulle spalle, uno scherzo questo che lo rese simpatico a Eva e Galeide le quali talvolta erano proprio ancora come due bambine. Ezard infatti lo introdusse presto in casa dove egli fu bene accolto e si acquist le simpatie di tutti, come non era forse mai toccato ad alcuno; specialmente sullo zio Harre raggiunse una tale influenza che in molte cose lo dominava addirittura. Poich allora ci si incominciava a interessare di tutto ci che  norvegese, attraverso celebri scrittori di questo popolo, lo considerammo un buon acquisto e salutavamo con giubilo ogni suo tratto che sembrasse corrispondere ai tipi di Ibsen o di Bjrnson. Per molte idee familiari tra noi e pretendenti ad una validit universale, come quella della nobile femminilit, della grazia ideale e di molte altre cose non di questa terra, non aveva alcuna comprensione. Pi di tutto gli piacevano in ogni individuo, fosse uomo o donna, il buon senso e l'energia operosa e pertanto guardava con evidente disapprovazione a Galeide che considerava un oggetto di lusso riprovevole, e si mostrava invece soddisfatto di Lucile che in casa era sempre in faccende, che era abbonata a una quantit di quotidiani, di settimanali e di riviste per istruirsi su tutti i problemi del giorno, ed era, in breve, tutta zelo e ardore, e tutt'al pi ammetteva una persona come Eva, che almeno aveva saputo fare un bambino. Galeide era sempre contentissima quando c'era lui perch l'opinione ch'egli aveva di lei la divertiva. Mi pare ancora di vederla, abbandonata nella sua poltrona a dondolo come un gattino che si scalda al sole, esortarlo col suo riso gentile a far vedere il giuoco della barba. Questo suo contegno provocava di solito il biasimo di Lucile, mentre Ezard ed io a stento trattenevamo le risa. Mi dimenticavo di parlare degli occhi di Karlsen, i quali avevano anch'essi la loro importanza nel senso che, oltre all'intelligenza, esprimevano una grandissima onest e gli davano l'aria di una persona integerrima. Non sarebbe stato possibile mettere minimamente in dubbio alcuna delle sue parole, tanto pi che egli non si pronunciava mai su una questione di cui non si fosse occupato a fondo; una qualit, questa, che distingueva anche mio cugino.
Con questo norvegese Ezard si mise dunque a viaggiare per una gran parte dell'anno. Questo modo di vivere cos irrequieto corrispondeva intieramente allo stato del suo animo, e gli fece bene cedere nella realt fisica alle tempeste che gli sconvolgevano l'anima e potersi lasciar trasportare cos da un luogo all'altro. Difatti la corrispondenza della vita fisica con la vita spirituale ci fa sempre bene, ed un cuore che combatte e lotta pulsa pi lietamente in un corpo attivamente mosso che non in un corpo in riposo.
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La considerazione di cui il nostro nome e in particolare quello dello zio Harre e di suo figlio Ezard godevano permise a mio zio di passare una parte delle sue incombenze a mio cugino senza difficolt. Tanto pi volentieri lo fece in quanto cominciava a dedicare una quantit di tempo alla bambina che Eva gli aveva partorito. Il suo affetto per la giovane moglie si approfond e divenne pi grande ed ora appoggiava su un fondamento pi sicuro di prima. N si poteva immaginare alcunch di pi grazioso di quella mammina bionda con la minuscola creatura che aveva messo al mondo: sembrava una bambina che giuoca con la bambola. Nello stesso tempo per era molto pi assennata di quanto l'apparenza lasciasse credere e accudiva a tutti i suoi doveri materni con la massima abilit e fidatezza. Invece il suo sentimento verso mio zio, quale poteva essere stato in principio, era spento per sempre. Se non fosse divenuta sua moglie, forse gli avrebbe conservato per tutta la vita una venerazione fanatica; ma ora gli era troppo vicina, ed era ancora una fortuna che rispettasse sempre in lui il padre della sua bambina e fosse abbastanza intelligente da non disconoscerne le doti dell'ingegno e del carattere. Non era, generalmente parlando, una di quelle nature primitive che sembrano nate con gli elementi e di questi hanno l'anima che opera con forza cieca. Sembrava piuttosto una delicata miniatura che la mano di Dio avesse accuratamente dipinto in un angolo grazioso del libro dell'umanit. Dal giorno che avevo visto Eva piangere cos di cuore, ero divenuto un ospite frequente nella casa di mio zio; ero stato anche padrino della bimba, e mi ero giurato, se non proprio di allevare la tenera creatura nello spirito cristiano, come avevo dovuto promettere al fonte battesimale, di conservarle almeno in me un secondo padre, cui potesse ricorrere non appena avesse bisogno. Per mio desiderio fu chiamata Heileke dal nome della mamma; andavo a vederla quasi tutti i giorni per informarmi della sua salute. Eva mi accoglieva sempre con piacere schietto: si adornava con i fiori che non dimenticavo quasi mai di portarle, si faceva suonare qualche cosa al pianoforte e quando andavo via mi pregava di tornare il giorno dopo. Lo zio Harre vedeva con piacere le mie visite, tanto pi che sempre, fin da ragazzo, mi aveva favorito parendogli che io promettessi di diventar qualcuno, e mi invitava anche spesso a pranzo e a cena; io per non accettavo mai senza chiedere prima ad Eva se le fosse gradito.
Talvolta incontravo l Ezard il quale dopo l'accordo di cui ho parlato a proposito dei loro affari, aveva sempre molte cose da discutere con suo padre e quando non lo trovava in casa si fermava ad attenderlo nella sala di soggiorno. Eva non era meno gentile verso di lui che verso di me, ma lo era in un modo tutto diverso. Se a me, per esempio, portava la piccola Heileke e di me approfittava in tutti i modi perch la tenessi in braccio, la cullassi e le cantassi la ninna-nanna, quando Ezard veniva si preoccupava sempre di tenerla lontana, che per l'amor di Dio la sua irrequietezza non gli desse fastidio (e pensare che in genere i bambini piacevano a lui molto pi che a me e che molto meglio di me egli sapeva stare con loro), e lei stessa se ne stava quieta quieta, divorando pi con gli occhi che con gli orecchi ogni sua parola, quasi egli fosse un oracolo di cui non occorre accertarsi se dica la verit, ma che si deve venerare sbito con fede assoluta. Non tardai ad accorgermene e ne provai una grande stizza; di quando in quando ne davo la colpa a Ezard, sebbene egli non ne avesse proprio alcuna; debbo anzi dire che egli non solo non cercava la compagnia di Eva, ma l'evitava addirittura, per quanto gli era possibile farlo senza offendere suo padre. In questo stato d'animo cercavo una facile occasione per urtarmi con lui quando lo incontravo da Eva, e cos una volta, alludendo ai suoi frequenti viaggi ed alla sua attivit molteplice, di cui per altro sino allora non mi ero dato gran che pensiero, gli dissi:
"Ma quanto dureranno ancora questi tuoi viaggi di studio? Molte persone di giudizio si meravigliano che tu trascuri una professione onorevole come la tua per occuparti di cose che ti sono estranee. Si dice in giro che tu ti sia anche messo a studiar medicina, e ti si considera gi uno di quelli alle cui spalle ci si diverte. Ammetterai che tutto questo non  molto onorevole e neppure piacevole per la nostra famiglia".
Ezard avrebbe facilmente potuto chiedermi di rimando che cosa avessi gi fatto io per accrescere lo splendore del nostro nome; tuttavia nella finezza del suo animo si trattenne da questa osservazione troppo ovvia e si limit a dire che quell'occupazione gli conveniva e che sperava riuscisse utile alla citt ed anche alla nostra famiglia. Appena avevo toccato questo tasto era diventato pallidissimo ed il suo viso pareva essersi fatto di pietra, come se si preparasse a respingere un attacco. Eva lo guardava senza batter ciglio, piena di amorosa comprensione e disse timidamente:
"Noi lo deploriamo, caro Ezard, appunto perch questo tuo modo di vivere ti toglie a noi, e noi tutti, specialmente Lucile, rinunciamo malvolentieri alla tua compagnia".
"Tutti dobbiamo imparare a rinunciare a molte cose", disse Ezard freddamente. Eva strinse nervosamente le sue piccole mani e disse ancor pi sottovoce di prima:
"Caro Ezard, se ti potessi aiutare e farti davvero felice! Vedi, tutto quello che a noi sembra pi grande e pi bello nella vita noi non lo otteniamo quasi mai. Ma non potrebbe farti contento sapere che tua moglie trova tutta la sua felicit in te, vedere i tuoi bambini che sono cos belli e cari, crescere allegri sotto i tuoi occhi? Pi di questo tocca in sorte a cos pochi e tu stesso dicevi poco fa che tutti dobbiamo saper rinunciare".
A questo punto Ezard replic press'a poco con le seguenti parole:
"Che mio dovere sarebbe occuparmi di pi di mia moglie e dei bambini, lo so pi che abbastanza. Voi, nel rinfacciarmelo, fate quello che dovete ed io faccio quello che posso. Quello che non posso : sembrare affettuoso quando non lo sono. Quello che posso fare, pu darsi che vi sembri poco, ma a me costa la mia vita intera.  meglio cambiar discorso".
Cos dicendo si alz ed usc e noi due guardammo per terra, io con la faccia scura, Eva per nascondere le lagrime che le rigavano il volto afflitto. Ma io me ne accorsi ugualmente e ne succhiai nuovo alimento al mio rancore. Quando poi Eva, preoccupata nel suo animo infantile di trovare un responsabile di tutto quel guaio, giunse al punto di dirmi che avrei fatto meglio a non cominciare a parlare di quelle cose, non potei pi trattenermi e, dopo averle detto alcune parole aspre, me ne andai in preda a un vivissimo malumore. Presso la porta di casa mi imbattei in Ezard che probabilmente aveva deciso di non aspettar pi suo padre ed approfittai di quel ribollimento momentaneo per rimproverargli tutto quello che, quando il mio animo era calmo, non avevo il coraggio di rinfacciargli. Contro la volont di suo padre, gli dissi, aveva sposato Lucile; a un certo momento, poi, Galeide gli era piaciuta di pi ed egli ne aveva colmato il cuore ignaro di desideri e di passioni che dovevano renderla infelice. A mio padre aveva rubato in tal modo la sua ultima gioia. Ora non restava altro che la sua matrigna si innamorasse di lui perch nella nostra famiglia si preparassero delle scelleratezze simili a quelle che sino ai nostri tempi hanno reso sinistramente famose le stirpi leggendarie dell'antichit che, almeno, soffrivano per maledizione divina. Gi pace e confidenza se n'erano fuggite dalla nostra casa e non vi restavano per apportarvi la catastrofe se non disordine e confusione. Ezard stette ad ascoltare calmo e rispose:
"S, tutte queste cose sono vere ed io ti auguro soltanto di non doverle mai dire a te stesso in lunghe notti insonni. Quanto a Eva, pu darsi benissimo che mi voglia bene, tuttavia non pi di quanto ne voglia a te ed io vedo con gioia che con lei mio padre  ogni giorno pi felice e pi contento. Questo non pu mancare di procurare poco alla volta una consolazione anche a lei, che del resto ne trova gi tanta nella sua bambina". Disse poi ancora brevemente: "Saluti a Galeide" e si accomiat.
Per la prima volta mi resi conto perch quel tormento che Ezard e Galeide accettavano col loro amore non potesse non essere. Mi rappresentai le loro due persone alte e vigorose come spesso le avevo viste, una a fianco dell'altra e non potei provare che un compiacimento, quale risveglia nell'anima ogni compiuta armonia. Quando due esseri sembrano cos destinati l'uno all'altro, pensavo, non  un avvertimento di Dio o della saggia natura ch'essi si debbano appartenere? Questa passione  forse qualcos'altro della volont della natura la quale si annuncia dapprima per segni amabili, ma poi, se vi si resiste, passa come un uragano distruttore? Questo chiamiamo fatalit e destino. Cosicch in fondo non sono essi che peccano, ma gli uomini i quali non riconoscendo quello che in loro ha parlato sostituiscono a ci che  secondo natura le loro forme artificiose. Con questi pensieri nella mente portai a Galeide il saluto di mio cugino ed ella dapprima arross e sorrise felice, ma poi, riflettendo forse che egli era stato un poco con me, che le era tanto vicino eppure cos irrimediabilmente lontano, si rattrist. Per consolarla la esortai, in mancanza di meglio, a suonare con me. Acconsent, ma suonava con tanta poca espressione che mi voltai meravigliato a guardarla. Allora vidi nello specchio che il suo volto aveva assunto la stessa espressione pietrificata che dianzi avevo notato in Ezard. S, pensai, quest'amore non  un delitto,  fatalit. Un dio  entrato in loro, proprio come nei profeti e come questi essi vengono lapidati. Ma non avevo il coraggio di prender le loro parti di fronte a chicchessia e lasciai che le cose continuassero il corso che avevano tenuto sino allora, sentendomi come un saggio che sta immobile in mezzo al fluttuare degli eventi e che nulla condanna perch tutto comprende.
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18.
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Coloro che, per aver perduto le ricchezze, devono rinunciare alle soddisfazioni mondane, proprio da quest'esperienza imparano sovente che cosa nella vita abbia veramente un valore; e cio l'amore fedele di chi ti  pi vicino, che trova allora occasione di affermarsi magnifico, simile agli astri notturni la cui luce si fa sempre pi vivida quanto pi la notte si oscura. Invece mio padre vedeva venir meno, insieme ai sostegni esterni della sua vita, anche quelli nei quali il suo cuore aveva confidato. Certamente questo in parte era colpa sua, non avendo egli avuto il coraggio di afferrarsi a questi sostegni, ossia di invocare la fedelt dei suoi figli e dei suoi amici. Ma chi ardirebbe affermare di s che avrebbe agito diversamente, se sapesse e provasse tutto quello che mio padre sapeva e provava? Nel suo smarrimento egli si aggrappava alla misera speranza di poter conservare i tesori del cuore con quei beni materiali che proprio allora cominciavano a sfuggirgli. Il fantasma della ricchezza gli danzava davanti come un fuoco fatuo e lo attirava verso regioni fatali. Egli poneva ai piedi di Galeide ora questo, ora quell'oggetto per farle piacere, una pietra preziosa scintillante nella bella montatura oppure, d'inverno, un fiore raro e quella poveretta si torturava per trovare una parola grata e un sorriso, senza poter impedire che egli intuisse quanto la sua gioia fosse forzata. Eppure, quantunque mio padre non avesse la forza di darsi un contegno diverso, pi dignitoso e conforme, come molti potrebbero pensare, a quello stato di cose, tuttavia egli prese la risoluzione virile di lasciare per un tempo piuttosto lungo la nostra patria. La situazione della sua azienda esigeva un viaggio laggi - cos ci si esprime delle nostre citt marinare dell'Hansa, parlando dell'America -. Volle fare ancora un tentativo, un ultimo sforzo per impedire il declino della sua casa, o forse pens di potere, stando al timone, affrontare meglio il tremendo naufragio.
Parlandoci la prima volta di questo suo proposito, senza per dir nulla della situazione minacciosa dell'azienda, osservava con attenzione inquieta Galeide per cogliere l'impressione che la notizia le avrebbe fatta. Ella lo guardava con tristezza; ma non era il dolore schietto, che si abbandona senza ritegno ai lamenti, di un figlio che veda allontanarsi per un lungo tempo suo padre; per lei, infatti, la sua partenza significava un sollievo, la possibilit di vedere pi spesso del solito Ezard che le era divenuto quanto di pi caro avesse al mondo. Ma proprio la consapevolezza di considerare nel disordine del suo animo come una felicit quello che il suo ingenuo cuore di bimba avrebbe voluto sentire come un dolore, le procurava una sofferenza paragonabile a quella della spada che trafigge il petto della coppia dannata nel poema di Dante e alla loro empia delizia unisce un affanno che non d tregua. Per altro mio padre nel suo amore per Galeide era troppo debole per non godere delle malinconiche dolcezze del commiato. Non la lasciava allontanare un momento, ed anche a me mostrava una tenerezza pi viva del solito. Poich il bisnonno aveva salutato e ammirato quella decisione di andarsene come una reazione coraggiosa alle cupe meditazioni di quegli anni, vivemmo reciprocamente soddisfatti e gli ultimi giorni passati da mio padre con noi mi sono rimasti nel ricordo come giorni di bont e di pace. Il bisnonno riusc persino con le sue arti persuasive a indurre una sera mio padre a cantare, e cos egli ci cant alcune canzoni come da anni non faceva. Aveva una voce tenorile non troppo alta, di timbro morbido e nobilmente modulata che toccava il cuore; cantava secondo la vecchia scuola e la forza e l'espressione del suo canto venivano non tanto da un artificioso alzarsi e abbassarsi della voce quanto dalla passione che l'anima vi metteva e che si trasfondeva in ogni accento. Io lo accompagnai al pianoforte e, dal mio posto, potevo vedere il bisnonno seduto in un angolo del sof in ascolto, mentre Galeide, appoggiata al davanzale della finestra, guardava fuori nel giardino fondo e buio. Mio padre cant tra l'altro una canzone che era stata di moda una volta e che incominciava cos: Vorrei sapere, quando tra poco sar sepolto... L'argomento della canzone  questo: un giovane ha il presentimento di dover morire presto e si domanda malinconicamente se l'unica che egli ami su questa terra gli conserver una memoria fedele e verr a visitare la sua tomba. Un lieto slancio della melodia accompagna dopo alcuni accordi in bemolle le ultime parole della canzone, in cui il dubbio del cantore si risolve nella fiducia che l'amata conserver di lui un ricordo fedele. Quando mio padre ebbe finito di cantare, Galeide dalla finestra si volse verso di lui e lo preg di ripeterla, restando poi seduta in quella posizione mentre egli l'accontentava; nel suo dolce viso gli occhi guardavano verso di noi cos immobili che si sarebbe potuto crederla una statua di cera.
Uno degli ultimi giorni della permanenza di mio padre in Europa ci ritrovammo ancora una volta tutti dallo zio Harre. Questi sapeva meglio di noi della rovina finanziaria incombente ed era quindi assai preoccupato, anzi, pieno di angoscia per non essere in grado di salvare mio padre, mentre si sentiva strettamente legato a lui e considerava la nostra fortuna come se fosse la propria. Nascondeva questo stato d'animo dietro l'eccitazione in cui facilmente si convertiva la sua naturale vivacit; ma talvolta lo si vedeva cadere all'improvviso in cupe meditazioni e guardare fisso davanti a s e in quei momenti aveva l'atteggiamento e il volto di un vecchio. Poi sembrava riscuotersi e, gettando all'indietro la folta capigliatura grigia, balzava in piedi per attaccare discorso con qualcuno di noi. Anche mio padre si sforzava di sembrar calmo e sereno; s'intrattenne persino con Ezard, con aria seria, ma benevola - ed io l'apprezzai non poco - ma Ezard non pareva sopportare ci senza intima sofferenza. Pi di tutti mi faceva compassione l'infelice Lucile, alla quale doveva sembrare di perdere il suo ultimo appoggio per rimanere sola tra potenze nemiche; non si staccava dal fianco di mio padre e appoggiava alla sua spalla la testa scura con dolcezza e abbandono. Quando la sera tardi ci separammo, mio padre disse addio allo zio Harre; i due fratelli si gettarono l'uno nelle braccia dell'altro singhiozzando forte; noi volgemmo la testa turbati, cercando di reprimere la nostra emozione. Nel darci la buona notte mio padre ci baci ripetutamente, stringendosi soprattutto al cuore Galeide, quasi volesse tenere per s e portarsi via un pezzetto di lei. Ma eravamo troppo stanchi per immaginare dal suo contegno qualche cosa di insolito. Per altro, verso mattina - potevano essere circa le quattro - mi destai da sogni confusi e quando riuscii a raccapezzarmi sentii Galeide chiamare dalla finestra aperta: "Pap, pap". Mi vestii in fretta per vedere cosa fosse accaduto e corsi nel giardino che era di un grigiore smorto; l'aria era fredda come quando  imminente il levar del sole ed io rabbrividii. Galeide, affacciata alla finestra, non sembr stupita di vedermi.
"Se n' andato," disse; "corrigli dietro tu, io non posso, vedi." Dicendo questo scoppi in lagrime e appoggi la testa sul davanzale, sicch i capelli sciolti caddero in fuori.
Capimmo allora che mio padre aveva voluto risparmiare a s e pi ancora a noi la pena del commiato, ma decidemmo ugualmente di andare al porto all'ora della partenza del piroscafo per mandargli ancora un saluto da terra. Cos facemmo, e quando riuscimmo a scorgerlo ci parve pi calmo della sera avanti. Mi fece un cenno di saluto con aria seria e amorevole, quasi volesse esortarmi a sopportare virilmente tutto quanto sarebbe accaduto e affidasse a me non solo Galeide, ma anche s e la sua memoria. Ma quando il suo sguardo si volse a mia sorella, il suo volto prese un'espressione affatto diversa, e che non posso descrivere, tanto era triste e di dolce rimprovero. Galeide sostenne con fermezza il suo sguardo fintanto che egli rimase visibile sulla nave che lentamente s'allontanava. Aveva un aspetto che non le avevo mai visto, simile piuttosto a quello di una sfinge marmorea che a una persona viva, come se dentro l'anima le si fosse impietrita per poter sopportare l'insoffribile. Parr incredibile che ella non potesse per amor di suo padre e di Lucile vincere la passione che aveva reso tanto infelici quei due esseri a lei cari, che non tentasse neppure di farlo, che nemmeno in quell'istante il suo cuore formulasse il proposito di lasciare colui che cielo e terra le rifiutavano. E neanch'io voglio scusare questa colpa del suo animo prepotente. Debbo per dire che talvolta mi  parso pi dignitoso da parte sua andare, come faceva, verso l'abisso con occhi aperti e volont consapevole. Si rifiutava di cedere ad una commozione momentanea, e il desiderio di poter render felice anche solo fugacemente con una promessa confortante chi l'implorava e soffriva, mai l'indusse a mentire a se stessa; poich ella non dimentic mai che tutto avrebbe potuto fare e tutto sopportare, fuorch rinunciare a Ezard.
Quando la nave fu divenuta ai nostri occhi un puntino danzante lontano, voltammo le spalle all'acqua e camminammo ancora insieme per un tratto in silenzio; poi ci separammo ed io non potei trattenermi dal pensare che Galeide mi lasciasse per incontrarsi con Ezard.
Cominci allora una vita strana per noi, rimasti soli nella grande casa, perch il bisnonno abitava l'ultimo piano pi piccolo degli altri, dove poteva illudersi di stare per conto suo, per la sua ostinata mania di indipendenza. In principio Galeide ed io ci divertimmo ad aprire tutte le porte ed a passare da una camera all'altra per godere sino in fondo la nostra solitudine. Da bambini infatti ci era parso bellissimo e sommamente desiderabile essere un giorno completamente soli in casa, senza annettervi tuttavia un fine particolare. Gli  che sull'animo infantile esercitano una grande attrattiva le stanze vuote e il miraggio di potersi sfogare l dentro a ballare, saltare, far confusione e disordine nel pi largo senso della parola. A quest'attrattiva Galeide ed io non eravamo allora ancora divenuti insensibili. Per altro qualche volta veniva fatto di trasalire, soprattutto quando si rammentavano le corse festose fatte da bambini attraverso le stanze piene di luce e di allegria sotto gli occhi dei nostri giovani genitori adorati. Il bisnonno si mostrava di un umore piacevolissimo; Dio sa come sapesse rassegnarsi a tutti i guai che ci minacciavano e di cui era pure in qualche modo informato. Mostrava una gran voglia di veder gente e ottenne di far invitare spesso il Renano insieme al quale si intratteneva sui problemi della vita moderna. Sebbene fosse molto pi vecchio di noi, metteva nel discutere queste cose singolari pi interesse e ardore degli altri, i quali tuttavia pensavano che esse gli piacessero solo in astratto, dove, com' noto,  facile conciliare pratica e teoria. Io avevo allora il vezzo stravagante di deprezzare tutto quello che altri portava fervidamente alle stelle perch non c'era nulla che mi sembrasse meritevole di un entusiasmo schietto e, ove questo si esprimeva nelle parole di alcuno suscitava in me contrariet e scherno. In Galeide c'era un miscuglio piuttosto disordinato di vecchio e di nuovo, tanto che sarebbe potuta essere ora una dama incipriata del rococ, ora un'amazzone dei tempi della Rivoluzione Francese, ora una valchiria della mitologia nordica, fatto che ad altri appariva forse attraente e meraviglioso, ma a me dava sensibilmente ai nervi, non potendosi mai trovare un punto fermo dal quale confutarla e biasimarla. Del resto non discuteva volentieri a lungo di problemi scientifici e sociali, non essendo animata dallo stesso zelo assiduo del bisnonno o di Lucile i quali cercavano sempre di conoscere e di imparare qualche cosa di nuovo. (Quantunque non sia detto con questo che fossero due scolari docili). Perci Galeide mi esortava a suonare e per ascoltarmi si sedeva nella poltrona a dondolo o nel vano della finestra che erano i suoi due posti preferiti; appariva allora cos lontana e assente che il suo viso faceva pensare a una casa con le persiane chiuse, dove gli abitanti fossero tutti morti o partiti per un lungo viaggio.
Questo modo di vivere portava con s, non ostante il nostro isolamento, una certa inquietudine ed eccitazione che, per quanto riguardava Galeide, erano tuttavia da attribuire anche ad altre cause, riconoscibili soltanto dagli effetti che producevano sul suo carattere. Ezard improvvisamente torn ad essere molto pi di frequente in casa, unicamente per il motivo, di cui solo molto pi tardi ci rendemmo conto, che ora poteva sperare di veder Galeide sovente. Certo, era raro vederli insieme e allora sembrava, almeno io sentivo cos, che un manto di bragia li cingesse, quasi ardesse un fuoco dentro di loro. Spesso Galeide teneva con s tutto il giorno il piccolo Harre e faceva con lui tanti giochi graziosi. Questa simpatia che tutti i bambini le dimostravano era una circostanza che parlava in suo favore ed era uno spettacolo singolare vederli seduti vicini su un piccolo sof a guardare le figure con un viso beato sul quale si dipingeva la medesima espressione ingenua e fiduciosa. Chiacchieravano intanto come due amici e il piccolo Harre voleva sapere tutto ed ascoltava attentamente le risposte di Galeide, correggendole da s oppure facendosele meglio spiegare. Domandava per esempio perch la sua mamma volesse meno bene a lui che alla sorellina, se ai maschietti si vuol sempre meno bene che alle bambine, oppure se i babbi amino quelli e le mamme queste; perch non ci si possa scegliere prima il bambino che si vuole ed altre domande dello stesso genere la cui risposta costava non poca fatica a Galeide che non aveva voluto ascoltare il mio consiglio di proibirgli una volta per sempre quel continuo interrogare. Del resto anche a me piaceva l'ometto; solo non sapevo da che parte prenderlo n di cosa parlare con lui.
Mi passano per la mente molti ricordi di quel tempo che per non posso fermare perch somigliano a pipistrelli che escono dal buio e vi si rituffano prima che sia possibile afferrarne la forma. Ma rammento ancora bene una notte in cui la luna splendeva nella mia stanza cos chiara che io dormivo di un sonno leggero, facendo sogni confusi, e fui destato da un rumore. Erano, mi sembrava, dei passi nella sala da musica e, confesso, ebbi quasi paura e sarei rimasto a letto volentieri; tuttavia mi buttai un mantello sulle spalle, deciso ad andare a vedere per non dovermi vergognare di me stesso. Entrando nella sala scorsi Galeide in piedi nel mezzo; aveva una lunga vestaglia bianca e il suo aspetto era strano e metteva paura in quel vasto ambiente debolmente illuminato dove gli altissimi specchi a parete riflettevano pi volte la sua figura immobile. Trasalimmo entrambi nel trovarci faccia a faccia e fu a stento che riuscii a domandare:
"Che cosa fai qui, Galeide?"
Allora, sempre fissandomi con lo sguardo attonito, rispose esserle parso di udir nostro padre cantare e di percepire distintamente le parole: "Vorrei sapere, quando tra poco sar sepolto...". Cos chiaramente, disse, aveva riconosciuto il timbro pastoso della sua voce, da essere convinta ch'egli fosse proprio l in quella stanza, quantunque fosse perfettamente cosciente che egli era invece molto lontano e che si era nel cuor della notte. Entrando nella sala deserta e buia aveva avuto paura e la candela le era caduta di mano; e infatti era per terra vicino a lei, spenta. Questo racconto mi colp in modo tanto singolare che mi sedetti, non senza tremare leggermente, sullo sgabello del pianoforte vicino a cui mi trovavo. Dissi a Galeide:
"Hai sognato di certo", Ed ella rispose:
"Pu darsi, ma faceva paura ugualmente".
Osservandoci intanto con maggiore attenzione, ci accorgemmo dello strano abbigliamento nel quale eravamo comparsi; scoppiammo allora a ridere di cuore cosicch l'incantesimo fu rotto e ciascuno ritorn in punta di piedi nella propria stanza.
Solo in seguito trovai strano che Galeide, che di solito al buio era paurosissima, avesse avuto il coraggio di andare da sola nel mezzo della notte nella sala e pensieri di ogni genere si affacciarono alla mia mente che per non osai esprimere. Tuttavia le feci notare ugualmente quanto fossi rimasto stupito e vidi un leggero rossore salirle al viso, ma scomparire poi subito, quasi ella riuscisse, in grazia di uno sforzo straordinario della volont, a trattenere l'afflusso impetuoso del sangue. Mi fiss per calma e disse:
"Dipende appunto se c' un altro sentimento abbastanza forte da vincere la paura".
S, pensai io, tutto dipende da questo: quale sia in un uomo la passione pi forte. Non tutti,  vero, hanno passioni cos prepotenti da piegare qualsiasi altro impulso; ma in questo caso esse possono di uno fare un eroe o uno scellerato a seconda se  pi alta o pi bassa la meta a cui esse tendono nella loro furia devastatrice.
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19.
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Io non ebbi mai il coraggio di parlare apertamente a Galeide della sua relazione con Ezard, poich ero di quelli che temono le emozioni e se vicino a loro viene commesso un misfatto, scantonano rapidamente in una via laterale per non esser chiamati a testimoniare. Tuttavia feci parte delle mie riflessioni e delle mie osservazioni a Eva, il che era molto pi comodo e poteva condurre poco alla volta a un risultato. Avevo poi la debolezza umana di godere un poco nel poterle dimostrare che Ezard viveva tutto per un'altra donna e non si sognava neppure di occuparsi di lei, cosa che del resto sapeva benissimo, senza bisogno che glielo dicessi io.
In verit, non ero affatto innamorato di Eva e i miei sentimenti verso di lei erano di natura cos buona e onesta che ancora oggi ricordarlo mi fa bene. Ella mi stette coraggiosamente a sentire, parl poi di Galeide con molto affetto, ed io l'apprezzai in modo particolare, essendo gi in circostanze normali cosa altrettanto rara quanto consolante che donne parlino bene di altre donne senza un secondo fine. Con molta delicatezza mi confid poi che quella sciagurata passione era gi divenuta argomento, in citt, di molti pettegolezzi perch Ezard e Galeide si mostravano insieme in pubblico con noncuranza inconcepibile; anche lei si era resa conto che era dovere dei parenti far qualche cosa onde prevenire una rovina maggiore. A questo punto mi sentii avvampare, poich ci accorgiamo di una situazione irregolare o infelice solo quando essa va sulla bocca di tutti ed in questo modo diventa un fatto storico che possiamo considerare obiettivamente. Ma di intraprendere qualche cosa di veramente risolutivo che tagliasse corto alla faccenda, n Eva n io si pensava, preferendo invece rimediare e accomodare tutto il pi copertamente possibile. Ora, il guaio maggiore ci parve che Galeide fosse sempre cos sola; sarebbe stato bene, pensammo, che vi fosse in casa un'altra persona della quale dovesse occuparsi, sicch venisse dolcemente costretta a sospendere gli incontri con Ezard. Eva aveva gi pensato a tutto. Anna Elisabetta, sua sorella maggiore, sarebbe potuta venire a trovare il bisnonno o Eva e approfittare della nostra casa quasi vuota, e anche per occuparsi un pochino dell'andamento domestico, poich Galeide aveva fama di non capirne nulla. Come stessero precisamente le cose a questo riguardo non potrei dire con certezza, tuttavia devo confessare di non aver mai mancato di nulla finch Galeide ebbe la direzione della casa; ho anche sempre trovato bello da parte sua che non facesse mai una questione seria se qualche cosa non andava bene, ma vi rimediasse lei senza perdere la calma e il buon umore, sicch ogni volta si pensava che la cosa dovesse esser fatta proprio cos, che per in quell'altro modo andasse molto meglio ancora.
Avevo visto Anna Elisabetta solo una volta molti anni addietro e alla mia fantasia essa appariva una creatura raffinata, quasi regale sicch il pensiero della sua venuta mi fu tutt'altro che sgradito. Tuttavia mi sentivo un peso sul cuore, non sapendo come annunciare a Galeide questo progetto, perch, pur trattandosi di cosa innocentissima e del tutto naturale, la consapevolezza del fine mi teneva in imbarazzo e non credevo di potergliene parlare senza arrossire.
Era allora autunno avanzato. Lo ricordo perch in quell'epoca fui testimonio di una scena accaduta in giardino e rammento ancora benissimo l'atmosfera nebbiosa, il cader delle foglie, il malinconico disfarsi della natura, quel giorno. In fondo al nostro guardino c'era una specie di grotta che folti castani avvolgevano di un'ombra di bosco. Quel pomeriggio che ho in mente, i loro rami erano per spogli e si potevano intravvedere al di l le torri cittadine e gli alti comignoli delle fabbriche. Io attraversavo il giardino, di ritorno da una passeggiata, per cercarmi, se vi era ancora, una prugna matura e scorsi al posto che ho detto due persone nelle quali riconobbi Galeide e Lucile. Galeide era seduta su un sasso sporgente della grotta e teneva in grembo Lucile, che era molto pi piccola di lei, sicch stavano tutt'e due teneramente abbracciate. Ecco, pensai io con irritazione, ecco che Galeide l'ha di nuovo stregata. Difatti, per quanto si fossero volute molto bene un tempo, negli ultimi anni Lucile aveva preso a odiare Galeide, cosa del resto abbastanza comprensibile e perdonabile. Mi avvicinai e potei notare benissimo nel volto di Galeide, alzato verso Lucile, un'espressione di dolore e di affetto. Udendo i miei passi Lucile si volt ed io mi accorsi che aveva gli occhi pieni di lagrime. Come se io non ci fossi, si rivolse subito di nuovo a Galeide e disse:
"Ho bagnato i tuoi capelli con le mie lagrime". E mentre cercava di asciugarli con le sue mani, le sorrideva. Io avevo ormai l'abitudine di fare come se molte cose che dentro di me trovavo strane e incomprensibili fossero pi che naturali; perci attaccai prontamente un discorso qualunque cui anch'esse si unirono.
Pi tardi per, quando Lucile se ne fu andata, domandai a mia sorella se qualche cosa fosse successo fra di loro ed ella rispose:
"Oh, no. Abbiamo parlato dei tempi passati e Lucile si  lamentata che io non fossi pi cos affettuosa con lei come una volta".
"Perch non lo sei?" chiesi.
"Non mi crederebbe sincera, adesso o pi tardi", rispose Galeide fissando sconsolata lo sguardo nel vuoto.
"Eppure sembravate cos tenere l'una con l'altra quando venni in giardino", continuai.
"Non potevo far diversamente," disse Galeide, come se dovesse scusarsene.
Chiesi anche se avessero parlato di Ezard. A questo punto il volto di Galeide prese quell'espressione impietrita che conoscevo gi. Disse con freddezza e con calma:
"Mi ha chiesto se l'amavo".
"E tu, cos'hai detto?" chiesi io.
"Ho detto di no", mi rispose.
Cercai di rendermi conto perch avesse detto di no e che cosa avrebbe inteso di fare Lucile se la risposta fosse stata diversa. Quando chiesi a Galeide che cosa ne pensasse, disse:
"Forse, in questo caso aveva deciso di dirmi: prendilo:  libero; rinuncio a lui. Ma poi in realt non ne sarebbe stata capace. A che cosa sarebbe servito, allora?"
Quali fossero in fondo i desideri e le intenzioni di Ezard e Galeide non potei spiegarmelo n con queste parole n in altro modo, e non lo chiesi neppure, non sapendo io stesso cosa consigliare o da che cosa dissuadere. Di giorno in giorno mi proponevo di parlare a mia sorella di Anna Elisabetta, alla quale io ed Eva avevamo gi scritto se fosse disposta a venire coll'inizio del nuovo anno. Ma pi rimandavo la cosa, pi essa mi riusciva difficile, finch cominci a prender forma in me il timore che potesse esser quella la causa di qualche avvenimento triste o terribile, della cui natura non mi facevo per altro la pi lontana idea. Con l'approssimarsi del Natale decisi di lasciar passare le feste oppure di cogliere per il mio annuncio un momento in cui gli animi fossero gi intesi a sentimenti gravi, affinch esso venisse accolto naturalmente.
Perci in quei giorni ero molto depresso e sovente pensavo alla fiaba di Enrico Cuor di Ferro che aveva messo il suo cuore in catene e mi sentivo proprio cos. Galeide, poi, appariva sconvolta e spesso, quando stava facendo gli esercizi, la vedevo abbassare lentamente il braccio con l'archetto e guardar fissa lontano con occhi pieni di angoscia e di sofferenza, come una bambina abbandonata che vorremmo avvolgere nel nostro mantello e portarci a casa per averne cura. Con me era di un'amorevolezza particolare e fece anche dei preparativi perch trascorressimo un Natale lieto. Io le andai incontro con slancio uguale sicch comprammo un bell'albero e lo facemmo portare nella sala a pianterreno, decidendo di ornarlo di zuccherini variopinti e di candeline colorate, come ci era sempre piaciuto quando eravamo piccini. Andammo insieme a comprare tutte quelle cose, contenti come due giovani sposi che fanno per la prima volta l'albero ai loro bimbi. Tutto fu disposto nel modo pi piacevole; mettemmo gli zuccherini e una quantit di globi di vetro d'argento e d'oro in un gran paniere e la vigilia di Natale, dopo cena, lo posammo sulla tavola. Il bisnonno fu subito d'accordo con la nostra iniziativa e fece tutto quello che volevamo: rimase seduto con noi, si lasci canzonare un poco perch non sapeva legare bene col filo neanche uno dei pezzi, mentre noi, in un tempo uguale, ne avevamo gi messi dieci, e intanto ci narrava della sua giovinezza e lo faceva tanto piacevolmente che avremmo voluto trascrivere tutto perch nulla fosse dimenticato. Narr anche monellerie di ogni genere fatte da noi quand'eravamo ragazzi, episodi divertenti e seri della vita dei nostri genitori e dei nonni, e inseriva le sue osservazioni fini ed argute, come arabeschi e vignette fra un capitolo e l'altro di una cronaca antica. Dopo and a letto, e noi restammo ancora sinch tutto fu a posto, di modo che il mattino dopo ci restasse solo da adornare l'albero con i gingilli colorati. Quindi ci alzammo e io mi disposi ad andare a letto, ma Galeide sembrava non averne voglia. Si stir, and a mettersi davanti a uno di quegli altissimi specchi e scosse i capelli che durante il lavoro si erano scomposti; poi rise di un riso chiaro, e disse di volersi fermare ancora un poco a contemplare l'albero e a sognare. Io andai e la lasciai sola, ma ero rimasto sorpreso e non riuscivo a scacciare il pensiero che sperasse di vedere Ezard ancora quella sera. Cos era ormai la vita in casa nostra! Se ancora un momento prima avevamo chiacchierato come due bambini, pacificamente, bastava una parola, un soffio per mettere in movimento tutto un caos di sospetti e di tormenti che poi minacciava di rovesciarsi come una valanga su di noi. Sentii salire in me la collera che quella ostinata passione dovesse cos spietatamente rovinare la nostra vita e pensai che quello era il momento di spiegarmi a fondo con Galeide e di dirle come avessi provveduto affinch ella non si abbandonasse pi oltre alle incredibili suggestioni del suo amore delirante. Continuai a rodermi mentre stavo alla finestra per vedere cosa sarebbe accaduto, deciso di non fare pi la parte dello sciocco abbindolato. Ad un tratto scorsi la figura vigorosa di Ezard venire avanti sul viale, con passo cos leggero che la neve sotto le sue scarpe quasi non scricchiolava; aveva alzato gli occhi verso la nostra casa. Doveva aver scorto Galeide perch fece un leggero cenno del capo in direzione della sala e poi entr in giardino. C'era tutt'intorno un silenzio glaciale, di morte, ma tuttavia era, quella, un'audacia rischiosissima e, ove il caso avesse condotto qualche nottambulo a passar di l, poteva avere per noi le conseguenze pi penose. Il mio cuore batt nel petto colpi violenti quando lo vidi avvicinarsi alla casa ed accingersi a scalare il muro. Tutto questo, ora,  come se fosse avvenuto in sogno perch quella scena, nel cuore di una rigida notte invernale, era pur strana ed inspiegabile. Per il mio sdegno, in quel momento, un violento sfogo era quello che ci voleva e perci scesi le scale di corsa ed entrai nella sala. Era soltanto illuminata da due candeline natalizie che Galeide doveva aver nel frattempo messo sull'albero e accese. Ella ed Ezard erano vicini alla finestra, ancora ardenti e palpitanti per l'abbraccio impetuoso da cui, come bene potevo accorgermi, il mio ingresso li aveva riscossi. Tuttavia il loro atteggiamento non era di colpevoli colti in flagrante perch stavano fieramente eretti, come su una nave che sta per far naufragio il pilota che vede avvicinarsi le onde a inghiottirlo, ma rimane impavido al suo posto. Io me ne accorsi bene, ma provai tuttavia un duplice sdegno a vederli in quell'esuberante gioia di vivere, senza riguardo alla povera esistenza che essi calpestavano e perci non mi trattenni dal dire loro tutte queste cose sul viso, sebbene cominciassi a sentirmi piuttosto un guastafeste che non uno chiamato a far le vendette. Galeide mosse rapidamente verso di me e posandomi una mano sul braccio disse:
"Non parlare tanto forte, Ludolf, che il bisnonno non ti senta". Appariva eccitatissima ma per nulla imbarazzata e cos pure Ezard che non mi era mai sembrato cos bello. Egli mi disse:
"Se vuoi, ne potremo parlare domani, Ludolf. Ora vado e puoi star certo: far in modo che nessuno mi veda. Ma adesso lascia dormire Galeide; questo lo esigo". Galeide gli sorrise e disse:
"Non ti preoccupare di questo; va pure ora".
Si guardarono ancora una volta con uno sguardo fermo, da cui partiva una forza singolare, quasi vi fosse una segreta magia, ma non si diedero la mano, n si baciarono; poi Ezard balz sul davanzale e si cal lungo il muro. Galeide lo segu con gli occhi e dopo un certo tempo, forse dopo averlo visto raggiungere il viale inosservato e illeso, si rivolse a me con queste parole:
"Voglio dirti che tra non molto tutto sar finito, perch dopo Natale vado via".
Io allibii.
"Tu?" dissi. "Vai? Dove?"
Ella disse:
"A Vienna o a Ginevra, in un conservatorio, a perfezionarmi in musica".
Io non sapevo cosa pensare.
"Tu sola?" chiesi. Mi guard tra sorridente e spaurita e credo che il mio spavento aumentasse la sua angoscia. Ma cerc di vincerla e disse:
"S, bisogna che sia e che finisca cos". Gett il capo all'indietro col gesto deciso di chi vuol trattenere l'urgere di un singhiozzo, poi mi tese la mano, dicendo: "Buona notte, Ludolf", e guardandomi in un modo cos strano e amorevole che io non seppi far altro che baciarla, sebbene fossi venuto con intenzioni molto diverse. Ricordo con chiarezza di aver visto, uscendo, accese le due candeline e di esser tornato indietro per spegnerle. "Ma a che scopo?" avevo poi pensato: ardano pure, finch possono, ed ero risalito in camera.
A letto non feci che pensare alle due candeline che ardevano cos sole nella vasta sala deserta, e, poich ero molto stanco e nello stesso tempo eccitato, i pensieri andavano e venivano nella mia testa confusamente ed io non sapevo pi se quelle erano candele o persone, sicch mi misi a piangere di compassione finch mi addormentai, come talvolta mi era successo quando ero piccino e mi era parso che quello che accadeva nel mondo fosse tanto triste e incomprensibile. Ora non occorreva pi parlare a Galeide di Anna Elisabetta e Anna Elisabetta non aveva pi bisogno di venire. Gi, ma chi avrebbe badato alla casa? Tutto quello a cui pensavo mi riconduceva alla grande casa deserta e alla lunga tavola intorno alla quale ci si riuniva un tempo in brigate allegre e numerose, dove in avvenire io e il bisnonno ci saremmo trovati a sedere l'uno di fronte all'altro, soli. Non avevo mai provato fino a quel punto quanto fosse effimero tutto quello che ai bambini sembra intangibile ed eterno, e mi sentii improvvisamente vecchio e stanco della vita e subito dopo cos piccolo e indifeso che avrei voluto chiamare forte finch qualcuno venisse a consolarmi, Mi era sembrato ad un tratto che Galeide fosse tutto quello che di pi bello e di pi caro io avessi al mondo, quantunque non vi fosse stata tra di noi quella intimit e quella confidenza che vi  sovente tra fratello e sorella. Di riuscire a trattenerla non pensai neppure, poich quello che faceva, andandosene, era giusto e ragionevole; che cosa sarebbe accaduto altrimenti? Fu una notte di sconforto di cui non rammento un'altra simile. Quando ci si trova in mezzo agli avvenimenti, si  cos presi che si sopportano tante cose senza saperlo; ma ci sono delle pause di calma e dei momenti in cui par di vedere profilarsi lontano lo spettro grigio della sventura prossima, e questi sono i peggiori; somigliano a quelli in cui, riguardando a quanto in tempi remoti abbiamo vissuto e sofferto, torniamo a soffrire un'altra volta come allora, e questo  uno di quei momenti.
Ora il foglio su cui scrivo  bagnato dalle mie lagrime, come quella notte il cuscino sul quale giacevo.
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20.
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La cosa pi penosa che ora ci attendeva era l'annuncio al bisnonno della decisione di Galeide e il commiato dal vecchio. Mentre adornavamo l'albero ne parlammo e parlammo pure di mio padre. Galeide era d'opinione che non dovesse saper nulla della sua partenza perch gli sarebbe venuta a mancare la calma necessaria al suo lavoro; ella avrebbe mandato a me le sue lettere, perch le inoltrassi io da qui insieme alle mie. Trovai il piano accettabile, ma evitai di parlarne pi a lungo perch vedevo che Galeide soffriva. Dichiar che il giorno dopo l'avrebbe detto al bisnonno ma a questo punto si fece molto pallida, sicch io potei benissimo notare la sua angoscia. In quel momento il bisnonno entr nella stanza ed accortosi subito della tristezza di Galeide l'abbracci teneramente, parlandole come a una bambina. Probabilmente attribuiva quella malinconia alle nostre condizioni in genere, alla nostalgia del babbo lontano e ad altre cose che intuiva vagamente. Noi ci sentimmo tutto quel giorno un nodo alla gola, anzi Galeide lott continuamente colle lagrime ed era una pena guardarla. Passammo la sera in casa dello zio Harre, dove tutti sapevano della partenza di Galeide; ma per via del bisnonno non se ne fece parola. Quando la sera tardi tornammo a casa, ci sedemmo sotto l'albero, senza per accendere le candele. All'improvviso, dopo essere rimasti un poco seduti in silenzio, Galeide si alz di scatto e and vicino alla poltrona nella quale era seduto il bisnonno; poi gli mise le braccia intorno al collo e disse rapidamente:
"Nonno, domani vado via!"
L per l egli non afferr intieramente il senso di quelle parole; tuttavia qualche cosa doveva aver gi intuito - dato che di quello che succedeva intorno a lui molto meno gli sfuggiva di quanto fosse solito lasciar capire - perch tosto intese di che si trattava. Ma per quanto si rendesse conto dell'opportunit di quel passo, non prest il minimo ascolto ai nostri ragionamenti, poich aveva l'animo di un bambino che crede di poter ottenere con pianti e capricci persino le stelle del cielo. Si afferr a Galeide e disse in fretta ed energicamente:
"No, tu non andrai; non credere che ti lasci andare! Tu, bambina, cos sola per il mondo? Se uno di voi deve andare, vada Ezard! Vada lui dove vuole. Ci ha rovinati tutti con quel suo matrimonio insensato. Tu resti qui con me. Cosa farei senza di te al mondo? Sono gi troppo vecchio per vivere, ma vivo perch hai bisogno di me e finch avrai bisogno di me vivr, ma non senza di te. Giurami subito che non mi lascerai".
Galeide cerc di persuaderlo in tutti i modi possibili; disse che non sopportava pi quella vita oziosa, che voleva riuscire a far qualche cosa, non solo per guadagnare, ma anche perch un giorno il bisnonno potesse andar fiero di lei. Ma a lui cosa importava? Voleva tenerla con s e basta. Forse avrebbe potuto andar pi fiero di lei di quanto gi non fosse? E sarebbe ella potuta diventare in qualsiasi cosa pi perfetta di quanto non fosse gi allora? (Cos accecato era!) Ma sarebbe tornata, assicur Galeide. Egli per altro s'inquiet sempre di pi e disse:
"Se te ne vai non torni pi, lo so. Che ne sar di te, cos sola, lontana da casa? No, non tornerai pi. E se non mi prometti di restar qui con me, ti giuro che morir e sarai tu che mi avrai ucciso".
Pi si eccitava, pi Galeide diventava fredda e irremovibile come un sasso; c'era da aver paura. Il bisnonno si era alzato in piedi e i suoi occhi azzurri infossati luccicavano, come scintille in due caverne oscure. Si piant in faccia a Galeide, sin quasi a toccarla e grid:
"Se non resti con me, maledico te e lui. S, io, vecchio, vi maledico. Possiate andare al diavolo come avete mandato al diavolo noi con la vostra folle passione".
Ella stette a sentire tutto, come un uragano che bisogna lasciar sfogare e non rispose nulla. Allora il bisnonno si accorse di aver parlato al vento e nella sua angoscia esclam:
"Galeide, non lasciarmi!" gettandosi in ginocchio davanti a lei e abbracciandola. Era uno spettacolo che straziava il cuore. Ma Galeide non si scompose e disse:
"Basta, nonno; bisogna che sia cos". Non che fosse senza cuore e che non avesse piet; anzi  probabile che dentro di s si sentisse assai pi sconfortata del vecchio bisnonno afflitto ed io avevo davvero pi compassione di lei che di lui. Di quanto fu ancora detto quella sera non mi  rimasto alcun ricordo. Ma il giorno seguente il bisnonno era completamente mutato. Poich era fatto cos: quando aveva capito che in una cosa non c'era niente da fare, sapeva rassegnarvisi ammirevolmente, offrendo a chiunque l'esempio di un animo composto e sereno di fronte agli eventi pi gravi. Ora aveva un viso calmo e cordiale e verso Galeide era pieno di affettuose attenzioni. La aiut a fare le valige, le and a prendere varie cose che pensava potessero farle piacere. Chiam anche me e mi fece salire su una sedia per togliere dall'albero alcuni dolci che mise in una scatoletta e poi nascose nella valigia. Pretendeva persino che andassi in citt a comprarle dei nastri rossi e azzurri perch le stavano bene ed ella avrebbe potuto adornarsene l dove sarebbe andata, ma a questo io opposi un netto rifiuto.
Tuttavia, sebbene il bisnonno si fosse calmato, non per questo era tornata la quiete; le ore pi brutte dovevano ancor venire. Lucile infatti era venuta a sapere da non so quale chiacchierone sfaccendato che Ezard e Galeide erano stati visti qua e l a sua insaputa. Non ci sarebbe stato bisogno di questo per accorgersi di quello che c'era fra i due, ma Lucile aveva sempre voluto chiudere gli occhi davanti alla realt perch ne aveva paura. Senza dubbio aveva dei buoni motivi per odiare Galeide, ma tuttavia io dovetti impormi uno sforzo per darle ragione quando, incapace di dominare una collera impotente, si present davanti a Galeide a rinfacciarle le sue colpe:
"Prima hai allontanato da me il mio bambino", disse, "poi ti sei presa mio marito; come hai potuto osare di illudermi dopo avermi offesa e ingannata in modo cos inaudito?".
Che tutto questo fosse vero, Lucile nel suo cuore piagato poteva crederlo; ma con altrettanta certezza mia sorella poteva dirsi di non essere n la strega n la seduttrice che quelle parole volevano dipingere. Tuttavia non si difese perch sapeva benissimo di esser colpevole, sebbene diversa da come la giudicava Lucile, e si accontent di guardare con tristezza la sua amica di un tempo. Io invece sentii l'impulso di difendere Galeide da quell'attacco e dissi:
"Che tu sia sdegnata, Lucile,  cosa legittima, come pure che tu dica nella tua eccitazione pi di quello che sai e vorresti dire. Ma devo farti osservare che Galeide non ha attirato a s nessuno, che sono stati piuttosto tuo marito e il tuo bambino a cercarla e che quindi non meno di lei essi meritano la tua collera".
Stavo per aggiungere altre cose dello stesso tenore, ma Galeide mi pos tremando la mano sul braccio; e pi tardi gliene fui grato, perch avrei avuto rimorso d'aver offeso quella povera Lucile nel suo abbandono, con un calcolo poco caritatevole dei suoi diritti; cos lasciai la stanza per non dover essere pi a lungo testimonio di una scena tanto penosa.
Quando Lucile se ne fu andata, tornai da Galeide e la trovai seduta allo stesso posto di prima e nel medesimo atteggiamento. Guardava fissa davanti a s ed ebbi paura che prorompesse in lagrime. Invece volse all'improvviso verso di me la testa e disse con un sorriso dolce e triste:
"Ricordi quando torn dal viaggio di nozze e mi mise al collo una catenina d'oro dicendo: "Ho sempre pensato a te, cara, anche quando ero con Ezard davanti all'altare"; e tutt' due piangemmo di gioia?"
La memoria di quell'episodio mi dispose nuovamente in favore di Lucile ed io dissi:
"E questa, ora,  la fine. Ed  pur colpa tua".
"S," rispose, "lo so bene".
Che dire ancora? Lo sapeva, eppure lo faceva ugualmente, e questo ora mi muoveva a sdegno, ora mi sopraffaceva, s, ch'io dissi tra me: "Quello che fa, bisogna che lo faccia, come la cascata deve cadere e il fuoco ardere; se no, pentimenti e rimorsi le spezzerebbe il cuore".
Ezard pass le ultime ore da noi senza farsi riguardo per alcuno; anche la nostra presenza non parve disturbarli. Il loro contegno del resto non offendeva nessuno; piuttosto faceva pensare che tutto fosse in regola e che la loro fosse la pi onesta relazione del mondo. Mi accorsi - e mi fece una certa impressione - che Ezard evitava timorosamente anche il pi piccolo contatto con Galeide, come se fosse di fuoco e questo gli si dovesse appiccare qualora egli le si avvicinasse. Nessuno che l'avesse visto in quelle ore avrebbe potuto condannarlo, tale potenza e nobilt di passione insieme era nei suoi tratti. Come fare a descriverlo? Era come se il suo viso fosse trasparente e dietro si vedesse bruciare l'anima. E nessuno del resto os muovergli un rimprovero o dirgli una parola aspra; il bisnonno lo tratt con la stessa dolcezza e delicatezza che usava con Galeide.
Avevo offerto a mia sorella di accompagnarla per un tratto ed ella aveva accettato. Pochi momenti prima di andare alla stazione Ezard si alz all'improvviso, mentre stavamo parlando, scambi con Galeide un lungo sguardo e usc. Da principio pensammo che sarebbe tornato, ma poi si vide che quello sguardo era stato tutto l'addio di quei due esseri cos strettamente uniti. Galeide non lasci capire nulla; si era fatta soltanto un poco pi pallida. Ma quando fu il momento di separarsi dal bisnonno si sciolse in lagrime; si sarebbe detto che dovesse trasformarsi come l'ondina in un ruscello fluente. Egli non finiva di stringerla al cuore e di chiamarla con i nomignoli che usava darle un tempo quand'era bambina ed ella ogni tanto gli diceva:
"Lasciami andare, nonno, lasciami andare!" ma poi non sapeva strapparsi dalle sue braccia nemmeno lei. Quando per fummo in treno e la citt rimase alle nostre spalle, tosto si ricompose e incominci a parlare con me di argomenti diversi. Mi preg anche di non accompagnarla troppo lontano perch le faceva paura di pensare al bisnonno solo nella grande casa vuota. Cos ci separammo ed io la guardai allontanarsi verso terre lontane e ignote mentre una voce dentro di me ripeteva: " la tua infanzia che se ne va, la tua felicit di bambino che scompare e non torner pi!" Avevo gli occhi velati di lagrime e il suo viso che mi faceva cenno dal treno in corsa mi appariva di nuovo, attraverso quel velo, quello della bambina che tante volte mi era corsa incontro quando tornavo da scuola. "Piccola, buona Galeide!" mormorai; ma non glielo potei gridare perch soffrivo e stavo molto male.
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21.
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Nel frattempo Anna Elisabetta era arrivata ed aveva occupato la stanza di Galeide. La sua presenza si fece subito sentire piacevolmente. Dov'era lei non si poteva essere n tristi, n annoiati. Sapeva essere addirittura affascinante, sebbene fosse troppo pigra e aristocratica per farlo di proposito. Ricordava mia mamma e Galeide pi di Eva, sua sorella, ma era pi snella e pi eterea; le sue erano le mani pi bianche, pi sottili e delicate che ci si possa immaginare. Aveva qualche anno pi di me e le piaceva di trattarmi come un ragazzo con un leggero tono canzonatorio che, se lo fossi stato davvero, mi avrebbe alquanto seccato, mentre cos mi sembr delizioso e accettai con piacere. Sapeva trattare con chiunque nel modo pi acconcio e a tutti dimostrava una benevolenza moderata; non era mai gelosa, come sono molte donne, dei pregi delle altre, anzi se ne rallegrava sinceramente e ben lo poteva, riuscendo sempre a spiccare tra le pi belle e le pi amabili senza che apparisse esservi da parte sua la minima intenzione. Con lei la vita in casa nostra prese un aspetto pi piacevole, soprattutto dopo che fu tolto l'albero di Natale che aveva sempre diffuso intorno a s un profumo di tristi ricordi. Quando lo ebbero portato via il bisnonno disse:
"Ora non c' pi la bimba sotto l'albero", intendendo Galeide che probabilmente gli era parsa in ispirito essere sempre l.
Ezard adesso si vedeva solo di rado; la nostra casa doveva sembrargli vuota da quando Galeide l'aveva lasciata; inoltre Lucile aveva progettato di distrarlo con una vita movimentata di societ; ella stessa vi pigliava gusto, ma si sarebbe ben guardata dal confessarlo, nonch ad altri, nemmeno a se stessa. Mio cugino invece aveva ora completamente perduto quel piacere moderato che gli dava una volta la compagnia delle altre persone, pur mostrandosi di buon umore e affabile con tutti come le convenienze esigevano. Esteriormente continuava a vivere come se la partenza di Galeide non lo riguardasse, o, almeno, come se non gliene fosse importato. Ogni tanto partiva ancora per qualche viaggio, sebbene non ve ne fosse pi una vera ragione; per lo meno quanto all'impianto idrico, a proposito del quale poco per volta si era giunti a una decisione, che era per noi tutti di grande importanza.
Il norvegese, di cui ho gi detto le simpatie che godeva in casa nostra, aveva ideato il progetto di una conduttura d'acqua secondo un sistema inventato da lui che, a sentir le sue promesse, avrebbe superato in perfezione e praticit tutto quanto era noto allora. Egli riusc a convincere cos perfettamente lo zio Harre dell'importanza della sua invenzione che questi si lasci trascinare ad un'impresa arrischiata. Il senato esitava infatti, ad onta dei preparativi compiuti, a prendere una soluzione radicale; soprattutto obiettava che Karlsen era uno straniero ed era preferibile che la gloria di quel lavoro e il relativo guadagno toccassero a un concittadino. Inoltre Karlsen non aveva nascosto che sarebbero occorse grandi somme prima che l'impianto cominciasse a funzionare ed il nostro Consiglio nella sua prudenza e scrupolosit esagerate non si arrischiava a stanziarle. Propose invece al norvegese di intraprendere per conto proprio l'esecuzione del progetto, impegnandosi a subentrare nell'impresa appena la conduttura si dimostrasse idonea, dietro pagamento di una somma considerevole e rimborso delle spese. Ezard era l'unico di noi in grado di giudicare, almeno in parte, il lato tecnico della faccenda, nondimeno egli sapeva benissimo che una gran parte delle sue cognizioni egli la doveva al norvegese e che non era abbastanza competente per fare a meno di lui. Mantenne perci di fronte alla questione un grande riserbo, mentre lo zio Harre, senza troppo riflettere, trasfer nella sua invenzione la fiducia ch'egli nutriva nella persona del giovane ingegnere, sebbene in fondo ne capisse tanto quanto della Cosa in s o del mistero della Trinit. Senza chiedere o ascoltare il consiglio di alcuno, egli butt la maggior parte della sua sostanza in quell'impresa della cui buona riuscita gli era unica garanzia l'atteggiamento fiducioso del norvegese il quale non era in grado di realizzare il suo progetto con mezzi propri, ma giurava e spergiurava che in pochi anni zio Harre avrebbe riavuta moltiplicata la posta. Una volta che mio zio ebbe compiuto questo passo, Ezard ritenne che l'unica cosa giusta fosse di dedicare tutte le energie possibili ad una rapida attuazione del progetto, affinch per negligenza non si arenasse. A questo scopo non solo egli si fece pure compartecipe dell'impresa investendovi il proprio denaro, ma mise completamente da parte tutti gli affari della sua professione per dedicarsi unicamente a far progredire quei giganteschi lavori. L'attivit intensa alla quale si vide costretto lo soddisfece dapprima, colmandolo di speranze nella buona riuscita del progetto ed in un buon impiego del capitali arrischiato. Ma, man mano che interruzioni o difficolt subentravano, gli si poteva leggere in viso una interna inquietudine e sempre pi sovente prendeva un fare irrequieto che non corrispondeva punto alla sua vera natura. Egli si rimproverava allora di non aver trattenuto d'autorit il padre dall'arrischiare il suo patrimonio, ch, ove questo fosse andato perduto, le conseguenze sarebbero state di una gravit incalcolabile.
Zio Harre era cos sensibilmente invecchiato in quegli ultimi tempi che a noi stessi, che pur lo vedevamo quasi tutti i giorni, la cosa appariva evidente. Certo egli ci rallegrava ancora col suo portamento energico e l'andatura giovanile ed elastica, ma la sua capacit di lavoro era diminuita ed altrettanto era scemata la baldanza con la quale egli prima affrontava la vita. Mentre un tempo si divertiva a canzonare mio padre per il suo pessimismo, ora anch'egli non sempre riusciva a liberarsi da una malinconia profonda e non di rado tormentava persino la sua giovane moglie con degli accessi di umor nero; certo sempre con la differenza che quello che in mio padre era naturale, in lui era morboso. Difatti egli rideva di s e cercava virilmente di vincersi, sicch quando vide che questo in altro modo non gli riusciva, cerc di guarire ricorrendo ad una cura medica. Si suol dire che anche i medici pi esperti siano ciechi sul proprio conto. Dire di mio zio questo non era perfettamente esatto; per lo meno vi erano dei momenti in cui egli vedeva con lucidit il suo stato. Ma aveva una teoria, secondo la quale i mali fisici andrebbero curati e si potrebbero vincere pi con la volont che con le medicine; un'opinione, questa, a cui lo portava la sua natura robusta e capace e che avr anche un briciolo di vero, ma per un medico, se egli ne fa dipendere tutto, pu talvolta riuscir pericolosa. E successe davvero che, affidandosi a questa teoria, egli trascur di ricorrere tempestivamente a quei rimedi che, agendo sul fisico, avrebbero potuto guarirlo. Quando poco alla volta si fu reso conto che la volont non dava pi quanto egli da lei esigeva, disper nel suo intimo di poter ricuperare intiere la salute e l'energia; nondimeno incominci a tentare le cure pi disparate, recandosi in diverse stazioni balneari, dalle quali, poich non ne aveva una vera fiducia e quindi non si atteneva al regime di vita prescritto, tornava ogni volta con i nervi pi scossi. Del resto la sua teoria si adattava tanto bene a lui come forse a nessun altro ed il fatto che lo spirito non riuscisse pi a vincere lo stato morboso era un segno che proprio lo spirito medesimo non era pi sano, sia che l'et o un altro male l'indebolisse. Di questo egli si era reso conto assai prima di lasciarlo capire a noi, ed aveva intravisto la terribile possibilit di soggiacere coll'andare degli anni addirittura a una malattia mentale. Qualche volta arriv persino a parlarne, ma solo quando appariva molto allegro, cosicch si poteva prenderlo per uno dei suoi scherzi o delle sue stravaganze. Soleva dire allora:
"Voi, ragazzi, tu Ezard, oppure tu, Ludolf, fate di comportarvi in un momento simile da veri uomini liberi e magnanimi e mettetemi un'arma in mano, cosicch la morte del corpo segua immediatamente quella dello spirito. Perch  dovere di un uomo lasciare ai suoi figli non solo un buon nome, ma anche l'immagine di un padre vigoroso e attivo, affinch essi se ne rallegrino e conservino di lui un ricordo benefico, non di uno spauracchio che li faccia tremare per il loro avvenire".
Con simili discorsi spaventava l'ingenua Eva ed anche Lucile che tanto pi li giudicava empi e temerari in quanto li credeva pure parole, prive di un significato profondo, ma pi di tutti scandalizzava il bisnonno che considerava il suicidio peccato mortale e non poteva nemmeno sopportare che se ne parlasse. Il bisnonno, che si compiaceva di un cristianesimo intinto di filosofia, vedeva infatti in certo qual modo Iddio come la somma saggezza e il compendio di tutto ci che vi  di buono al mondo, cui spetta pertanto disporre liberamente della vita degli uomini. Il suicida era ai suoi occhi un empio ribelle che usurpa i diritti dell'Onnipotente, un Prometeo che sottrae al donatore di luce e di vita una scintilla e per il quale nessuna pena lass e quaggi nessuna sentenza saranno mai troppo obbrobriose.
Ma Anna Elisabetta aveva uno sguardo ben pi acuto di sua sorella Eva e molto meno pregiudizi di suo nonno. Per questo motivo prese, da un lato, pi sul serio di Eva le allusioni dello zio Harre e, dall'altro, le giudic con minor severit del bisnonno. Ma rifuggiva da tutto ci che  brutto e sapeva avviare molto abilmente discorsi di quel genere sui binari di una conversazione scherzosa, dissimulando i suoi pensieri pi intimi. Intanto si occupava della situazione economica dello zio Harre e di Eva, con una intelligenza in materia di denaro che suscitava il mio stupore e la mia ammirazione, e faceva notare ad Eva che essa avrebbe dovuto occuparsi di queste cose, non potendo sperare che suo marito vedesse i suoi figli fatti grandi (fino a quel momento, certo, aveva una figlia sola e altri poi non ne ebbe), e che allora sarebbe toccata a lei la responsabilit di educarli. A me disse una volta:
"Caro Ludolf,  stata proprio una sciocchezza delle nostre famiglie, imparentarsi. Noi Olethurm, infatti, rappresentiamo l'elemento femminile, voi Ursleu quello maschile. Ora si dice che l'uomo deve pensare al guadagno, la donna a conservare il frutto del lavoro dell'uomo. Ma cosa pu venirne di bene quando questo loro pi importante compito  proprio quello che meno capiscono? Guadagnare sul serio, cio raggranellare un soldo dopo l'altro, senza riposare mai, diligentemente, questo voi non lo sapete fare; ma noi, poi, sono pronta ad ammetterlo, noi consumeremmo il primo soldo gi molto tempo prima che fosse guadagnato il secondo. Insomma: noi non possiamo far altro che collaborare nel modo pi perfetto alla nostra rovina reciproca. Se vi avessi conosciuti prima tutti cos bene come vi conosco ora, non avrei mai permesso che anche Eva si legasse a voi sposando suo marito".
Eva allora cerc di difendersi e ci espose tutta fiera i princip che regolavano l'andamento della sua casa e che anche secondo i miei modi di vedere erano abbastanza rispettabili; ma Anna Elisabetta rise e disse:
"Cocca mia, ma questo non fa che confermare quanto dicevo. Ti pare, o creatura ingenua, che questo si chiami risparmiare e metter da parte? Se ora qualcuno ti dicesse: ma questo e quest'altro mi sembran cose superflue, tu risponderesti, proprio come il nonno: no, questo bisogna averlo, e quest'altro per il decoro ci vuole, e di quest'altro ancora non se ne pu fare a meno".
Vidi che Anna Elisabetta era un'osservatrice acuta e che nel complesso aveva ragione; tuttavia le sue parole mi addolorarono, proprio perch mi sembravano provare, come ora vedo con chiarezza, quanto fosse lontana dal pensare ad una nuova alleanza fra le nostre due famiglie. Le risposi che l'aver riconosciuto questi difetti mi sembrava il principio del ravvedimento, perch quando si sa di sbagliare si pu con uno sforzo rimettersi sulla via giusta. Allora Anna Elisabetta mi guard con i suoi occhi grigi e disse con un sorriso ineffabile:
"Caro ragazzo, se un giorno saprai guadagnare e farti ricco come un bravo borghese, vorr dire che mi hai nascosto finora le tue qualit migliori con maggior simulazione di quanto io ti credessi capace. Quanto a me, confesso di sentirmi pi la forza di sperperare i tesori del re del Siam che di distribuire saggiamente nel corso dell'anno la rendita del nostro borghese. Di questa conoscenza di me stessa mi faccio un merito perch essa sola mi distingue dagli altri Olethurm e mi preserva dal compiere atti poco saggi o fatali".
L'avere ella cos perfettamente ragione accrebbe la mia ammirazione per Anna Elisabetta, ma mi riservai di dimostrarle un giorno coi fatti che ella non mi aveva cos profondamente conosciuto come credeva e con la fantasia pregustai le gioie modeste di una vita semplice e laboriosa. Questo per altro mi bastava ed io rimandai il vero inizio di una vita migliore ad un'epoca che, cosa strana, mi raffiguravo ad una distanza nel tempo sempre uguale. Ero per convinto che un giorno avrei fatto stupire il mondo con la manifestazione improvvisa delle pi elette virt borghesi e me ne rallegravo come il Michelaccio del piccione che gli vola dal cielo nella bocca spalancata, bell'e arrostito.
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22.
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Ci eravamo immaginati che da Galeide sarebbero giunte lettere piene di lamenti e colanti nostalgia come dal pino la resina bionda. Nemmeno per sogno! Erano scritte il pi delle volte cos di furia che si faceva fatica a decifrarle e presto vi leggemmo del lago azzurro di Ginevra (era andata infatti a Ginevra), dei monti bianchi di neve, delle sue avventure col francese, delle conoscenze nuove, del suo lavoro e del molto studiare, tutto raccontato in un tono cos allegro, che spesso sembrava di sentirla ridere. Il bisnonno vi attinse subito la speranza che ella facesse di tutto per dimenticare Ezard o almeno per consolarsi e, siccome era convinto che chiunque la conoscesse dovesse innamorarsi di lei, subito ide i pi splendidi progetti matrimoniali. Io invece ne ero poco persuaso perch conoscevo la caparbia ostinazione di Galeide nonostante tutta la sua dolcezza ed ero sicurissimo che non avrebbe mai lasciato Ezard. Per tacqui al bisnonno la mia convinzione e lasciai che si dilettasse a far castelli in aria. Il tempo allora mi scorreva lieve e veloce grazie ad Anna Elisabetta che ogni giorno mi appariva sotto un aspetto nuovo e affascinante, sicch la sera mi rallegravo di rivederla il mattino dopo e la mattina, di poterle star seduto di fronte parecchie volte nella giornata o di veder scivolare graziosamente il suo lungo elegante strascico attraverso le nostre stanze. Certe volte ero sicuro di amarla e di doverla sposare. Ma poi mi ricordavo di quello che aveva detto delle nostre famiglie, che non potevamo renderci reciprocamente felici. Confidai i miei dubbi a Eva che mi ascolt tutta seria e piena di comprensione e discusse poi con me ogni pro e contro come un abile diplomatico che rechi nella toga il conflitto europeo. Talvolta, a vederla seduta con i gomiti appoggiati sul tavolo e il mento sorretto dalle mani intrecciate, mi faceva pena che dovesse essere, cos giovane ancora, la confidente dei miei dispiaceri amorosi, come una buona zia messa in secondo piano, e allora le dicevo:
"Non  vero, Eva, che anche tu se hai un dispiacere me lo confidi? " Ed ella rispondeva sorridendo:
"Sciocco, non lo sai che sono sposata da un pezzo?" Ma vedevo che gli angoli della bocca le tremavano e non facevo altre domande perch ci sono delle sofferenze che invece di assopirsi a confessarle crescono e delle lagrime che non lavano il dolore, ma lo avvelenano.
Inaspettatamente venne il momento in cui mio padre dovette tornare dai paesi d'oltremare. Quando si cominci a parlare del suo imminente arrivo, fu come se nuvole temporalesche si addensassero all'orizzonte. Il nostro pensiero pi grosso era che cosa avrebbe detto della partenza di Galeide. Nessuno voleva essere il primo a informarlo ed io cominciai a provare un po' di risentimento verso di lei che ci aveva messo in quel pasticcio e, d'altra parte a invidiarla di essersi scossa a tempo dai piedi la polvere della nostra patria. Il bisnonno invece pretendeva di non avere alcun timore perch Galeide, a sentir lui, aveva fatto l'unica cosa buona e giusta; aveva completamente dimenticato con quanta violenza si era opposto da principio al suo disegno e considerava ora tutta quanta la faccenda come frutto di un'idea sua, d'un suo desiderio per lungo tempo accarezzato. Noi per altro ritenemmo pi consigliabile preparare mio padre a poco a poco ed invitammo Galeide a scrivergli tutto prima che egli arrivasse a casa. Galeide cap che aveva verso di noi il dovere di alleviarci in certo qual modo la pena dei prossimi giorni e gli scrisse una lunga lettera, raccontandogli dettagliatamente come fosse giunta a quella decisione, come questa promettesse ora di dare buoni frutti e come in questo modo tutto sarebbe finito bene. Se fosse proprio convinta, non so; comunque furono per mio padre parole vane e vuote di senso, perch egli dalla lettera cap soltanto che gli era stata strappata la sua bambina, che una passione colpevole l'aveva cacciata da casa e mandata indifesa nella lontana Svizzera, paese, secondo mio padre, barbaro e abbandonato da Dio, non per altro motivo che quello di aver attirato Galeide e di essere per lei l'esilio. Comunque fosse, fu un triste ritorno. Avevamo temuto scoppi appassionati di disperazione ed accuse, ma nulla di simile avvenne. Ci salut con bont affettuosa; non chiese di Galeide, ma quando entr nel salotto volse gli occhi dove ella stava seduta di solito, si sedette stanco in un angolo del sof e pianse. Ora, io avrei preferito che egli piangesse e si lamentasse forte, perch quel fluire silenzioso delle lagrime era uno spettacolo da straziare il cuore; sembravano scorrere da s, spontaneamente, come un'acqua di monte che scende gi per le rocce, come lagrime postume che non si lasciano trattenere, quantunque colui che le versa sia gi soggiaciuto al dolore che gliele ha strappate. Rimase anche in seguito dolce e affettuoso con tutti, soltanto si rifiut di vedere Ezard perch lo considerava il distruttore della sua felicit pi cara. Dell'esito del suo viaggio non parl e noi non insistemmo per conoscerlo, perch, come ho gi accennato sovente, il bisnonno ed io trovavamo naturale che in casa ci fosse sempre denaro a sufficienza e non ci si curava gran che di sapere in che modo venisse procurato. Certamente, come impiegato nell'amministrazione, io ricevevo uno stipendio discreto, ma esso non bastava per i miei svariati bisogni, tanto pi che doveva servire in parte a pagare vecchi debiti contratti al tempo della vita universitaria. Ricorrevo perci con grande spensieratezza al denaro che mio padre guadagnava, non solo col suo sudato lavoro, ma posso dire col suo stesso sangue. A quel poveretto si concedevano infatti senza difficolt sempre nuovi crediti, da una parte in considerazione del buon nome antico della nostra casa, dall'altra anche perch la sua persona incuteva fiducia a tutti e nessuno pensava che un affare affidato alle sue mani potesse non essere sicuro. Si era giunti al punto che i suoi impegni erano divenuti troppo gravi perch egli potesse sperare di liberarsene mai completamente, non essendo pi in alcun modo possibile ricondurre l'azienda, che ora lavorava in gran parte con capitali non suoi, alla florida situazione di un tempo. Egli andava considerando incessantemente nei suoi pensieri il modo di trarre s, ma soprattutto noi, da questo imbroglio ed a questo punto  probabile che unica soluzione possibile gli apparisse quella di uscire dall'inutile lotta e dalla vita.
Quando immagino che un estraneo che non ci ha conosciuti legga queste pagine mi prende un'inquietudine che egli possa dare di mio padre, alla maniera irriflessiva e puerile degli uomini, un giudizio precipitato, mentre io non sarei presente a difenderlo, e mi domando se l'amore non dovrebbe vietarmi di scrivere queste cose. D'altra parte mi dico: solo quando di un uomo si sa tutto, anche le cose pi segrete, lo si capisce intieramente, ed anche un uomo che comunemente si giudichi malvagio, lo si ama di pi quanto pi lo si conosce e lo si comprende; e questo per l'umanit  buon segno. A me poi l'immagine di mio padre, e lo scrivo per mia edificazione e mia gioia, sorge, mentre tratto per tratto l'abbozzo dalla memoria, fedele e viva davanti agli occhi, pi chiara di quanto non mi fosse in vita. Un bambino ammira Dio nelle sue opere pi appariscenti: la volta celeste con le nuvole, il sole e gli astri notturni; ma non gli viene in mente di mettere in rapporto con lui quello che in questo mondo di fenomeni  comune o imperfetto e di cui non sa ancora riconoscere la logicit. Analogamente io, bambino, ammiravo mio padre per la sua onnipotenza, onniscienza ed infallibilit (tutte virt che gli attribuivo); ma ora che mi posso rappresentare la lotta che il suo cuore generoso sostenne con le debolezze della sua umanit, lo amo e lo venero non meno di allora, anzi con pi intima comprensione e pi profonda umilt.
Di lavorare per noi mio padre non si era mai stancato. Che altro aveva fatto durante gli anni migliori della sua vita? Ma una cosa dovette sembrargli insopportabile: sfidare il biasimo e il disprezzo del mondo e soprattutto leggere un freddo rimprovero negli sguardi dei suoi figli, che gi ora gli sembravano cos spesso mancare verso di lui del doveroso amore. Molte cose avr calcolato e considerato in cuor suo: che, avendo perso la fiducia degli uomini, non poteva pi esserci di appoggio ma solamente di danno, che la sua disgrazia avrebbe oscurato la nostra vita mentre un morto, essendo uno spirito, non getta pi ombra. Penso che soprattutto sperasse che, quando il bisogno e le gravi difficolt si sarebbero presentate davanti a me bruscamente, io mi sarei dimostrato pi uomo di ora e avrei preso pi viva coscienza dei miei doveri. Pi di tutto lo tormentava certamente il pensiero che avremmo dovuto accettare degli aiuti, non solamente da suo fratello, ma anche da Ezard, poich era naturale che tutta la famiglia si sarebbe raccolta per alleviare la sciagura che non aveva potuto scongiurare. Son cose che mi vengono in mente quando mi sforzo di capire quello che egli deve aver pensato e provato; ma altre e terribili dovettero esservene di cui io non so nulla. Difatti egli non disse mai una parola di questo; era molto silenzioso e a tutti appariva mutato. La sua figura alta e robusta non era certamente ancora quella di un vecchio, n egli per la sua et lo era, ma la folta capigliatura bruna era incanutita e una stanchezza crucciosa sembrava pesargli continuamente sugli occhi. Alle nostre premure di rendergli la vita pi piacevole si arrendeva dolcemente come da un pezzo non avveniva, tanto che acconsent alla nostra proposta di fare con me un piccolo viaggio di piacere. Si pensava che la visibile sofferenza del suo animo, che attribuivamo principalmente alla lontananza di Galeide, si sarebbe pi facilmente mitigata per l'influsso della natura. Poich era l'epoca delle mie vacanze annuali, gli proposi come soggiorno indicato i monti dello Harz, non troppo lontani, dov'eravamo gi stati pi volte nella nostra infanzia, dove ricordi piacevoli e benefici congiunti al profumo balsamico delle foreste di abeti gli potevano ricreare l'animo. Accondiscese pi prontamente di quanto m'aspettassi, soltanto mise come condizione che il piccolo Harre venisse con noi. Lo legava infatti al bimbo una tenera amicizia, quasi egli avesse posto nel figlio di Ezard tutto l'affetto che un tempo avevo portato a quest'ultimo e ora per una paurosa aberrazione gli aveva tolto. Ma c'era anche un'altra cosa che li teneva avvinti: mentre i grandi non pronunciavano quasi pi il nome di Galeide per riguardo a quelli che ne soffrivano, il piccolo Harre l'aveva fedelmente sulle labbra e nessuno aveva il coraggio di proibirglielo. Del resto egli aveva notato con lo sguardo acuto dei bambini quando non era il caso di pronunciare quel nome troppo amato e presto aveva anche scoperto che non vi era per mio padre discorso pi gradito di quello, precisamente quando era solo col piccino, che condivideva con lui la stessa nostalgia di Galeide ma non intuiva tutta l'amarezza che era legata a questo nome.
Cos prendemmo alloggio in una graziosa localit dello Harz e tutti i giorni i due s'avviavano verso il bosco tenendosi per mano, mio padre sempre un po' curvo perch l'ometto potesse arrivare sino a lui. Qualche volta li accompagnavo, ma mio padre m'incoraggiava a fare delle passeggiate pi lunghe ed io finii per lasciarmi convincere; andavo solo, ma accompagnato e allietato da immagini piacevoli che avevano tutte rapporto con Anna Elisabetta. Mi compiacevo nel dipingermi una felicit possibile, ma insieme nel riserbarmi la libert di attuarla pi o meno. Certo io non sapevo come ella avrebbe accolto la mia confessione, ma confidavo che il mio sentimento sarebbe riuscito a commuovere il suo cuore in mio favore, purch fermamente volessi. La separazione da lei mi sarebbe stata pi grave se ella non ci avesse promesso di farci presto una visita e cos il dolore di non poterla vedere era congiunto alla lusinghiera attesa di veder fiorire dal breve inverno di questa separazione una meravigliosa primavera. Quando dunque un giorno ci fu annunciata una visita, il mio cuore batt di gioia e il mio unico pensiero fu che ben presto avrei salutato Anna Elisabetta. Invece era Lucile, venuta a prendere Harreke, perch secondo i suoi principi di educazione non le pareva opportuno concedergli un divertimento troppo prolungato. Non minore della mia, sebbene dovuta a motivi diversi, fu la delusione del ragazzo nel vedere sua madre. Cap subito che era venuto il momento di andarsene dalla bella foresta verde, dal prozio affettuoso e si aggrapp alla sua mano come per non lasciarsi portar via. Questi era pure rattristato di perder la compagnia del bimbo, ma non os contrastare la volont di Lucile, e cerc di consolare e di calmare il piccino perch l'ubbidienza gli riuscisse meno odiosa. L'ometto cap benissimo che la predica dello zio valeva per tutti e due e il fatto di soffrire entrambi nello stesso modo sembr consolarlo pi di ogni altra cosa, sebbene d'altra parte accrescesse la malinconia. Quella sera mio padre se lo prese in braccio e lo mise a letto lui stesso.
Frattanto Lucile mi diceva:
"Voglio bene a tuo padre come se fosse il mio, ma ha una maniera, non dico di viziare, ma di guastare i bambini con la sua affettuosit esagerata, che io disapprovo assolutamente".
Tra di me dovetti convenire che Lucile non aveva torto. Ma poich non tolleravo di sentir biasimare mio padre da chiunque fosse e d'altra parte non volevo inoltrarmi con Lucile in una discussione inutile e penosa, mi recai nella camera del bambino dove trovai seduto accanto al letto pap che teneva nella sua mano grande, nobilmente conformata, la manina bruna ancora piena di fossette. Fino a quel momento non avevo mai pensato che mio padre recasse con s forse altri pensieri, pi decisivi di quanto non fossero quelli delle preoccupazioni e dei crucci, ma ora leggendo nei suoi tratti un dolore amaro, anzi solenne, e notando quanto poco esso fosse proporzionato ad una effimera separazione dal bimbo, un grave presentimento mi scese sul cuore, sicch mi fermai sulla porta senza riuscire a dir nulla. Pap mi fece col capo un cenno amichevole, si alz e si chin sul bimbo che si sollev pieno di sonno per abbracciarlo un'altra volta, lasciandosi poi posare docilmente sul cuscino. Mio padre lo baci due volte in fronte e pos un istante la mano sulla testina bruna, con un gesto che a me parve di benedizione ed accrebbe l'impressione sinistra che avevo ricevuto.
Il mattino dopo Lucile part con Harreke. Mio padre, quantunque fosse gi alzato, non volle pi vedere il ragazzo e invece diede a Lucile alcuni rami di pino, di faggio e di quercia, colti probabilmente da lui la sera prima, pregandola di consegnarglieli come suo ultimo saluto. Frattanto Lucile si era pentita delle parole dette la sera avanti (di cui mio padre per altro non aveva saputo nulla), poich come si lasciava facilmente trascinare a parole non meditate e offensive, altrettanto vivo era poi in lei il desiderio di farsele perdonare, tanto pi verso mio padre, certo pensando ch'egli era sempre stato per lei un sostegno e un protettore fedele. Lo preg di non essere in collera se ora si portava a casa il piccolo Harre ed egli le rispose con bont; intenerita e sempre pronta ad abbandonarsi a speranze e illusioni fallaci, ella arrischi la domanda se potesse portare un saluto anche a Ezard. Ma subito la fisionomia di mio padre si oscur; egli scosse la testa e fece per voltarsi dall'altra parte. Allora Lucile si gett singhiozzando nelle sue braccia ed egli, pure profondamente scosso, le accarezz dolcemente i capelli neri, finch ella si stacc da lui e usc correndo. Io le tenni dietro e l'accompagnai alla stazione; mi sforzai di calmarla parlandole di cose indifferenti, ed infatti vi riuscii. Frattanto il piccolo Harre ci trotterellava al fianco, stringendo nel pugno ben chiuso le sue frasche verdi e non mutava la sua espressione accorata, ad onta dei nostri sforzi per consolarlo. Quando il treno si mise in moto, egli si sporse dal finestrino rispondendo al mio cenno solo con uno sguardo serio; muoveva invece adagio il suo mazzo scuro e a me parve quasi un misterioso linguaggio di segni per mezzo del quale egli volesse mandare a mio padre un saluto che nessun altro capisse. C'era infatti nel bambino una tendenza singolare verso il mistico e l'oscuro che non aveva certo ereditato dagli Ursleu e da sua madre neppure. Fatto pensieroso, mi incamminai verso il bosco pi vicino e in mezzo al mormorio sommesso e piacevole delle fronde e alla danza silenziosa dei cerchietti di sole, l'angoscia opprimente della sera avanti si convert negli usati lievi pensieri d'amore che folleggiavano davanti a me come variopinti uccelli, sicch nel seguirli docilmente m'inoltrai sempre pi profondamente nel bosco. D'un tratto mi trovai in un posto remoto, dove non ero mai stato ancora e dove non sono poi pi ritornato, ma che saprei benissimo dipingere a memoria, se fossi esperto in quest'arte. Scorreva l un torrentello gorgogliante attraversato da un piccolo ponte stretto; su questo mi sedetti in modo da appoggiare i piedi su uno dei sassi emergenti dall'acqua. Intorno a me sorgevano faggi e quercie e in mezzo a questi alcuni abeti altissimi; essi erano per lo pi isolati, circondati da antichissime roccie coperte di muschio, fra le quali spiccava una snella digitale carica di fiori color di rosa. Pi contemplavo quello spettacolo, pi esso mi appariva strano e inconsueto; soprattutto non riuscivo a distogliere lo sguardo dalla digitale, pensando che qualche cosa di inaudito dovesse quanto prima succedere. Mi venne allora in mente, non so come, Anna Elisabetta e pensai che sarebbe stato il miracolo pi dolce e pi bello se la sua snella figura fosse apparsa all'improvviso fra gli alberi. Che riflessi avrebbero avuti i suoi capelli biondi sullo sfondo verde scuro e come sarebbe scivolato sopra il muschio cresputo il lungo strascico! Pi cercavo di raffigurarmelo e pi cresceva in me la certezza che ella sarebbe venuta, sicch io decisi nel mio cuore palpitante di considerare quell'attimo come un dono e un segno del cielo e di confessarle ardentemente ed apertamente il mio amore. Non poteva venire oggi come ieri era venuta Lucile? Perch il destino non avrebbe dovuto condurla in quel luogo, dato che da molto pi lontano l'aveva guidata sul cammino della mia via? L'acqua scorreva sotto di me, e io aspettavo, aspettavo; ma poco alla volta la fiducia primitiva svan e quando vidi che il sole inclinava verso occidente ed ella non era ancora venuta mi alzai col cuore vuoto e deluso e rifeci lentamente il sentiero per il quale ero venuto. Quantunque in fondo nulla fosse cambiato per questo, non riuscii a liberarmi dall'impressione che il destino avesse pronunciato un no e che, qualunque cosa avessi fatto ancora, il mio sogno d'amore era finito. Avevo letto una volta la fiaba di un reuccio che non aveva gettato al momento giusto nel pozzo la principessina stregata perch gliene era mancato il coraggio e perci non ebbe pi n lei, n la felicit che era andato a cercare; cos, mi sembrava, era passata per sempre l'ora in cui un miracolo avrebbe potuto accadere e farmi felice, certo non per colpa mia. A nulla valse che io combattessi questa fantasia con cento motivi ragionevoli; ancor oggi non posso respingere il pensiero, che la mia ragione non approva, che n io n un altro riuscirebbe a trovare nel bosco il ponticello sul quale sedetti quella domenica a contemplare la digitale rossa.
Quando uscii dal bosco, stanco come un uomo vecchio, sentii come un impulso di vedere mio padre il cui solitario soffrire mi apparve d'un tratto molto comprensibile, sicch mi meravigliai quasi e mi biasimai che fossimo vissuti insieme per tanto tempo senza che ci legasse una vera amicizia. Quando chiesi di lui all'albergo mi fu risposto che era uscito. Non ricordo pi l'impressione che questa notizia mi fece e cosa mi indusse a entrare nella sua stanza. Subito mi cadde sotto gli occhi una busta chiusa sulla quale era scritto il mio nome nei suoi grandi caratteri chiari. Allora d'un colpo afferrai tutto quello che era successo e che sarebbe seguto poi, tutto in un attimo solo, e un tremito mi colse, sicch dovetti aspettare alquanto prima di poter aprire la lettera. C'erano scritte tante cose che allora non lessi o per l'eccitazione non capii; compresi soltanto che in un punto del bosco che egli mi indicava avrei trovato mio padre morto. Se ben ricordo, mi pare di non aver provato nulla da principio, fuorch un cieco terrore di esser solo. Feci subito telegrafare a Ezard che mio padre era gravemente malato e che venisse senza indugio. Ma quando mi fui allontanato dal paese e inoltrato nel bosco, ritrovai me stesso, mi resi conto di tutto con animo consapevole e ogni terrore svan in un dolore sconfinato e prepotente. Mano a mano che riprendevo coscienza di me stesso, affrettavo il passo nella speranza di giungere ancora in tempo a trattenere la cara mano dal gesto spaventoso. Correvo tra gli alberi come se fossi inseguito e all'improvviso mi trovai ansimante e molle di sudore nel luogo dove egli sarebbe dovuto essere. Nel medesimo istante scorsi il corpo immoto disteso sul muschio e poich avevo gi il cuore in tumulto per la corsa affannosa, fui preso dalle vertigini, sicch davanti ai miei occhi tutto si dilegu ed io mi lasciai cadere vicino al morto. Rimasi cos per alquanto tempo, solo in parte cosciente di me stesso e dell'accaduto, sinch il desiderio di veder mio padre divent cos forte, che mi rialzai e mi trascinai vicino a lui. Ma tante tracce vi erano ancora su quel viso della vita appena sfuggita, ch'io inorridii e paurosamente attesi se mai all'improvviso un movimento non animasse il cadavere. Mentre fissavo con tristezza ed orrore il caro volto, mi accorsi del rapido calare del crepuscolo e mi avviai in fretta a chiamar gente, affinch il morto non rimanesse nel bosco tutta la notte.
Nell'albergo dove alloggiavamo dissi che mio padre in un momento di sconforto si era tolto la vita e la cosa mi fu creduta senz'altro, poich la sua malinconia ed il suo fare taciturno avevano potuto benissimo essere scambiati per una forma di ottenebramento psichico; d'altra parte il rispetto che la sua persona incuteva allontan in quelle persone comuni ogni pensiero di qualcosa che potesse esser giudicato colpevole e condannabile. Ripugnava loro tuttavia di impressionare gli altri ospiti con la presenza di un cadavere nell'albergo ed io me ne resi conto; accettai pertanto la proposta di metter mio padre in una casina di legno, costruita per godere comodamente la bella vista, la quale si poteva chiudere con una chiave che i nostri albergatori custodivano. Io avevo da principio intenzione di vegliare mio padre una volta che fosse stato portato l, ma mi vergognai quasi dell'idea che mi parve eccessivamente sentimentale e a notte gi abbastanza inoltrata rientrai in casa. Cos rimase l solo, avvolto nel mormorio degli abeti neri, l dove ancora pochi giorni prima si era fermato a contemplare con me i colli tutt'intorno e le cime degli alberi lievemente ondeggianti sotto di noi, col suo ineffabile segreto sul cuore che ora le labbra irrigidite mi avevano infine confessato.
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23.
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Avevo avvertito subito anche Galeide ed avvenne che essa ed Ezard si rividero per la prima volta presso la salma di mio padre. Fu una strana sensazione per me vedere il morto cos quieto fra i due e pensare che egli non impediva pi loro di fissarsi apertamente negli occhi, mentre questa era stata da vivo la sua sofferenza pi acuta. Non era possibile che anch'essi non pensassero la stessa cosa, ma questa considerazione non sembrava destare in loro vergogna o rimorso; c'era anzi nei loro occhi, quando si guardavano, una consapevolezza dignitosa e una luce di fierezza, quasi avessero conseguito un trionfo. Se li esaltasse il leggere nei loro volti la confessione di un amore non piegato ma piuttosto intensificato dalla separazione o se considerassero la morte di mio padre come una rivelazione del destino, con la quale esso avesse deciso in loro favore, non oserei precisare, tuttavia credo che fossero l'una e l'altra cosa insieme. Questo loro atteggiamento fiero mi ispir un profondo rancore e volgendomi a loro dissi con amarezza:
"Mi pare che voi non pensiate tanto che egli ci ha lasciato, quanto che vi era di ostacolo e che ora questo ostacolo  stato tolto di mezzo".
Lasciarono cadere questa osservazione senza difendersi, anzi parve che mi lasciassero dire perch non potevo sapere quello che succedeva nel loro intimo. Invece le mie parole avevano avviato in Ezard un corso di pensieri cos strano, anzi pauroso, che anche adesso non posso parlarne senza chiedermi se non si tratti invece di un sogno o comunque di un prodotto della mia fantasia. Disse infatti, dopo esser rimasto a lungo con gli occhi fissi su mio padre, come se ricordasse o cercasse di ricordare qualche cosa, mezzo tra s e mezzo rivolto a Galeide: " il primo". Io aspettavo che egli aggiungesse ancora qualche cosa a queste parole a tutta prima incomprensibili, ma poich non lo fece non mi rest altro da pensare se non che avesse inteso dire essere mio padre il primo di molti che dovevano morire prima che qualche cosa che egli aveva in mente dovesse o potesse succedere. Scrutai il suo volto per vedere se per caso non confessasse o tradisse qualcosa; era calmo e nobilmente armonico. Ma nello stesso tempo esprimeva una decisione che mi pareva di dover chiamare ora sovrumana, ora inumana. Avrei voluto chiedergli se un sogno o qualche altro supposto segno premonitore l'avessero indotto ad aspettare che uno dopo l'altro i suoi consanguinei morissero per dare intiero sfogo alla sua riprovevole passione. Ma non ne ebbi il coraggio, e proprio perch mi andavo sempre pi convincendo che era cos. Anche Galeide era impallidita alle parole di Ezard, di cui intendeva forse meglio di me il significato, e lo fissava con grandi occhi spauriti; sembrava che provasse un improvviso orrore non tanto di lui quanto, forse, di se stessa.
I due non fecero, almeno cos mi parve, alcun tentativo per vedersi da soli; Galeide dichiar che sarebbe ripartita per Ginevra quel giorno stesso, mentre noi avremmo trasportato la salma nella sua citt natale. I due treni che ci dovevano condurre in direzioni opposte erano fermi su due binari vicini; il nostro doveva partire qualche minuto prima. Io non smisi di osservare Ezard e Galeide, non tanto per trattenerli dal male come un fedele Eckart, quanto per gelosia che mio padre venisse defraudato del tributo che gli spettava da quel sentimento che li distraeva da lui. Tuttavia non potei trattenermi nuovamente dall'ammirare l'aspra forza di cui davano prova nella loro passione: infatti al momento di dirsi addio n si diedero la mano n si baciarono (anche durante il giorno non si erano sfiorati mai col pi lieve contatto), ma si salutarono solamente con gli occhi e con un sorriso buono di incoraggiamento che in quelle circostanze mi colp come particolarmente commovente, un sorriso come potrebbe essere quello di un uomo che nella sabbia bruciante di un deserto africano trovasse fioriti un anemone o una violetta profumata.
Quando arrivammo a casa, Anna Elisabetta era gi partita ed io non ne fui sorpreso, scorgendo in questo forse nient'altro che la conferma di quello che era stato o un presentimento o una congettura. Aveva lasciato per me una lettera piena di simpatia e di affetto ed io non dubitai che ella non provasse per me una seria e sincera compassione. Ma non poteva sopportare la tristezza, come molta gente non sopporta l'aria di chiesa; io lo sapevo bene e perci non potei serbarle rancore; anzi piacque addirittura a me meschino che ella non volesse apparire diversa da quello che era.
Ed aveva avuto perfettamente ragione. Vennero ora per noi dei tempi veramente tristi, perch la preoccupazione del pane, questa volgarissima tra le ansiet, con la quale mio padre per tanto tempo aveva lottato petto a petto, ora che egli era atterrato ci stava davanti, massiccia e grigia, e ci fissava sfrontatamente negli occhi.
Nei miei non poteva leggere molto di pi di un infinito disprezzo pel suo sfacciato sguardo di meretrice, disprezzo assai pi forte ancora della paura; di coraggio e di volont di lottare, invece, non avevo in me nemmeno una scintilla, gi per il fatto che mi ripugnava troppo affrontarla. Non molto dissimili dai miei erano i sentimenti del bisnonno. Egli aveva impiegato infatti la maggior parte della sua sostanza nell'azienda di mio padre ed ora l'aveva perduta. Ma sopportava il colpo serenamente e non si preoccupava gran che di quello che sarebbe stato l'avvenire; compiangeva unicamente Galeide e me perch - e non lo diceva senza orgoglio - non eravamo assolutamente fatti per la vita pratica e per darci d'attorno in cerca di un guadagno. Gli era rimasta la casa dove abitavamo e che aveva destinato a me e a Galeide, sapendo che l'avremmo sempre custodita con devoto amore, com' delle famiglie che hanno la tradizione di tenere in onore la propria dimora come un tempio. Quantunque non ci volesse molto per capire che ora la casa doveva esser venduta, da principio nessuno osava parlarne, finch Ezard un giorno ci espose con molta calma questa necessit, dicendo nello stesso tempo di aver gi compiuto dei passi per ottenere una vendita vantaggiosa. Al primo momento mi parve di doverlo odiare a sentirlo parlare cos, senza manifestare alcun rimpianto o compassione; invece il bisnonno gli diede ragione subito e lo ringrazi persino della sua avvedutezza. Con un rodimento indicibile dovetti ora veder degli estranei invadere e criticare la nostra casa. Li odiavo e li disprezzavo tutti in anticipo gi per quel vile danaro che permetteva loro di impadronirsi delle nostre belle cose e di scacciarci dalla nostra soglia. Il mio unico conforto era di far comunella col bisnonno, cui non mancavano il talento e la disposizione, nel dileggiarli e nel metterli in ridicolo, quantunque in fondo non sapessimo niente di loro, che erano certamente tutti buonissime e rispettabilissime persone. Potevo starmene delle ore seduto ora in questa ora in quella stanza e perdermi piangendo nei ricordi di quello che era stato una volta, di come mi ero illuso che potesse essere un giorno, mentre tutto ora era finito in un modo cos diverso.
Frattanto lasciavo che Ezard provvedesse ed agisse per noi, ed egli lo faceva senza nulla chiedere o dire; credo proprio che nel suo cuore semplice, cos forte e buono, egli lo trovasse naturale e non mi accusasse di inerzia, forse tutt'al pi pensando che mi lasciavo troppo andare alla mia pena. Mise anche ordine negli affari di mio padre e tacit l'unico creditore che non si era potuto soddisfare intieramente col ricavo della liquidazione dell'azienda, con una somma che, data la sua situazione finanziaria, non era indifferente. Ch proprio intorno a quel tempo i lavori per l'impianto idrico avevano preso un andamento incerto e preoccupante e gli procuravano serie ansiet di cui egli per altro non faceva parola; come pure solo molto pi tardi venni a sapere del sacrificio di cui ho test parlato, offerto a noi ed alla memoria di mio padre.
Avevamo cos urgente bisogno di denaro, che la casa dovette esser venduta in fretta e sotto il suo valore. Il bisnonno; sempre mutevole nell'umore e nelle opinioni, colm ora Ezard, che aveva provveduto a tutto, di irritati rimproveri.
"S'intende da s", diceva Ezard senza mostrarsi offeso, "che non avrei insistito per la vendita se nel frattempo avessi potuto provvedere per voi con mezzi miei. Ma mi trovo anch'io in cattive acque. L'impianto idrico non funziona come dovrebbe; se presto non intervengono altri capitali a permetterci di intraprendere le migliorie necessarie, dovremo sospendere i lavori e allora non so cosa potr succedere".
Ci rendemmo conto del cattivo stato delle cose pi dal viso abbattuto di Ezard che dalle sue parole. Il bisnonno cambi subito umore ed esort mio cugino a tenere per s il ricavo della vendita, quantunque, dato che non lo si poteva, com'era ovvio, abbandonare e affidare al Grande Spirito come fanno gli indiani coi vecchi, non per questo le cose sarebbero migliorate. Seppe anche, mentre cercava di consolare mio cugino, voltare le cose in modo che tutta la colpa ricadesse sullo zio Harre che difatti, ci che a sentir lui era noto a tutti, aveva spinto Ezard in un'impresa cos rischiosa e folle. Ezard scosse tristemente la testa:
" appunto questo", disse, "che pi mi tormenta. Io conoscevo mio padre. Avrei dovuto trattenerlo a forza e non permettere mai che le cose arrivassero fino a questo punto. Invece, mi sono messo con lui nel pericolo, sicch ora nessuno dei due pu porgere all'altro la mano. Se si trattasse soltanto di me avrei il cuore pi leggero perch alla mia famiglia potrei provvedere da solo, quand'anche dovessi ricominciare da capo. Ma mio padre ha una moglie giovane e un bambino piccolo e invecchia ogni giorno di pi; egli lo sente ed io vedo come le sue forze diminuiscono. Se ora perde tutto, come potrebbe pensare di ricuperarlo nel breve tempo che pu ancora avere davanti a s? Ogni giorno sono costretto a portargli delle brutte notizie; al noto rumore dei miei passi trasalisce. Talvolta mi sento cos stanco che vorrei dire: non posso pi andare avanti, se non mi ripetessi incessantemente: eppure bisogna!"
Nei suoi sforzi di consolar quel poveretto, poich non riusciva altrimenti, il bisnonno fin col parlare di Galeide e and a prendere le sue lettere per leggerne alcuni brani che parlavano del suo studio e dei suoi progressi. Galeide scriveva press'a poco cos: "Carissimo nonno, lavoro come un'ape e come una formica, le braccia alla sera mi fanno male come se fossi una lavandaia. Ma ti dico che un giorno riuscir a qualche cosa (tu per, in ogni caso, non farci troppo assegnamento). Talvolta ne sono cos sicura che sarei tentata dalla gioia di buttare il mio violino in un angolo. Ma non spaventarti, cuor mio, in realt poi non lo faccio e mi lascio guidare dalla ragione; cos ogni sera lo ripongo nel suo astuccio e ti faccio dire: ma che brava bambina  diventata quella cattiva Galeide!" Per il bisnonno le lettere di Galeide erano una cosa preziosa, una vera miniera di tesori; egli vi leggeva addirittura il doppio di quanto realmente vi fosse ed era puntualissimo nel rispondere, quasi si trattasse di raccogliere l'epistolario di due celebri contemporanei.
Quantunque Ezard di solito non parlasse di Galeide, n sopportasse di sentirne parlare, questo brano della sua lettera ebbe su di lui un effetto buono. Si alz, e volgendosi a noi con una sguardo aperto disse:
"S, credo anch'io che si far strada. Ha fatto bene ad andarsene. E intanto badiamo anche noi di tenerci a galla".
Quando fummo soli il bisnonno not:
"L'hai osservato mentre raccontavo di Galeide? Non ci tiene molto a sentir parlare di lei; per  contento che stia bene ed ha una gran considerazione per il suo talento che del resto non pu restare inosservato. Per effetto della lontananza e sotto i duri colpi del destino la passione morbosa si trasforma in una nobile, legittima amicizia. Altrettanto avviene di lei. Da ogni riga delle sue lettere parla una sana letizia e la sicurezza di un animo contento di s e libero da colpe".
Io lasciai il bisnonno intessere le sue fantasie che, simili ai fili sottili del ragno, mi parevano fluttuare sospesi fra cielo e terra. Per quanta finezza mostrasse nell'analisi dei particolari, pure l'immagine complessiva ch'egli si faceva degli uomini o delle cose era spesso fondamentalmente errata in quanto egli applicava ad ogni fenomeno la misura di se stesso; ora per la natura di Galeide, violenta e cruda ad onta della sua dolcezza, egli non aveva in s alcun termine di confronto. La adorava, ed egli stesso non sapeva perch. Ugualmente di Ezard vedeva soltanto il lato che meglio gli confaceva e che era messo in luce dalla sua garbata signorilit. Del demone in Ezard, bello e paurosamente irresistibile, non sapeva; aveva forse mio cugino stesso ignorato per lunghi anni fino a quel giorno fatale quale compagno egli custodisse in seno.
Venne ora il giorno in cui dovemmo lasciare la nostra casa. Non molti avvenimenti nella mia vita mi hanno causato un dolore cos lento a dimenticarsi, se anche parecchi me ne diedero uno pi grande. Si dice con ragione che non si deve cercar di consolare alcuno per la morte di una persona cara finch la salma giace ancora insepolta davanti agli occhi del derelitto. La casa dove avevo passato la mia giovinezza, la salma pietrificata dei miei sogni infantili, quella nessuno la portava via per seppellirla nella terra affinch il mio cuore potesse dimenticare e consolarsi. Solida e imponente, stava al suo posto antico e sembrava attendere con fiducia il ritorno dei figliuoli prodighi che la avevano abbandonata. Ho deciso di ritornare nella mia citt natale ancora una volta prima della mia morte - ove questa non mi colga all'improvviso - non per amore di alcuno, ma solo per rivedere la vecchia casa. Camminer lungo il viale largo sotto i tigli ramosi fino a scorgere il cancello di ferro e, attraverso le sbarre, l'aiuola rotonda con la bordura di gigli bianchi e i prati lussureggianti di giallo dente di leone, e, forse, aperta la finestra donde cos spesso suoni e canti, come a noi piaceva, si diffondevano soavi e stupendi nelle quiete notti d'estate.
Fu un giorno umido sul finir dell'inverno quando ne uscimmo. La neve scricchiolava sotto i nostri passi e il bisnonno, gi disavvezzo a camminare, si aggrappava al mio braccio. Eppure, anche in quel momento, cercava di rendersi la vita interessante. "Vedi", diceva, "ora ci trapiantano come alberi dal nostro vecchio giardino in una terra nuova. Tu sei ancora giovane e puoi rimetter radici; ma quale sia l'intenzione del Giardiniere nell'estirpar me, tronco decrepito, non so;  un tentativo arrischiato". Io dissi brontolando, e sempre proclive d'altronde a provocare il bisnonno nelle sue opinioni filosofico-religiose: "S,  tanto assurdo che non vedo perch tu attribuisca al Giardiniere una intenzione; egli non  che il caso e strappa via quanto gli capita tra le dita". Fu la prima volta, se ben ricordo, che il bisnonno non raccolse la provocazione, non tanto perch gli mancassero argomenti con cui replicare quanto perch era cos triste e stanco.
Nello stesso tempo osservai, mentre mi camminava a fianco, che era diventato di un bel pezzo pi piccolo negli ultimi anni: mi arrivava appena appena alla spalla. Mi sentii intenerito e mortificato pensando come egli non approfittasse della sua grave et per imporsi a noi con la sua maggiore esperienza o per costringerci, attraverso infermit morali o fisiche, malinconie e presentimenti di morte, ad una commiserazione rispettosa. Poich frattanto eravamo giunti all'angolo della strada dove avremmo dovuto piegare in una via laterale, si ferm e si volse per l'ultima volta a guardare la nostra casa.
"Non percorrer pi questa strada, Ludolf", disse. "La vita  finita per me ed io entro nel giardino delle memorie dove le piante si bagnano con le lagrime". Ma chi, pensai io, le dovr piangere? Tu, o io? Poich non mi persuadeva che il soggiorno in mezzo a una flora da camposanto gli sarebbe riuscita a lungo andare gradevole. Per non dissi nulla perch ero molto commosso in quel momento e perch mi ero inoltre prefisso proprio allora di non portare alla persona del bisnonno minor venerazione di quanta ne suole avere una persona colta per antichit di altra specie: per le rovine, le pergamene ed altrettali testimonianze del passato.
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24.
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Le cose cominciarono ora ad andare di male in peggio. I lavori per l'impianto idrico si arenarono davvero, poich n il senato n i privati erano disposti a concorrervi coi fondi necessari. Se si avesse avuto una vera fiducia in tutto il sistema, difficilmente le cose sarebbero arrivate fino a quel punto. Ma erano cominciate a circolare delle voci che l'impresa era una truffa ed esse avevano un certo fondamento nel fatto che i lavori non procedevano esattamente secondo il programma fissato da Karlsen, in quanto al momento dell'attuazione si erano rivelate delle difficolt che egli non aveva previsto, ma che affermava energicamente di poter superare. Tutto questo contribu nondimeno a mettere in una luce dubbia zio Harre ed Ezard che avevano patrocinato ed avviato l'impresa. Il norvegese, che non era legato alla nostra citt da vincoli di amor patrio, diede libero corso al suo rancore in diversi scritti, da lui pubblicati. In questi diceva al senato cose molto aspre e spiacevoli sulla sua lentezza ed indifferenza al pubblico bene, come esso fosse solamente intento ad accumular denaro e come alla tavola dei suoi membri vi fosse ogni giorno corte imbandita, sicch essi sapevano dare allo stato con il loro lusso un'impronta di agiatezza che per altro non era che ornamento esteriore e falsa doratura, mentre intanto il pi necessario mancava ed il povero era costretto nelle sue dimore anguste e sudice non solo a respirare aria malsana ma addirittura a bere dell'acqua putrida.
Questi attacchi inasprirono ancor maggiormente le autorit ed esse pensarono bene di mostrare ad uno straniero, che diceva le sue opinioni senza peli sulla lingua, che non si lasciavano intimidire. Sfoghi analoghi contro il senato vennero anche da un'altra parte, ma questi erano diretti nello stesso tempo contro mio zio e mio cugino, mentre Karlsen sembrava invece di accordo con loro. Quel renano difatti, di nome Philipp Wittich, al quale ho accennato prima come ammiratore di Galeide, aveva scelto, per motivi pratici o forse perch era di moda allora dedicarsi agli studi naturalistici, lo studio della medicina e, condottolo felicemente a termine, si era stabilito nella nostra citt, per il momento come assistente volontario all'ospedale. I suoi ideali socialistici non avevano per nulla sofferto con lo studio della scienza medica; egli era diventato - e poteva essere una conseguenza della sua professione - notevolmente pi risoluto, pi brutale e, vorrei dire, pi limitato, in quanto non esistevano pi per lui persone segnate da caratteristiche psichiche, ma soltanto degli organismi varianti a seconda del fine, davanti ai quali per esempio, per farli crescere in lunghezza, basterebbe sospendere sempre pi alto il cestino del pane. Il problema importante e assai discusso dell'impianto idrico gli fu occasione per scendere in lizza armato dalla testa ai piedi. Al senato mosse all'incirca le stesse accuse del norvegese, solo esponendole con grandi esagerazioni per il gusto della plebe; nello stesso tempo per si volgeva anche contro gli imprenditori che avevano voluto sfruttare a proprio vantaggio, diceva, un'iniziativa di interesse pubblico, nella quale, se ora si erano miseramente arenati, nessuno aveva a dolersene; ma che finissero per rimetterci del proprio non era da credere, ch ciascuno aveva probabilmente gi provveduto ad accomodarsi le uova nel paniere.
Non vi era per noi alcun dubbio che il renano covasse un astio personale contro Ezard a motivo di Galeide e di questa occasione si servisse per sfogarlo; tuttavia non vorrei affermare che egli modificasse a questo fine le sue convinzioni; in ogni caso gongol che esse cos felicemente si conciliassero, in vista di un medesimo scopo, con la sua sete di vendetta.
Mentre zio Harre, non ostante ne lo sconsigliassimo, si lasciava trascinare in una polemica accesa, Ezard si mantenne calmissimo; solo cerc di indurre il senato, con energiche rimostranze ed esortazioni ragionevoli, a non lasciar perire un'impresa di per s ottima e di grande importanza per la citt e a prenderla in mano, visto che superava le forze dei privati e che rientrava per sua natura nella sfera della cosa pubblica. In questo dunque egli dava ragione a Philipp Wittich il quale si era appigliato a questo caso come ad un esempio calzante di dove si andava a finire quando il privato avocava a s quello che spettava allo stato. Questa situazione aggrovigliata fu di grave danno a zio Harre ed a Ezard; il senato non indugi oltre a conferire definitivamente la carica che un tempo Ezard aveva ricoperta e poi deposta quand'aveva cominciato ad occuparsi dell'impianto idrico, a colui che l'aveva provvisoriamente assunta. Per aprirsi una fonte di guadagno Ezard risolvette di darsi all'avvocatura; ma se la sua competenza in materia giuridica ne lo autorizzava, la diffidenza sia dei colleghi che del pubblico gli mise sul cammino le difficolt pi penose. Molti dei conoscenti di una volta si trassero indietro, altri credettero di dovergli mostrare pi compassione che stima; ma il suo contegno fiero seppe impedire tutto ci con successo. Certo, nel suo intimo lo sconforto era ben pi grande di quanto i pietosi non supponessero, ch nessuno conosceva ancora, in tutta la sua portata, la sua rovina materiale e morale. Di noi tutti per nessuno era tanto da compiangere quanto l'infelice Lucile; poich il genere della sua sventura, soprattutto il modo con cui ella, per natura, era fatta a riceverla e a sopportarla, la strani sempre di pi alla nostra simpatia, di noi che gi eravamo fin troppo proclivi a considerare degli intrusi quegli stranieri che erano entrati a far parte della nostra famiglia.
Se attraverso i suoi begli occhi tristi, somiglianti a due creature vive che si rammaricano di non saper parlare e di essere sole e incomprese, avessimo potuto guardare direttamente nel suo cuore, senza dubbio avremmo provato tutta la calda compassione che meritava e di cui aveva bisogno. Invece la sua crudezza contadina e la sua avversione o piuttosto la sua incapacit ad esprimere i propri sentimenti le vietavano di apparire quello che in realt era: una creatura tormentata che lotta senza posa ed  prossima a soccombere. Se si fosse manifestata con uno sfogo appassionato o selvaggio, se si fosse strappati i capelli o rivoltata contro Ezard l'avremmo forse compresa ed avremmo sofferto con lei. Ma il fatto che ella si aggrappasse a Ezard con tutto il suo amore ostinato, del quale tuttavia si vergognava e che si studiava di nascondere, la faceva apparire sovente capricciosa e impotente; e chi avrebbe potuto biasimarci di sentirci feriti dal suo odio per Galeide, per quanto in lei fosse naturale e noi lo trovassimo giustificato? Non voleva destare piet, ma non sapeva essere meno acre ed amara per gli sforzi che questo le costava; ci si sentiva dunque a disagio in sua presenza e si cercava di evitarla. Era per noi anche oggetto di scandalo e di stupore che ella non avesse riguardo alla cattiva situazione finanziaria di Ezard e continuasse a vivere come prima, sia perch a sentir lei la colpa era tutta del marito, ma soprattutto perch era suo dovere verso i figliuoli allevarli in un ambiente signorile e farli respirare sin da piccini un'atmosfera di bellezza e di cultura. Concezioni del genere erano estranee all'ambiente in cui era cresciuta e tanto pi spiacevano in lei perch non sembravano esprimersi dalla sua natura. Che Ezard, a motivo di Galeide, fosse consapevole del suo torto verso Lucile dava a questa un certo potere su di lui di cui ella tra l'altro si serviva per costringerlo, appena le era possibile, a intervenire ai suoi ricevimenti, mentre lo sventurato non aveva davanti agli occhi altre immagini che non fossero di miseria e di rovina. Ella lo faceva non tanto perch vi trovasse un piacere, quanto perch credeva in questo modo di distrarlo e anche, in parte, per mostrare alla gente che ella non era affatto quella donna trascurata e degna di commiserazione che lei stessa sentiva di essere.
Ricordo un pranzo a cui presi parte anch'io, sedendo a tavola dirimpetto a mio cugino. Dal suo viso pallido mi fissavano due occhi arsi e parevano raccontarmi come ogni notte il seme benefico del sonno si consumasse nel loro fuoco. Con tutto ci, ad onta di quella visibile sofferenza interiore, il suo portamento era eretto, quasi rigido, come se sotto il moderno frack portasse un'armatura di cavaliere.
Quella sera si parl anche di Galeide che si era tanto distinta ad un esame che i giornali ne avevano parlato. Forse il discorso era stato avviato non senza intenzione su questo argomento nella speranza di ferire Ezard e Lucile o uno dei due, e di metterli in imbarazzo. Si fece un silenzio, finch Lucile osserv freddamente che Galeide era una ragazza ricca di doti e molto notevole, ma che tuttavia non aveva mai approvato la sua partenza per Ginevra perch i doveri di una ragazza sono prima di tutto nella casa paterna. Certo, aver cura di un vecchio bisnonno  meno divertente e, per un'ambizione insaziabile, di minor soddisfazione che studiar musica al conservatorio; tuttavia la gloria alla quale a una donna  concesso aspirare ha questo appunto di caratteristico, che non ha manifestazioni appariscenti. Questa gloria Galeide la aveva disprezzata; cos ora le era possibile suscitare l'ammirazione delle persone esaltate, mai per guadagnare quell'affetto che viene dal cuore.
Mentre riflettevo sul modo pi acconcio di difender mia sorella, senza cio offender Lucile e senza lasciar troppo capire agli ospiti quanto fosse penoso per noi questo argomento, Ezard prese la parola e disse, non senza tradire la sua eccitazione con un leggero tremito della voce:
"Mi sembri giudicare questo caso da un punto di vista completamente sbagliato, Lucile. Se una donna  in grado di conquistar con le sue doti l'alloro a cui tendono gli uomini, esso adorna lei non meno di questi; quello che a noi ripugna  l'impotenza di alcune che vanamente si sforzano di raggiungere una vetta troppo eccelsa per loro. Galeide invece ha fatto quello che nel suo caso non poteva fare a meno di tentare, se voleva mettersi in condizione di guadagnarsi da vivere, dato che a suo padre non  stato concesso di lasciarla nell'agiatezza, com'era sempre stato il suo desiderio pi ardente e il suo costante sforzo".
Nelle parole con cui si esprimeva il pensiero di Ezard c'era una brutalit verso Lucile che sfiorava l'inumano, se si pensa che essa gli conservava un affetto immutato, anzi fatto ancora pi grande, e che il suo odio per Galeide, come pure l'irritazione momentanea verso di lui, avevano le loro radici in una gelosia giustificata. Lo sottolineo adesso per un senso di giustizia; allora tutta la mia simpatia era per Ezard e solo dopo aver riflettuto mi ero detto: Se Lucile ha finito col diventare aspra e insopportabile, di chi  la colpa se non di Ezard e di Galeide? Se nel corso del suo sviluppo ella non ha conservato quelle doti di grazia, anzi di non comune fascino, che la natura sembrava averle concesso, le ha forse la vita mantenuto le sue promesse? E chi diede a questa la svolta improvvisa per cui ella fu spinta fuori dal suo naturale cammino? Nella casa di Ezard e Lucile regnava una miseria crucciosa e meschina, senza dignit e per di pi senza rimedio. Essa non risparmiava nemmeno i bambini, in quanto Lucile voleva sempre meno bene al bravo Harreke, quanto pi viva era la memoria che egli conservava di Galeide, e gli preferiva visibilmente la bambina la quale fin per attaccarsi a lei, e a cercare in lei comprensione e sostegno, mentre il ragazzo non viveva e non respirava che per suo padre.
Con mio dispiacere il piccolo Harre aveva qualche cosa nella fisionomia che mi pareva non venir da noi.
"Ragazzo mio", gli dissi una volta, "tu non sei un vero Ursleu! Donde hai preso quel labbro sporgente, ostinato e questi pugnetti larghi?" Mentre parlavo mi rammentai d'aver osservato anni fa le stesse caratteristiche in quel Gaspard, fratello di Lucile, che io avevo soprannominato Kasper per sfogarmi dell'antipatia che mi ispirava. Riferii la mia osservazione a Lucile che ne conferm, soddisfatta, l'esattezza. "Gli assomigli pure," disse seria; "mio fratello  di stoffa diversa da voi Ursleu, e una goccia del suo sangue vi farebbe bene. Che denti aveva!" prosegu dopo una pausa, durante la quale le erano forse passate dinanzi agli occhi le immagini del passato. "Erano cos larghi, robusti, come di ferro, quasi dovessero poter masticare del vetro. Ed io ti dico," concluse con aria di trionfo, "che egli masticherebbe del vetro, se lo trovasse utile". Io dissi: "S, certo, noi Ursleu non ne siamo capaci. Ma quand'anche lo fossimo, non lo troveremmo utile".
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FINE Parte 1.